«DESTINATION UNDER CONSTRUCTION». INTERVISTA AD ANDREA MANZONI (PRIMA PARTE)

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«Destination Under Construction» è il titolo del secondo album da leader del pianista biellese Andrea Manzoni. Questa è la prima parte dell’intervista.

«Destination Under Construction»: un titolo, un messaggio?

Definire quello che faccio è complesso anche per me. L’essere irrequieto mi porta costantemente a ricercare nuove direzioni, a spingermi oltre quello che creo come musicista e compositore. Ho degli obiettivi chiari dentro di me ma, musicalmente, ho un’irrefrenabile voglia di cambiamento. Molte persone vedono questo aspetto come qualcosa di superficiale ma in realtà faccio, ne più ne meno, quello che sento di dover fare in un determinato momento. Ed ecco il perché di «Destination Under Construction». Credo che il messaggio sia decisamente chiaro: volevo che arrivasse alla gente in questo modo. Penso sia una condizione in cui i «giovani» (mi siano concesse le virgolette) siano costretti a convivere, che lo vogliano o no.

E’ il tuo secondo lavoro discografico da leader ed esce a distanza di poco più di un anno dal precedente. Le composizioni erano già nel cassetto, oppure si tratta di urgenza espressiva?

Il disco nasce dal fatto che scrivo musica in continuazione. Per ensemble diversi e su generi completamente lontani l’uno dall’altro. I brani presenti all’interno di questo ultimo disco sono stati scritti interamente per questo lavoro. Sentivo la necessità di uscire con un nuovo disco. Cerco sempre di rinnovarmi e mi capita, dopo aver inciso un album, di sentirlo già vecchio rispetto alle cose nuove che sto scrivendo. Penso di essere un compositore ossessivo compulsivo! Quotidianamente scrivo idee e pensieri musicali che prendono forma giorno dopo giorno. Forse il non sentirmi vincolato ad un determinato mercato mi porta ad essere più prolifico. Ma questo è un pensiero empirico, senza fondamenta. Confesso che ho cinque album in cantiere, due dei quali verranno pubblicati tra l’inverno 2014 e la primavera 2015. Tutti per case discografiche straniere.

Sicuramente qualcosa è cambiato nel tuo trio, anche per l’inserimento di Andrea Beccaro. Cosa hai voluto cambiare rispetto a «Quantum Discord»?

L’inserimento di Andrea è stato fondamentale per il sound del disco. Con lui i brani hanno preso una direzione più contemporanea. Forse estrema in alcuni brani. Ma era quello di cui avevo bisogno. Sonorità tra Frank Zappa e Chris Dave, passando per Matt Chamberlain e Mark Guiliana. Gli arrangiamenti sono stati curati nel dettaglio e il drumming è stato davvero decisivo. Non da meno la scelta della batteria, una Yamaha in quercia con una sonorità scura ed aggressiva, dalle pelli, all’accordatura, sino all’utilizzo dei piatti sovrapposti che ricordano un suono generato elettronicamente simile al rumore bianco.

I brani sono firmati da te, ad eccezione di Word Up! dei Cameo, che con te diventa quasi una suite, e di Mad World dei Tears For Fears. C’è un filo rosso che lega queste due scelte?

Il filo che lega Mad World e Word Up! è il fatto che siano due brani scritti  negli anni Ottanta, precisamente, e rispettivamente, nel 1982 e nel 1986. Non sono particolarmente legato alla musica di quegli anni, anzi la maggior parte dei brani proprio non mi piacciono.   Credo che l’amore per Mad World sia nato dal film Donny Darko. Usata come colonna sonora nella splendida versione di Gary Jules. Mentre per Word Up! sia stata più una sfida. Stravolgere un brano tra il pop e l’hip hop rendendolo una ballad quasi dub. Il take presente nell’album è il primo e unico fatto in studio. Un flusso di coscienza. Improvvisazione istintiva, no editing o  arrangiamento. Una versione viscerale alla quale sono molto legato.

A ben guardare i titoli e nell’ascoltare i brani, può sorgere un sospetto: sarà mica un concept album?

Non credo. Per lo meno non lo percepisco come un concept. Ma se ascoltandolo il pubblico lo identifica in quel modo la cosa mi aggrada.

Il tuo disco è coprodotto dalla Rsi-Rete Due: qual è il tuo legame con la Svizzera?

Ho iniziato la mia carriera da musicista in Ticino suonando con musicisti svizzeri e da li è poi nata la mia collaborazione come compositore ed esecutore per la Rsi, nello specifico il canale culturale Rete Due. Lavoro che faccio tutt’ora e che amo. Ogni turno in studio è una sfida: lavorare per i radio drammi o per le trasmissioni è molto stimolante.

E con l’Italia, invece, c’è qualcosa che non va?

Ho iniziato molto presto ad esibirmi fuori dai confini e di conseguenza la mia carriera si è sviluppata in questo modo. Le mie collaborazioni sono principalmente con musicisti stranieri, dallo svizzero Marcel Zaes, genio dell’elettronica, alla cantante armeno-americana Rosy Anoush Svazlian. In Italia non faccio parte di nessun circuito jazz, pop, rock e di conseguenza tutto è più difficile. Ma non mi lamento, perché sono felice di quello che sto facendo e da settembre mi trasferirò per due anni a Parigi per nuove avventure musicali.

In diversi tratti si ascolta un tuo amore per la classica, per esempio in Always Stay Alive. Chi ti ha ispirato?

Ho ricevuto una formazione classica dall’età di dieci anni. Nella mia famiglia c’erano cantanti d’opera, di coro ed attori di teatro. Il melodramma è entrato a far parte della mia formazione all’età di dodici-tredici anni quando con mia madre andavamo all’opera. Per quanto riguarda  Always Stay Alive è un brano di estrazione sicuramente classica per il tessuto armonico, il movimento delle voci e la struttura. Molti jazzisti oggi lavorano in questo modo. Primo su tutti Avishai Cohen (il contrabbassista). Reputo molto interessante tutta la corrente del cosiddetto jazz israeliano. Tornando alla domanda, i compositori che mi hanno influenzato di più e che ho avuto modo di studiare vanno da Bach, primo su tutti, a Brahms, Schubert, Mendelsson sino al Novecento, le Sonate di Prokofiev, i preludi e fuga di Shostakovic e molti altri.   

A Ayroldi

(prima parte)