COSTELLO & THE ROOTS: NOTTURNO URBANO

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All’anagrafe londinese risulta come Declan Patrick McManus ma per tutti, dalla fine degli anni Settanta, è noto con lo pseudonimo di Elvis Costello: un patronimico, in realtà, visto che anni addietro il padre cantava nella big band di Joe Loss spacciandosi come “Day Costello”.

E l’oggi cinquantanovenne cantante, chitarrista e compositore ha contribuito non poco, fin dal 1977, alla vitalità della scena rock britannica. Musicalmente agitato, culturalmente affamato, ha spesso collaborato con Burt Bacharach,  con il quale scrisse belle canzoni, ma anche con Paul McCartney, Brian Eno e Chet Baker.

Con il jazz, a parte Chet, ha un rapporto di parentela vera e propria: ha infatti sposato Diana Krall, per la quale firmerà sei brani del disco «The Girl In The Other Room» (Verve, 2004).

Tra Costello e il gruppo hip-hop The Roots è amore a prima vista, perché il musicista britannico insegue da sempre la genuinità e i rappers di Filadelfia ne hanno da vendere: nei loro testi Black Thought e ?uestlove (si pronuncia Questlove)  fanno il pelo e il contropelo all’America a stelle e strisce e sanno essere tanto ruvidi da aver influenzato lo hip-hop underground, quello che non passa né in radio né alla tv.

L’incontro ha dato vita a un album che rappresenta perfettamente sia l’uno che gli altri: «Wise Up Ghost» (Blue Note). Un disco che non è di hip-hop, come avverte Fabrizio Versienti nell’articolo pubblicato su Musica Jazz di novembre, in cui si spiega per filo e per segno la genesi di questo bel lavoro e si traccia il filo conduttore in musica che Costello & The Roots hanno seguito.

A Ayroldi