Diario di Umbria Jazz 2019 – 18 luglio

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Umbria Jazz 2019

Il flusso musicale continua a riverberare, festoso, tra gli angoli della città. Benny Green inaugura la giornata, stavolta in piano solo. Nelle sue sfaccettature legate a una forte tradizione pianistica, e nella sua consueta eleganza e dolcezza, ci lascia assistere a un bel momento raccontando di sé e del suo mentore, il padre, e di quanto siano importanti la presenza ed il calore del pubblico. Notevoli Pittsburgh Brethren e Bish Bash.

Benny Green (Foto di Soukizy)

Ancora nella Sala Podiani della Galleria Nazionale, il duo Raffaele Casarano-Eric Legnini ci trasporta in una dimensione eterea. Lo vediamo in una esecuzione unplugged, minimale, del progetto Oltremare, l’ultimo  disco del sassofonista pugliese. La sala è attenta. Ascoltiamo La Libertà, Partenza, Amen. Casarano poi racconta di Corale, brano nato dall’esperienza di una messa gospel in Africa, resa particolare della visione dei musicisti che cantavano e piangevano. Ancora Tra gli abissi, che si lega a un’introspezione profonda: gli abissi non solo del mare – spiega Casarano – ma anche dell’anima.

Eric Legnini e Raffaele Casarano (foto di Soukizy)

Trepida attesa per il concerto serale: l’Arena si popola velocemente. Alle 21.30, puntualissimi, i King Crimson sono sul palco, celebrando i loro cinquant’anni. La scena è senza fronzoli: nessuno spettacolo di luce, nessuna distrazione, soltanto i protagonisti con i loro strumenti; unico focus la musica. E incantano la platea, con gli occhi, il cuore e l’attenzione puntati solo in quella direzione. Si resta rapiti. Conoscendo la portata della band, è facile lasciarsi catturare. Il genio di Robert Fripp è in un angolo del palco, quasi nascosto, ma avvertiamo tutte le sue vibrazioni. La cura maniacale e la precisione d’esecuzione di ogni singolo brano rendono il concerto un’ esperienza unica. E l’emozione cresce in maniera esponenziale, cavalcando le sonorità di brani come Larks’ Tongues in Aspic, Moonchild, In The Court Of The Crimson King, Discipline. Ma è solo la prima parte dei duecento minuti su cui si stenderà il concerto. Dopo una breve pausa, infatti, godiamo nuovamente di un pezzo di storia. I tre batteristi Gani Harrison, Pat Mastellotto e Jeremy Stacey, schierati in primo piano sul palco, creano qualcosa di magico: la coordinazione tra loro è quasi perfetta e il risultato molto accattivante. Si procede con (ma non solo) Sheltering Sky, Epitaph, Indiscipline. L’arrivo di Starless dà l’avvio a un coro in unisono del pubblico, compresa chi scrive. E si chiude in bellezza con 21st Century Schizoid Man, dove i musicisti lasciano avvicinare il pubblico, e il calore e la sintonia che s’innescano sono tangibili. Uno straordinario assolo di batteria di Harrison lascia senza fiato. Immagine catturata, come di consueto, dal bassista Tony Levin, che a fine concerto, immortala la folla sorridente e soddisfatta.  

Tony Levin (foto di Soukizy)

Soukizy