«CYPRIANA», INTERVISTA A NICOLA PISANI

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«CYPRIANA», INTERVISTA A NICOLA PISANI

Di Alceste Ayroldi

«Cypriana» è il nuovo lavoro discografico di Nicola Pisani, sassofonista pugliese dalla lunga militanza. Ne parliamo con lui.

Nicola, già dal primo ascolto si intuisce che «Cypriana» sia un lavoro di ricerca e che abbia una storia da raccontare. Mi sbaglio? Qual è la sua storia?

Credo che questo progetto sia la sintesi di quarant’anni di vita immersa nella musica, una sintesi del mio modo di vedere, interpretare e vivere il mondo attraverso la musica. Un caleidoscopio di storie, esperienze, visi, suoni, timbri, profumi, pensieri, che si trasformano in emozioni per mezzo di segni grafici, formali e compositivi, coinvolgendo in questa emozionalità anche altri colleghi che devono non solo codificarne l’aspetto fisico-esecutivo,  ma soprattutto trasformarli in proprie emozioni, singole e poi collettive, tutto questo è un processo esaltante. Il ricercare, per un musicista, coincide con il divenire: può essere la curiosità verso il trattamento dei ritmi irregolari nella musica balcanica, o la storia di un popolo, la comunicazione verbale e non verbale con chi condividi esperienze, un onnipresente approccio semantico all’improvvisazione insieme a tante innumerevoli altre esperienze possibili contribuiscono alla necessità di creare. Finché tutta la tua vita cerchi di racchiuderla in poco più di un’ora di musica, volatile esattamente come lo è la vita stessa.

Perché Cypriana?

Tutto nasce da un contatto prima professionale e poi di grande stima reciproca con un collega, il sassofonista Yiannis Miralis, della European Cyprus University dove nel 2010 ho sostenuto una docenza Erasmus sull’improvvisazione e la conduction. Conoscendoci reciprocamente e a lungo discutendo sui significati del crear musica tramite l’improvvisazione e/o la composizione, mi ha proposto di pensare ad un lavoro che avesse come tema ispiratore il 50° anniversario dell’indipendenza di Cipro dall’occupazione inglese. Da questo ovviamente il titolo «Cypriana». Quindi con Yiannis dal parlar di musica si è passati al parlar di storia, politica, tragedie umane e sociali, e ho iniziato istintivamente a cercare in Cipro le emozionalità esistite ed esistenti dietro le date e i numeri. In definitiva la storia di questo paese è la storia di tanti paesi, è la nostra storia. Uno stato europeo (si adotta l’euro) ma geograficamente in Asia, una capitale, Nicosia, divisa a metà con i turchi (che l’hanno invasa nei primi anni Settanta) dove, in pieno centro storico, c’è una fascia cuscinetto in cui possono circolare solo mezzi e militari delle nazioni unite, un paese con mille contraddizioni. E poi la forte emozione è stata visitare il liceo musicale di Nicosia dove gli inglesi, prima di andar via nel 1960, per rappresaglia conseguente ad un attentato, hanno rastrellato ragazzi dello stesso liceo tra i diciassette e ventitré anni e impiccato davanti all’ingresso. Ho scoperto un paese e mille storie, e questo ci aiuta sempre a non chiuderci nel nostro piccolo orticello sociale e culturale, pericolo sempre presente nella nostra cultura di occidentali.

Le musiche sono tutte a tua firma. Hai unito il jazz della tradizione, spunti di avanguardia, folclore, passi sinfonici. C’è tutto il tuo vissuto artistico in questo disco.

Sono un musicista europeo, italiano, meridionale e pugliese…le mie influenze sono necessariamente dettate dai miei percorsi di studio, professionale e di gusto. Pratico, ascolto e adoro l’improvvisazione, il jazz, la nostra storia musicale millenaria, quella popolare che si spinge dal Mediterraneo ai Balcani, amo comporre per organici ampi, per anni ho praticato in un coro (esperienza fondamentale) e poi mi piace scrivere per i musicisti che conosco, scrivere per loro, dare gli spazi a loro più congeniali. Non scrivo musica per strumenti, ma per musicisti. Tutto ciò per me è jazz, non solo idioma interpretativo, formale, improvvisativo, ma approccio alla propria storia musicale. Il jazz, oltre che se stesso, mi ha dato il giusto e libero approccio al «fare» musica. Le composizioni sono tutte a mia firma, tranne il brano popolare cipriota che, eseguito da Michalis al violino e Andreas all’oud, è un omaggio di forte emotività alla loro storia.

Un ensemble nutrito: voce narrante, big band jazz, strumenti della tradizione folclorica (la lira calabrese, percussioni a cornice, per esempio), coro. Immagino che la procedura di «reclutamento e selezione» sia stata particolarmente articolata. Ce la racconteresti?

Tutti gli artisti coinvolti fanno parte della mia vita, conosco bene tutti, abbiamo molte esperienze artistiche in comune. Molti sono calabresi perché da quattordici anni insegno e dirigo il dipartimento jazz del conservatorio di Cosenza, scrivere per loro è semplice. Immagino già la loro reazione e il loro approccio sia interpretativo che improvvisativo. E insieme è più facile creare, appunto, un unicum emotivo. Un grande apporto per la drammaturgia l’ha dato Maria Luisa Bigai, tante performance letterarie/improvvisative fatte insieme, il sempre presente e amico da una vita Marco Sannini, poi Carlo Cimino, Piero Gallina con cui abbiamo condiviso un tetto sotto cui dormire a Cosenza e tanti progetti in questi anni insieme a Checco Pallone e Massimo Garritano….insomma reclutate le «persone giuste», ho scritto per loro. E se per un motivo o per l’altro cambia qualcuno, devo rivedere le partiture. Per questo ho inserito i tamburi a cornice e la lira calabrese, perché c’erano musicisti bravissimi nel suonarli, ma sicuramente anche perché la lira è uno strumento tradizionale anche di Cipro. Non è un caso che la Calabria sia immersa nel mediterraneo ed è un’altra zona europea piena di potenzialità e contraddizioni esattamente come Cipro. Poi il coro: sono cresciuto in un coro e molto giovane ascoltavo indifferentemente l’Hallelujah  di Hendel e «Free Jazz» di Ornette. Per fortuna nessuno mi ha mai detto che l’una o l’altra erano brutta musica o noiosa, e quindi mi è sembrato sempre naturale muovermi e stimolare curiosità musicali. Si, lo ammetto, mi piace la musica corale ed anche il gregoriano, fa parte della mia cultura.

Una cosa che stupisce è che nell’ elenco dei musicisti non figura il  tuo nome. Ti sei riservato la direzione del large ensemble?

Anche in questo non mi vergogno a dire che….mi piace dirigere. Non so se lo so fare, ma mi piace farlo con le mie partiture ma anche creare conduction (ne è presente appunto una in Cypriana). Ogni esecuzione di conduction improvvisata la numero, farle mi esalta, è come avere un enorme strumento e improvvisarci, utilizzando l’apporto improvvisativo degli artisti coinvolti come esperienze vissute da manipolare per creare l’evento successivo. Funzionano solo se il collettivo diventa un unico elemento arricchito dalle diversità. E’ molto simile all’evoluzione culturale, se una cultura è aperta sa fondersi con culture diverse per crearne una più grande e profonda, questo è un giusto collettivo di improvvisazione. Della direzione amo il coinvolgimento e il fare gruppo per creare un evento. Guardare negli occhi tutti, insieme creare un’emozione multipla da trasmettere a chi ascolta. E poi il piacere più grande è vederla nelle espressioni e negli occhi di chi suona la tua musica. Tutto ciò è veramente impagabile. Senti di aver fatto una cosa giusta, tra le tante sbagliate che si fanno nella vita…..

Un disco registrato dal vivo nell’aula Magna dell’università La Sapienza. Avevi già deciso prima per la registrazione live?

Avevo preso in considerazione una registrazione live. Preferisco un live, pieno di errori con pochissime possibilità di editing ed equalizzazione, con tempi un po’ più dilatati dettati dall’esecuzione live piuttosto che ore e giorni in studio per un prodotto sicuramente più curato ma freddo. Faccio jazz e sono un improvvisatore, cosa c’è di più rischioso-vantaggioso in musica se non l’improvvisazione? Non hai reti protettive, non hai un leggio davanti, l’errore deve diventare un non errore, e quello che suoni scompare esattamente nel momento stesso in cui lo produci. Fotografare il momento con una registrazione live ha gli stessi rischi, con il vantaggio che male che va butti tutto via, o se lo mantieni c’è la «famosa» parte emozionale che in studio, soprattutto con un grosso organico, si perde.

Hai preferito l’autoproduzione. Una scelta economica, politica o sociale?

Assolutamente politica e sociale. Oggi fare un cd è la cosa più semplice e poco costosa che esista (ho una certa età e ho avuto la fortuna di incidere un paio di lp, posso assicurare che in proporzione ad oggi costavano di più), se ne producono troppi in un mercato che non esiste più. Non ho fatto un cd per il mercato, l’ho fatto per documentare un percorso musicale e umano, e anche perché, scusa l’auto incensamento, a me questo lavoro mi piace, mi ci riconosco. Poi se qualcuno scopre che esiste può ottenerlo solo se ci si scontra da qualche parte. Poi sono libero di regalarlo, venderlo a cifre diverse in base ai luoghi che frequento, non ho dovuto cedere diritti, pratica molto antipatica e diffusa quando non ci sono motivi che la giustificano, la grafica l’ha curata mio figlio Enea con la supervisione di mia moglie Roberta, la post produzione lo studiolo di Checco, e sono andato in auto a ritirare i pacchi alla stamperia: c’è qualcosa di antico e analogico in tutto ciò.

Presumo sia parecchio difficile poter ripetere l’esperienza del live di questo ensemble. Hai pensato anche a qualche soluzione alternativa?

Non possono esistere soluzioni alternative, se non la buona volontà e l’entusiasmo di tutti gli artisti che contribuiscono ora a «Cypriana». Poi si è tutti coscienti che quando si creano progetti di questo tipo non si possono fare tante esecuzioni. Ma alla fine va bene anche così due, tre all’anno lo mantengono più vivo. Poi, non si sa mai: dovessi diventare veramente famoso!

Non è facile vederti suonare in giro. Anche questa è una scelta politico-musicale?

Forse tendo più a pensare e fare musica che venderla. E’ un mio difetto, ma allo stesso tempo uno stimolo ulteriore. E poi ho un caratteraccio, e spesso dico quello che penso, e questo non sempre va bene. Il mio rapporto con un luogo è sempre relativo, da giovanissimo ho iniziato a muovermi, e ancora non mi sono fermato, e questo è un discorso relativo alla puglia, regione in cui vivo e in cui suono molto poco ma non per scelta ma per opportunità diverse dal mio modo di far musica. Non amo le mode, il mercato e i falsi rapporti di benevolenza, sono un uomo libero e tale voglio rimanere. Certe scelte le paghi con una minore presenza sui palcoscenici ma quelle che ci sono state e ci saranno sono reali. «Cypriana» è di scena al Talos Festival l’8 ottobre e ringrazio Pino Minafra per avermi invitato, e lui può confermare che non ho mai proposto miei progetti; lui come tanti sanno che esisto e se un direttore artistico è dotato di quella curiosità necessaria e insita nella sua funzione, prima o poi inciampa nel mio fare musica con una maggiore attenzione, nel mare magnum delle produzioni discografiche e delle proposte di tanti e bravi musicisti.

Hai una grande esperienza musicale. Cosa ne pensi dell’attuale situazione italiana del jazz?

Domanda pericolosissima!. Ti sono sincero, ci sono tanti strumentisti bravissimi e pochi musicisti, in passato c’erano molti musicisti e pochi strumentisti bravi. Anche se qualcuno può contestarlo, io suono e scrivo jazz, ma quello che si chiede ora non è jazz, ma la sua rappresentazione replicabile in cui tutti si possano riconoscere. Il jazz si è fortemente accademizzato, ma non nel senso didattico, ma nel senso ricettivo. Non è più considerato musica in evoluzione ma evento storicizzato e molti musicisti si adattano a questo percorso professionale, forse perché produce più lavoro o fama (l’edonismo dei musicisti è trasbordante anche se ovviamente necessario, ma in dosi controllate….), ma non idee in evoluzione. Questo è preoccupante per uno stile che ne ha fatto per decenni un manifesto, rischia l’estinzione per eccesso di cristallizzazione stilistica, poi rimarranno solo i musei autorappresentativi. Mi fermo qua, potrei diventare cattivo quanto la domanda che mi hai fatto!

E dal punto di vista politico, cosa ne pensi del fermento di questi ultimi tempi?

La politica è tutto, i fermenti che vedo sono solo piccole scosse dettate da una crisi paventata quanto falsa e organizzata a tavolino. Se la politica avesse l’autonomia di pensiero che dovrebbe avere, sarebbe tutto diverso, ma viviamo in una società con una cultura liquida, che si adatta alle forme esistenti invece di diventare forma. E questo si riflette anche nel nostro lavoro e la responsabilità è proprio nella “politica” che, liquida pure essa, non si assume responsabilità né sociali e tantomeno culturali. Un po’ di tempo fa si chiedeva ai governi di centro-sinistra di fare qualcosa di «sinistra», adesso ci si accontenterebbe che facessero qualcosa di «politico». In musica chiederei di essere sorpreso, non di adagiarmi nella sicurezza e ovattata certezza ascoltando qualcosa che non conosco ma che so già come si evolve e dove andrà a finire. Questo accade sempre più spesso, purtroppo.

In particolare, in Puglia come vanno le cose?

Vivo la Puglia per appartenenza geografica. L’ultimo progetto pugliese politico-musicale che mi ha visto creatore e partecipe entusiasta è stata l’orchestra Meridiana, progetto di grande valenza artistica, politica e umana. Poi collaborazioni in interessantissimi progetti di colleghi pugliesi come la Minafric di Pino e Livio Minafra, o i tanti progetti di Tonino Dambrosio e Vincenzo Mastropirro. Al di fuori della musica suonata non ho mai apprezzato l’organizzazione musicale regionale delle produzioni degli ultimi anni, né da un punto di vista politico, che economico e di intenzioni culturali. La cultura e l’arte producono un modello economico positivo nella loro autonomia, ma qualcuno ha pensato invece di applicare un modello preconfezionato di economia per produrre cultura e arte. Non mi sembra che, dopo anni, ci siano tanti risultati positivi nella nostra capacità di produrre arte in regione. Tante idee, persone, competenze, continuano a produrre in silenzio da sole.

Che fine ha fatto la Dolmen Orchestra?

Esaurita, come la Meridiana, tutto esaurito per mancanza di attenzione da parte nostra prima di tutto, per naturale esaurimento, e anche perché molto spesso gli interessi individuali travalicano quelli collettivi. Questi organici nati con un forte spirito collettivista hanno subito lo sfaldamento anche politico e socio-culturale italiano degli ultimi 20 anni. Io ci ricasco sempre, vedi «Cypriana», ma non è più come la Dolmen o la Meridiana, un progetto collettivizzato, è il mio progetto, «grasso», impossibile da gestire, invendibile, ma il mio, e me ne assumo tutte le responsabilità. Se finirà, forse ne nascerà un altro dalla mia testa o sarà l’ultimo, ma non ci troveremo più, come ora accade con tanti colleghi, a dire: «Peccato era una bel progetto», semmai me lo dirò da solo..

Chi è stato il tuo mentore artistico?

Difficile rispondere, ci tento. Per il pensiero filosofico-musicale, sicuramente Eugenio Colombo, per la gestualità e la direzione, Bruno Tommaso, per l’organizzazione formale della composizione Bach e Mingus, sulla libertà espressiva al sassofono, Eric Dolphy, sul perché far musica e continuarla a fare, la mia compagna Roberta, non ci fosse stata lei non avrei resistito alla voglia di smettere e lasciar perdere tutto.

Cosa è scritto nell’agenda di Nicola Pisani?

Ricordati che sei un improvvisatore. I tuoi errori fatti, devi trasformarli in scoperte positive per andare sempre avanti…e tutto ciò e molto jazz!

Alceste Ayroldi