Dianne Reeves e Kurt Elling infiammano il Nicolaus

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DIANNE REEVES

Bari, The Nicolaus hotel, 18 ottobre 2015

Dianne Reeves, voce

Peter Martin, pianoforte

Romero Lubambo, chitarra

Veal Reginald, basso

Gully Terreon, batteria

 

KURT ELLING 5TET

Bari, The Nicolaus hotel, 8 novembre 2015

Kurt Elling, voce

Stu Mindeman, pianoforte e organo

John McLean, chitarra

Clark Sommer, contrabbasso

Ulysses Owens Jr., batteria

 

C’è da dire che Bari (e zone limitrofe, ma in generale la Puglia) sembra aver messo il turbo, dando vita a una scena jazzistica sempre più pulsante e lasciando fiorire rassegne sempre interessanti. Nel gioco del jazz, curata con eleganza da Roberto Ottaviano e organizzata dall’omonima associazione culturale diretta impeccabilmente da Donato Romito, da qualche anno la fa da padrone mettendo pace tra artisti emergenti e le «grandi firme» del jazz.

In ordine di successione temporale, il proscenio è toccato alla voce (come lo stesso Ottaviano ha sottolineato). E che voci, verrebbe da dire, perché sia Dianne Reeves che Kurt Elling non temono confronti per tecnica e per il ricco bagaglio che portano sulle spalle.

Cosa li accomuna, nazionalità a parte: una voce dalle dinamiche fuori dal comune, un timbro riconoscibile al primo impatto, una presenza scenica e comunicativa tale da creare una liaison empatica con il pubblico che pochi altri musicisti padroneggiano così bene.

Dianne Reeves sciorina il suo verbo, con il suo linguaggio scuro nel timbro e luminoso nella dizione. Lo fa con un quartetto di valenti ed esperti musicisti, tra i quali brillano il chitarrista Romero Lubambo e il contrabbassista Reginald Veal, che sottolineano tutte le abilità della vocalist di Detroit. E l’appartenenza anagrafica alla città del soul si legge a chiare lettere dal fuoco che scaturisce dalle sue corde vocali. L’apertura è del combo strumentale, che acconcia una versione groovy di Summertime. Il canto della Reeves è naturalmente africano e trascina la tradizione verso la fonte. Da I’m In Love Again ai vocalizzi su ritmi latini, dalla ballabilità di Nine che cita The Girl From Ipanema, dal soul dichiarato di Cold, fino all’interpretazione di Just My Imagination, giusto il tempo per trainare il pubblico in un lungo caldissimo applauso che, a suo dire, è stato il più bello del tour europeo.

E Kurt Elling non è da meno. E così come per la Reeves, anche qui la platea del Nicolaus è gremita e affollata anche da musicisti provenienti da ogni angolo della Puglia. Il cantante di Chicago incarna la quintessenza del crooner doc, di quelli che si fa fatica a trovarne. Elegantemente vestito (secondo il sentimento statunitense) invade il palco con la sua minuta corporatura. Troneggia, e ancor più la sua voce baritonale possente ed energica che prende a schiaffi il pubblico con un introduzione degna della migliore tradizione operistica, poi sobbalzando sulle note più pop (rock) di Where The Streets Have No Name del patrimonio degli U2 e Who Is It? di Bjork, qui spolverate di jazz. Mette in campo tutta la sua panoplia vocale: dallo scat di miglior pregio a vocalizzi ricchi di calore, fino anche a una sorta di beatbox. Giganteggia, ma lascia ampio spazio ai suoi bravi sodali, cavalcando un repertorio non troppo scontato, seppur chinato verso un sound commerciale. Così arriva After The Door scritta da Pat Metheny, A Remark You Made di Joe Zawinull per i Weather Report. E’ sinceramente commosso quando parla di Mark Murphy e gli dedica I’ll Close My Eyes. Non v’è una grinza nella performance di Elling, chiamato per due bis (e le oltre cinquecento persone presenti ne avrebbero voluti tanti di più): cuore, fisicità, interplay con i suoi musicisti, e una voce che fa trasalire. E salire la pressione arteriosa.

Alceste Ayroldi