Dr. Lonnie Smith: musica per organi caldi

E' tornato il Dottore dell'organo Hammond, col turbante d'ordinanza e un bel disco nuovo di zecca, che chiama a raccolta amici vecchi e nuovi. In realtà, come lui stesso ci racconta, non se n'era mai andato

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Dr. Lonnie Smith - foto Susan Stocker

Non lasciatevi trarre in inganno dal suo aspetto: la barba e il turbante non fanno parte dell’adesione ad una religione indù. E’ solo una questione di look. Lonnie Smith – da non confondere con il tastierista Lonnie Liston Smith, 75 anni, originario della Virginia, ritornato in auge con il kozmigroove e da noi intervistato circa tre anni fa – è un organista nato nel 1942 in una piccola città dello stato di New York, Lackawanna, a sud di Buffalo. Smith fa parte di quell’esercito di specialisti dell’organo Hammond B3 che traghettarono, nella seconda metà degli anni Sessanta, la trasformazione dell’hard bop nel soul jazz: un genere di musica che contrapponeva, ai sentimenti di rabbia e alle rivendicazioni politico-sociali dell’avanguardia free, una positiva celebrazione della negritudine vissuta come autodeterminazione attraverso la musica. Nello specifico, Lonnie Smith aggiunse allo stile groovy di Jimmy Smith o di Big John Patton toni spiccatamente più riflessivi. Le sue incisioni per la Blue Note insieme a personaggi come Lou Donaldson e Lee Morgan hanno non soltanto segnato un’epoca ma rappresentato la colonna sonora di quel revival che, negli anni Novanta, fu chiamato acid jazz.
All’inizio uno dei tanti, poi musicista di culto, Dr. Lonnie Smith oggi è considerato forse l’ultimo gigante ancora in attività dell’organo Hammond. I punti salienti della sua carriera si possono sintetizzare in un quartetto negli anni Sessanta con un giovane George Benson, quattro dischi importanti per la Blue Note nello stesso periodo(«Think», «Turning Point», «Move Your Hand», «Drives») più uno registrato dal vivo al Club Mozambique di Detroit nel 1970 ma pubblicato sul mercato solo nel 1995, il riconoscimento come organista di gran classe soltanto in tempi recenti, grazie al revival del soul jazz negli anni Novanta. Ma le mode servono anche a questo.
Lo intervistiamo in occasione della pubblicazione del suo «Evolution», un disco inciso per la Blue Note in cui il Nostro si avvale della collaborazione di alcuni dei giovani leoni del jazz moderno.

Sembra che oggi il suono dell’organo nel jazz, e più in generale nella black music, stia vivendo un momento di nuova giovinezza. Lo chiedo a lei che è considerato uno dei maestri dello strumento: si tratta di un revival o c’è sotto qualcosa di diverso?
Nessun revival. Il suono dell’organo ha caratterizzato da sempre la musica nera, non ha mai vissuto un momento di stanca. Il gospel e il blues, le basi della nostra musica, hanno l’organo come uno degli strumenti che li rappresenta di più.

Il gospel, il soul, la religione. Che importanza hanno per lei?
Tutto quello che suoniamo, o che almeno suono io, viene dal gospel. Anche il blues, le canzoni che cantiamo… Il jazz, di conseguenza, ha nel gospel una delle sue fonti originarie. E siccome il gospel è musica religiosa per antonomasia può comprendere quanta importanza abbia la religione per un tipo come me. Io cantavo le canzoni gospel in chiesa quando ero bambino. Non suonavo ancora ma questa musica era già presente nella mia vita. Mia madre, mia sorella, i miei cugini cantavano il gospel. Il soul deriva dal gospel.

Nei suoi dischi della fine degli anni Sessanta lei era indicato come Lonnie Smith. Da un certo punto in poi, il suo nome è stato preceduto dal titolo Dr. Che è successo, nel frattempo? Che tipo di dottore è lei?
Mi chiamano così ma non si tratta di un titolo accademico.

«Evolution» è il titolo del suo ultimo lavoro discografico. Vorrei che mi spiegasse cosa significa per lei questa parola. Ho ovviamente ascoltato il disco: c’è un sacco di bella musica, molto soul, e un gruppo nutrito di eccellenti musicisti che sostengono il suono del suo organo. Però è un disco in cui vi sono standard (My Favorite Things, Straight No Chaser) e una sua vecchia composizione, Afrodesia. E allora perché «Evolution»?
Significa ripropormi sul mercato, riprendere a suonare in giro per il mondo e soprattutto mettermi nelle condizioni di iniziare un nuovo percorso.

Con questo album lei riprende a registrare con la Blue Note in qualità di leader. Non è la prima volta. Ricordo «Think» con il grande Lee Morgan. Ma ha anche suonato con Lou Donaldson in «Alligator Boogaloo» e con un sacco di altri grandi musicisti come George Benson. E poi con cantanti come Gladys Knight, Etta James, Esther Phillips. Che ricordo ha di loro e di quei tempi?
Sono stati dei tempi meravigliosi. Succedevano tante cose: suonavamo sempre, in studio, dal vivo. Ci sentivamo come una famiglia e c’era un feeling gioioso tra di noi. A volte suonavamo in studio per due o tre ore e veniva fuori un disco, così senza alcuna programmazione. La Blue Note sfruttò quell’atmosfera diventando una fabbrica di titoli uno più bello dell’altro. Mi divertivo così tanto che non riuscivo a rendermi conto del livello dei grandi musicisti con cui stavo suonando. E non mi rendevo neanche conto dei progressi che facevo suonando con loro e di tutte le cose che imparavo e che mi stavano insegnando. Oggi è tutto diverso, ci vogliono molti giorni, se non mesi per arrivare al risultato finale di un lavoro discografico.

E’ curioso che Joe Lovano abbia suonato per la prima volta come sideman proprio in un suo disco del 1975, il succitato «Afrodesia». Oggi riprende a suonare con lei nello stesso brano. In più in questo album troviamo alcuni dei musicisti migliori tra i jazzisti di oggi: Robert Glasper, John Ellis, Keyon Harrold, Johnathan Blake. Mi racconti qualcosa del feeling che si è venuto a creare tra di voi…
Sono dei musicisti fantastici ed è stata un’esperienza meravigliosa lavorare con loro, sfruttare il loro entusiasmo e il grande fermento creativo che si è venuto a creare tra di noi. Avrei voluto fare molto di più, ero molto gasato per la realizzazione di questo album: a volte quando scrivi una canzone e lavori attorno ad un disco ti vengono in testa mille idee ma non riesci a realizzarle tutte anche perché devi interagire con le idee di quelli che lavorano con te. In particolare per quel che riguarda Joe Lovano devo dirle che sin da quando l’ho ascoltato per la prima volta, sin dalle registrazioni di «Afrodesia», ho immediatamente percepito di avere a che fare con qualcuno che aveva qualcosa di molto profondo da esprimere con il suo strumento.

Dr. Lonnie Smith – foto Benedict Smith

Mi parli delle sue principali influenze, come organista e come compositore…
Innanzitutto gli organisti della chiesa che frequentavo da piccolo. Poi l’ascolto della musica di Jimmy Smith, quando ancora non immaginavo di diventare un musicista, mi ha stimolato a rivolgermi all’organo come strumento da suonare. All’inizio cantavo il gospel e quindi anche molti cantanti mi hanno influenzato. Un nome per tutti è quello di Dinah Washington, in un periodo in cui non sapevo che avrei accompagnato molti di loro e neanche che sarei diventato un organista. Subito dopo aver scoperto l’organo ho capito che era lo strumento perfetto per me, quello che avrei suonato per tutta la vita. Il primo organo mi fu regalato da quello che io definisco un angelo, Art Kubera, un fantastico organista che in più mi ha anche insegnato a suonarlo. Quel regalo mi ha dato da vivere per il resto dei miei giorni.

Quali sono, tra i giovani, i musicisti di jazz da tenere d’occhio oggi?
Tantissimi. Ma la cosa interessante è che non c’è nessuno più bravo di un altro. Questo in tutti i generi musicali, che si parli di rock, di heavy metal, di blues, di jazz o di musica classica. Importa quello che un musicista ha da esprimere, se è capace o no di dire qualcosa di nuovo, qualsiasi essa sia. Quel qualcosa che diventa motivo di ispirazione per tutti gli altri con i quali poi si trova a relazionarsi musicalmente.

Immagino lei conosca Nicholas Payton. Che ne pensa dell’idea di chiamare BAM, Black American Music, tutta la musica afroamericana? Secondo lui «jazz» è un termine offensivo per i neri e quindi non più indicato a definire la musica che li rappresenta…
La musica è una sola e tu puoi chiamarla come meglio credi. [risate] A me non piacciono le etichette, soprattutto quando si parla di musica. Quello di Nick è soltanto un modo di creare una categoria, un’etichetta. Così come è stato fatto etichettando il jazz, il rock e qualsiasi altro genere musicale. BAM è soltanto un nome e per me non significa proprio niente, come del resto tutte le etichette. È solo musica, nient’altro, e le etichette servono soltanto a creare delle categorie e a differenziare tra loro i vari generi musicali. Non c’è niente da aggiungere. La musica, amico mio, è tutta un’altra cosa.

Nicola Gaeta