CORRADO BELDÌ: IL JAZZ È UNA COLLEZIONE D’ARTE

236

Corrado Beldì, da dieci anni sei direttore artistico di Novara Jazz, che, per il quarto anno consecutivo, oltre agli appuntamenti estivi, propone anche una stagione invernale con grandi nomi in cartellone. Questa volta il cuore pulsante sembrano essere le tre formazioni in trio, con a capo Vijay Iyer, Peter Brötzmann e  Mike Westbrook, tre maverick che hanno sempre giocato al di fuori delle regole del mainstream. Come mai questa scelta?

Ci piace l’idea di portare in cartellone aspetti disparati, per certi versi contrastanti, della musica d’oggi. America, Germania e Regno Unito. Vijay Iyer, Peter Brötzmann e Mike Westbrook rappresentano tre filoni molto diversi del jazz contemporaneo. Con Vijay Iyer ospitiamo forse il più interessante piano trio del jazz americano contemporaneo; Vijay è un pianista coltissimo (da poco ha anche una cattedra ad Harvard), la cui musica è un continuo sovrapporsi di stratificazioni: la cultura afro-americana, i suoni della musica contemporanea, la tecnologia digitale e tante sollecitazioni geografiche differenti. Ci conosciamo da dieci anni, ma l’occasione di portarlo a Novara è arrivata solo adesso. Con Peter Brötzmann il motivo è evidente: quando organizzi un festival da 10 anni, inevitabilmente cominci a guardare alla sua breve storia come a un album di figurine… Per chi ha l’ambizione di investigare tutti gli aspetti dell’improvvisazione radicale europea, è questo il nostro caso, Peter Brötzmann è una figura imprescindibile. Un monumento della storia della musica. Siamo molto orgogliosi di ospitarlo. Mike Westbrook, musicista per il quale nutro una stima immensa, prosegue un discorso avviato da molti anni, di ricognizione del jazz inglese del dopoguerra. Ricordo i concerti di Stan Tracey e Alexander Hawkins (entrambi con Louis Moholo), Evan Parker (in un memorabile duo con Michael Nyman), ma anche Norma Winstone, fino a Phil Minton, una voce unica nel panorama mondiale, che sarà finalmente da noi il prossimo 25 gennaio 2014.

In tempi non troppo felici per i finanziamenti destinati alla cultura voi, in assoluta controtendenza, avete raddoppiato e ora proponete due rassegne l’anno. Come ci siete riusciti?

Tanto lavoro e tanta passione! La nostra è una piccola associazione culturale che lavora sostanzialmente su base volontaria, non ha costi di struttura, non ha una sede e non ha dipendenti. Tutto ciò ci consente di operare in un territorio nel quale le risorse per la musica, soprattutto d’avanguardia, sono scarsissime. Abbiamo lavorato a stretto contatto con le fondazioni bancarie, che ci sostengono proprio per la qualità della nostra programmazione, per il risalto critico che i nostri concerti hanno avuto sui media e soprattutto per la costruzione progressiva di un pubblico fedele e competente. Stiamo lavorando con grande energia per fare rete con altre realtà del territorio: il Teatro Coccia (che ci ha affidato la curatela di Aperitivo in Jazz, una rassegna a carattere didattico, nella quale esploriamo progetti più melodici e legati alla storia del jazz), il Conservatorio di Novara (che auspichiamo possa presto avere una cattedra di jazz), l’Istituto Musicale Brera (che ospita alcuni nostri concerti), la Scuola di Musica Dedalo (con la quale realizziamo workshop formativi) e poi il Comitato d’Amore per Casa Bossi (il capolavoro del neoclassico italiano, un edificio abbandonato nel quale stiamo realizzando attività espositive, incontri e concerti), la Società Fotografica Novarese (nostro partner per mostre di fotografia di spettacolo) e altre associazioni.

Dieci anni di Novara Jazz, con i tempi che corrono un anniversario di tutto rispetto. Come è cresciuto nel corso del tempo il festival?

 Il festival è stato fondato e ideato assieme a Riccardo Cigolotti, mio amico e alter ego, il quale aveva organizzato due concerti jazz a Novara dieci anni fa. Allora mi dedicavo solo alla critica musicale. Abbiamo unito le forze e abbiamo progressivamente coinvolto le istituzioni locali. La vera svolta è stata dotarsi di una organizzazione piccola ma estremamente ramificata, fatta di ragazzi sotto i 25 anni, che entrano in stage formativo e poi rimangono con noi, occupandosi, con spiccata autonomia, dei diversi aspetti organizzativi. Tutti i nostri ragazzi, fino ad ora, una volta terminati gli studi hanno trovato occupazione e ciò ci rende molto orgogliosi. Il successo di pubblico, invece, è stato costruito sulla prevalenza di concerti gratuiti, in particolare quelli che avvengono all’aperto, nel cortile medioevale del Broletto di Novara e nei luoghi più belli della provincia. Il modello è semplice: più pubblico, più sponsor, più turismo, più consumi, più valore creato per il territorio.

Novara Jazz ha il pregio di proporre scelte artistiche insolite, avventurose e fuori dal coro. Con quale criterio scegli gli artisti da invitare alla rassegna?

 È molto raro che le scelte siano suggerite da promoter o da manager di gruppi: amiamo essere i motori della programmazione, privilegiando nuove produzioni oppure progetti mai ascoltati in Italia. Molti concerti nascono dopo anni di dialogo con musicisti amici: ci piace che Novara Jazz possa essere il festival che ospita per la prima volta un progetto che al musicista sta molto a cuore, ma che per vari motivi non ha mai potuto realizzare. Siamo pungolo e stimolo. Ci piace osare. Come quella volta in cui Michael Nyman mi chiamò una mattina per dirmi: “Ciao Corrado, l’anno prossimo vengo a suonare a Novara Jazz, che ne dici?”. Scherzavamo da anni su un improbabile duo con Evan Parker, poi Michael trovò un pianoforte scordato a Berlino e capì che quello strumento ferito sarebbe stato il filtro ideale per improvvisare con Evan e per superare un inconfessabile timore reverenziale. Ecco, alcuni progetti nascono per amicizia e diventano dunque più realizzabili per chi, come noi, ha budget molto limitati. Penso a quando ho proposto a Gianluca Petrella di lavorare sulle musiche di Nino Rota, un progetto presentato a Novara e poi andato in tour, oppure all’inedito duo di Anat Fort e Gianluigi Trovesi, che presto registreranno per ECM. L’anno scorso poi abbiamo anche avviato un programma di residenze, che ci ha permesso di ospitare per una settimana, nel bellissimo agriturismo del Vignarello, l’Italian Instabile Orchestra. Più in generale, Riccardo è più legato agli epigoni del free jazz, io sono più legato ai suoni dell’Europa centrale e della Scandinavia. Il dibattito è costante. Devo ammettere che siamo piuttosto esterofili, nel senso che ci sforziamo di dedicare al jazz italiano uno spazio non superiore al 20%. Non si tratta di scarsa attenzione, ma semplicemente il panorama mondiale è amplissimo e sono tanti gli ambiti espressivi da scoprire e decine le nazioni al mondo in cui si fa musica improvvisata interessante! Vogliamo essere multicentrici e stimolare, piuttosto, le collaborazioni tra musicisti italiani ed internazionali.

Nel tuo festival affianchi da diverso tempo ai concerti serate con i dj, quali sono le ragioni di questa scelta?

Siamo da sempre interessati a quei dj contemporanei che lavorano su remix di suoni affini ai nostri, penso a Spooky, Rupture, King Britt, VERT e tanti altri che abbiamo invitato a Novara Jazz, spesso per delle residenze in cui hanno potuto lavorare sui suoni del festival e della città. I dj set hanno tuttavia anche un valore strategico, perché ci consentono di avvicinare il pubblico più giovane alla musica di ricerca, senza disdegnare anche momenti di divertimento. Negli ultimi anni abbiamo anche ospitato molti dj sui-generis, selezionatori di dischi in vinile, principalmente collezionisti di 45 giri di musica funk, soul, popcorn e afrobeat, per serate dance molto sofisticate. Persone malate di musica, un po’ come noi.

Quali concerti ritieni memorabili e, in qualche modo, hanno fatto la storia di Novara Jazz?

Considerando il nostro modo di lavorare, ogni concerto è per noi memorabile: una lunga gestazione e relazioni speciali con gli artisti. In questo momento però mi vengono alla mente alcuni momenti davvero indimenticabili: il solo di Evan Parker al tramonto con duemila persone sedute attorno al palco, il primo concerto europeo di Hypnotic Brass Ensemble (e un secondo inatteso concerto l’indomani, in mezzo alle risaie, dopo che avevano perso l’aereo per tornare a casa), l’ultimo concerto italiano del Willem Breuker Kollektief, la diffusione delle registrazioni di Jelly Roll Morton per la Library of Congress durante il giorno in dieci punti per le vie di Novara, un Teatro Coccia gremito e grondante di balli e di sudore per World Saxophone Quartet, il duo di Han Bennink e Roberto Ottaviano sotto il grande cedro di Villa Picchetta, lo Stride Summit con il funambolico Dick Hyman, la performance di ROVA pensata da Massimo Bartolini, un pianoforte solo di Fabrizio Ottaviucci e più di recente Rob Mazurek con Chicago Underground Duo e l’inedito progetto di Eco d’Alberi con Wadada Leo Smith. Ci sono poi fatti che cambiano in qualche modo la storia della città, come quando Riccardo invitò per un concerto Sabir Mateen in quartetto con Warren Smith, Jane Wang e Matt Lavelle: Sabir s’innamorò di Novara e decise di restarci e così a volte la sera suona per le vie del centro e insomma, quando le note di questo leone del jazz più radicale risuonano tra le nostre case, noi ci sentiamo pienamente responsabili!

 Qual è il progetto che desidereresti ospitare alle prossime edizioni di Novara Jazz e non sei ancora riuscito ad avere?

Sono moltissimi! Vorremmo ospitare la ICP Orchestra, ma vorremmo anche avere l’opportunità di invitare qualche vecchia leggenda del free, ad esempio un solo di Cecil Taylor, se ne avremo le risorse ed il tempo. Ho poi un sogno del cassetto: far suonare assieme Louis Moholo e Abdullah Ibrahim, ma prima occorre che facciano pace. Stiamo pensando, inoltre, ad alcune produzioni: prosegue il progetto “Novara Jazz goes to Ethiopia” (nato grazie alla spinta di Mulatu Astatke), con scambi di progetti e di musicisti tra Novara ed Addis Abeba. Inoltre, stiamo lavorando con Wayne Horwitz alla formazione, finalmente, di un suo European Ensemble, per tramandare il lavoro di Butch Morris (amico e genio della musica, che avremmo voluto tra noi nel 2014, dieci anni dopo la sua presenza a Novara Jazz). Inoltre, ci piacerebbe portare musica contemporanea ed elettronica a Casa Bossi e penso che un personaggio come Christian Marclay, protagonista tra le altre cose della prima conduction di Butch nel 1985, sarebbe il personaggio ideale per sonorizzare un luogo così magico.

Sei un appassionato d’arte contemporanea, esiste un legame tra questa attività e la direzione artistica di una rassegna di jazz?

Chiunque si occupi di espressioni artistiche contemporanee non può prescindere da un’esplorazione di altri ambiti di ricerca. Musica contemporanea, arti visive, cinema, teatro, letteratura: sono tutte espressioni del nostro tempo ed è impossibile non accorgersene. Nel mio caso, peraltro, la passione per il jazz è nata per colpa di un quadro di Magritte, che stranamente mi ha portato ad acquistare un disco di Dexter Gordon. Difficile elencare i legami tra musica e arte contemporanea: sono infiniti! Occorre sempre avere curiosità e voglia di andare oltre i limiti. E’ bellissimo poter mescolare. C’è un meraviglioso video di Anri Sala che ha come protagonista Jemeel Moondoc: una lunga improvvisazione sul balcone di un palazzo di periferia, musica e immagine, infinita bellezza.

Come vedi di questi tempi in Italia il ruolo del direttore artistico o, più nello specifico, dell’operatore culturale? Che caratteristiche deve avere per far vivere una rassegna e per essere portatore di cultura, anche rispetto al territorio?

Occorre un costante di coinvolgimento delle istituzioni locali, degli sponsor, degli esercenti e di tutte le realtà sociali che insistono sul territorio. È un lavoro infinito che ha l’obiettivo di coinvolgere, gratificare, stimolare dei percorsi comuni. La prima ambizione, ovviamente, è quella di portare sul territorio in cui si è nati e cresciuti delle esperienze artistiche di qualità, che possano contribuire a una crescita culturale complessiva della città e dei suoi cittadini. Qualche anno fa il nostro sogno era arrivare a 10 anni di programmazione, ora invece vorremmo diventare più “istituzionali”. Si badi bene, non parlo di ufficio e di struttura organizzativa (la nostra leggerezza è una condizione imprescindibile per essere davvero liberi e dunque creativi e felici), ma piuttosto di consolidare la nostra posizione in città, di avere qualche risorsa in più per non perdere così spesso il sonno e per ampliare ulteriormente l’offerta in due ambiti: il rapporto con le arti visive e la valorizzazione, attraverso la nostra programmazione, della tradizione enogastronomica locale. Vogliamo lavorare sempre di più con l’Azienda Turistica Locale e l’assessorato al turismo della Regione Piemonte. Crediamo che sia importante essere di stimolo per aumentare l’attrattività turistica e culturale del nostro territorio.

Progetti per il futuro?

Il primo obiettivo è sopravvivere: in questi tempi di ristrettezze finanziarie sarebbe già un buon risultato! Vorremmo poi che Novara Jazz continuasse a fare delle scelte fuori dagli schemi. Occorre trovare strumenti sempre nuovi per aumentare il pubblico. Vorremmo che il festival diventasse uno strumento di promozione del territorio novarese e delle sue bellezze, dalle risaie ai bellissimi laghi. Vorremmo avere una piccola etichetta musicale che possa testimoniare, magari stampando poche copie, ma con una distribuzione globale, ciò che facciamo. Infine, vorrei continuare a lavorare con una squadra di ragazze e ragazzi giovani e motivati che mi consentano, nel medio periodo, di assumere un ruolo meno visibile e di occupare il mio tempo solo per stimolare la nascita di nuovi progetti creativi.

 

Rosarita Crisafi