Clockstop Fest Meeting 2017: 12, 13 e 14 maggio – Fasano

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clockstop fest meeting fasano

L’improvvisazione come musica dell’anti-opportunismo

CLOCKSTOP FEST MEETING 2017: 12, 13 e 14 maggio – Fasano

Il Clockstop Fest Meeting, alla terza edizione dopo l’ottima riuscita delle precedenti, ha cambiato sede, spostandosi nella città di Fasano, abbastanza nuova a esperienze di musica improvvisata, sebbene sede dal 1998 della rassegna Fasano Jazz. Malgrado ciò, la città ha accolto con curiosità e positivo calore l’evento, nella cornice del Chiostro dei Minori Osservanti, rivelatasi non soltanto suggestiva, ma, quanto alla resa acustica, più adeguata del Chiostro delle Clarisse di Noci.

Ancora una volta il raduno ha visto come proprio direttore artistico Marcello Magliocchi, con la consueta collaborazione dell’associazione White Noise Generator (in particolare i musicisti Marco Malasomma e Luca Antonazzo e l’artista visuale Jime Ghirlandi, autrice delle belle soluzioni grafiche), già partecipe dell’idea e degli spunti operativi delle edizioni precedenti, cui si sono aggiunte le realtà locali Eliogabalo (Circolo Arci di Fasano) e TrackZero (Alberto Mocellin, Clotilde Palasciano, Mariagrazia Pinto, Tiziana Pinto, Antonietta Rubino, Piero Schiavone, Roberto Stomeo), oltre che il patrocinio dell’Amministrazione comunale.

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All’incontro ha partecipato innanzitutto un nucleo di musicisti già presenti all’ultima edizione, tra i più stretti collaboratori del direttore artistico, suddivisi grossomodo tra un asse pugliese, uno britannico e uno belga.

Sono così stati della partita: Luca Antonazzo (alto); Matthias Boss (violino); Lawrence Casserley (elettronica); Jean Demey (contrabbasso); Marcello Magliocchi (batteria e percussioni); Marco Malasomma (elettronica); Martin Mayes (corno); Adrian Northover (soprano); Maresuke Okamoto (violoncello); Guy-Franck Pellerin (sassofoni); Willy Van Buggenhout (elettronica); Jean Michel Van Schouwburg (voce).

clockstop fest meeting fasano 2017
Foto Alberto Mocellin

A essi si sono aggiunti altri ospiti stranieri – come i giovani musicisti britannici Tom Jackson (clarinetto) e Daniel Thompson (chitarra) – o italiani. Tra essi figure storiche dell’improv nazionale, come Angelo Contini (trombone) e Bruno Gussoni  (flauti) o giovani promesse locali, come Domenico Saccente (fisarmonica) e Alessandro Semeraro (clarinetto).

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Foto Alberto Mocellin

Rispetto all’edizione del 2016, nella quale i set si erano succeduti secondo un programma predefinito dal direttore artistico in tutti gli accostamenti tra i vari artisti (in base alla considerazione che nella musica improvvisata non esistono «formazioni sbagliate»), in questa i vari gruppi esibitisi – dal duo al sestetto – sono stati composti di volta in volta nell’immediatezza (fatto salvo un minimo criterio di organizzazione, inteso a garantire il teorico diritto di ciascuno di suonare con tutti gli altri) risultando così più liberi nell’approccio, con massima partecipazione (e responsabilizzazione) individuale e minimo rilievo per eventuali logiche di gruppo.

Si è così portata alle estreme conseguenze proprio la nozione di «opportunità» (e di «anti-opportunismo», in quanto all’opportunismo diametralmente opposta) tanto cara a Magliocchi, che così ha inteso precisare il proprio approccio:
«Esistono (o dovrebbero esistere) musicisti singoli, che si mettono a disposizione e a confronto, proponendosi nello scorrere temporale e nello spazio in cui vanno a manifestare un suono personale. Poi è chiaro che ogni formazione e ogni impasto timbrico, vanno successivamente  verificati. Ma sempre di musicisti si tratta e ognuno – con la propria maturità, con il senso di ascolto o di silenzio o quant’altro – è responsabile del risultato finale».

A margine di ciò, il batterista ha puntualizzato anche il proprio punto di vista circa i rapporti tra jazz e musica di libera improvvisazione:
«Non è come il jazz (con tutto il mio più profondo rispetto per chi lo ha prodotto e suonato): è un’esperienza molto più profonda. Il vero senso della prova è nella libertà che viene riconosciuta: si deve essere in grado di gestirla. Il risultato è sconosciuto: e questo è il bello. Esso permette di verificare non soltanto le differenti qualità umane e culturali, ma anche l’approccio diversificato come intenzione. Questo, naturalmente, anche in negativo: facendo riemergere alcune delle cose che non hanno a che fare con la libera improvvisazione, ma che appartengono al mondo accademico o peggio a quello dell’ego e del non-ascolto. Io credo che esistano soltanto persone, centrate o meno sull’obiettivo del raggiungimento del suono collettivo. Per questo non credo neppure alla conduction ad opera di una sola persona, perché ho sperimentato spesso – e davvero con grandi musicisti di riferimento, coi quali ho suonato – che esistono nel momento compositivo “condotti” e “conduttori”, per così dire. Nello scambio di queste funzioni, nel tempo della performance, tutti i partecipanti si trovano sullo stesso piano espressivo e concorrono alla composizione. Per ottenere ciò non si utilizzano le tecniche strumentali o quelle organizzative imparate a scuola, si utilizza l’ascolto, il buon senso, l’umiltà. Elementi che nella vita si incontrano come principi etici. Forse. Ognuno è libero di scegliere se seguirli o no. Credo che questo tipo di approccio sia l’unico. Diversamente non può funzionare: si fa e si è altro che musicisti ed improvvisatori, o esseri umani.

Le serate del 13 e del 14 sono state concluse, come d’uso, da due set collettivi a cui hanno partecipato tutti i musicisti, il primo condotto da Adrian Northover, il secondo privo di conduzione.

Nella due giorni di concerti (il 12, oltre al raduno dei musicisti, è stata soltanto colta l’occasione per celebrare un incontro dimostrativo – circa le opportunità offerte dalla manipolazione elettronica in tempo reale dei suoni acustici – tra Lawrence Casserley e dei liceali fasanesi), sono stati sperimentati vari approcci personali e, soprattutto, gli esiti della loro confluenza.

clockstop fest meeting fasano
Foto Alberto Mocellin

I risultati sono stati ancora una volta di estremo rilievo: la rarefazione del numero dei partecipanti, rispetto alla precedente edizione nocese, ha giovato all’insieme finale, caratterizzato da una dimensione espressiva più compiuta e rilassata, suscettibile di produrre effetti di grande coesione già a partire dai concerti serali del primo giorno.

Di certo meglio gestita la presenza dell’elettronica, stavolta perfettamente inserita nel contesto ambientale e nell’interazione strumentale, anche grazie alla migliore resa acustica. Anche la presenza di un solo set di batteria/percussioni (ovviamente affidato allo stesso Magliocchi, che ha confermato di vivere una seconda giovinezza di straordinario performer) ha contribuito alla sensazione complessiva di maggiore compiutezza.

Se indubbiamente esistono assi diversi nel parterre dei musicisti intervenuti, tali da raccordare maggiormente alcuni tra essi intorno a spunti comuni (per ragioni artistiche, ma anche di pretta comunanza umana o geografica), essi si sono atomizzati nella caleidoscopica visione collettiva, che ha tenuto di vista l’unico obiettivo della concorrenza a formare un suono (e un ideale di vita) comune.

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Foto Alberto Mocellin

E’ qualcosa che eccede una visione esclusivamente musicale, concorrendo a formare un pensiero più ampio, una originale visione del mondo – per così dire – fondata sulla ricerca e sulla scoperta, che sa usare il suono (e il rumore), così come il silenzio, e può portare il musicista/compositore ad assumere, in un’ottica cageana, un ruolo sociale diverso e auspicabilmente incisivo, almeno come utopia.

In questo contesto culturale, dai partecipanti sono venute conferme importanti, del resto trattandosi di personalità già da anni coerentemente coinvolte in questo processo creativo, tuttavia capaci ancora di spunti di generosità che fungono da ponte intergenerazionale, tale da permette l’integrazione di giovani di grande talento, come i britannici Jackson e Thompson o gli italianissimi Saccente e Semeraro.

Dunque il bilancio finale è ancora una volta eccellente, per gli esiti artistici, per il futuro che speriamo possa prospettare in termini di sostenibilità, per l’integrazione sinergica tra le associazioni che hanno saputo garantire una perfetta gestione logistica dell’evento e, non ultimo, per la risposta di un pubblico estremamente attento e interessato.

Sandro Cerini