Chris Hunter: da Westbrook a Gil Evans

Il sassofonista londinese, protagonista delle notti umbre del 1987, ci racconta la sua storia

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Chris Hunter

Sappiamo che hai conosciuto Gil Evans nel 1983, per il tour – e relativo disco – della British Orchestra. Chi era stato a coinvolgerti, forse John Surman? E che cosa ricordi oggi di quell’esperienza?
Il primo ad accennarmi qualcosa fu Malcolm Griffiths, il trombonista, mentre eravamo in sala d’incisione per un disco pop di Nick Heyward. Gil era stato invitato a dirigere una band britannica, così pareva, e a Malcolm era toccato il compito di metterla assieme. Io e Malcolm avevamo già lavorato in un paio di album di Mike Westbrook, «Mama Chicago» e «The Cortège», e ovviamente la sua proposta mi trovò molto interessato. Conoscevo un po’ anche Surman, dai tempi di Westbrook… Comunque, dopo qualche settimana – mi ero già scordato di tutto – fui chiamato dal promoter John Cummins e venni ingaggiato per il tour.

Fu difficile adattarsi alla personalità e all’organizzazione musicale di Gil Evans?
In realtà mi ero sempre sentito molto vicino alla sua musica, soprattutto a quella più recente («Svengali», «There Comes A Time», «Priestess»). Gil aveva già suonato in Gran Bretagna ma per impegni di lavoro non ero mai riuscito ad ascoltarlo. Una di quelle esibizioni era stata poi pubblicata su disco («Live At The Royal Festival Hall») e avevo continuato ad ascoltarla senza sosta. Per fortuna avremmo dovuto anche noi suonare larga parte di quel materiale, che quindi conoscevo già alla perfezione. Dal punto di vista caratteriale, con Gil mi sono sempre trovato benissimo. Tutti i newyorkesi che avevo conosciuto nel corso degli anni mi avevano sempre affascinato. Nel 1980 ero anche stato in vacanza a New York per un paio di settimane: la città mi aveva praticamente terrorizzato ma la sentivo quasi come casa mia… Insomma, Gil era un personaggio tranquillo e riservato ma carismatico, e tutto questo mi ricordava New York.

E cosa accadde al termine del tour?
Il tour in Gran Bretagna era andato molto bene e io mi sentivo orgoglioso del mio contributo. Una mattina, alla stazione di King’s Cross, mentre stavamo aspettando il treno, Gil mi disse: «Guarda, tra un paio di mesi ho una tournée in Giappone e non è detto che David Sanborn riesca a venire. Potresti sostituirlo tu». Rimasi per un istante a bocca aperta, incredulo, ma capii che non sarebbe stato facile. Finito il tour, ripresi la mia normale attività di musicista e, un mesetto più tardi, mi chiamò Westbrook proponendomi in ingaggio a New York per il festival «Britain Salutes New York». All’arrivo, la prima cosa che feci fu dare un colpo di telefono a Gil, e lui mi invitò a suonare allo Sweet Basil quella sera stessa… Andai, fui accolto bene dalla band e quello si rivelò il mio primo ingaggio con la Monday Night Orchestra. In effetti, poi, Sanborn non riuscì a partecipare al tour giapponese e io mi trattenni a New York quando Westbrook e gli altri tornarono in Gran Bretagna. Fu Gil a ospitarmi per qualche settimana a casa sua, in attesa della partenza per il Giappone.

Quali erano le differenze tra Westbrook ed Evans, come bandleaders? Che rapporto avevano con i loro musicisti?
Per me, ritrovarmi da Mike a Gil fu un passaggio fondamentale. Avevano molte cose in comune, soprattutto l’estremo interesse per l’individualità dei singoli musicisti e per i loro tratti stilistici, ma anche l’ampio spettro musicale che entrambi amavano esplorare. Ovvio, c’erano delle differenza a livello concettuale. I lavori di Mike erano molto strutturati e organizzati, si incentravano su temi ben definiti e su song cycles, mentre Gil era entrato in un periodo informale, lasciandosi alle spalle tutto ciò che l’aveva reso famoso, come la precisione assoluta degli arrangiamenti, la concisione delle esecuzioni… Insomma, con il Gil di quel periodo sembrava di fluttuare a mezz’aria per serate intere: non sapevamo cosa avremmo suonato, non c’erano confini. Spaziavamo da Parker a Monk, da Hendrix a Mingus, e io mi sentivo al settimo cielo.

Le uniche testimonianze discografiche della Monday Night Orchestra si trovano nei due «Live At Sweet Basil». I tuoi ricordi di quei lunedì sera? Vivere a New York soltanto con quell’ingaggio doveva essere impossibile: ti capitava quindi di suonare in altri gruppi, oppure Gil riusciva a trovare anche altri lavori?
Il tour giapponese mi aveva lasciato su di giri, non solo per la musica ma anche per tutte le persone che avevo incontrato, per i luoghi che ero riuscito a visitare. Il rientro a Londra non fu semplice, anche se in patria ero pieno di lavoro. Gil mi aveva chiesto di tornare a giugno per un concerto al Lincoln Center e un altro in California, allo Hollywood Bowl, e così avvenne. Fu la mia prima volta sulla West Coast, e da quel momento capii che vivere in Gran Bretagna non sarebbe più stata la stessa cosa. All’epoca, il direttore musicale di Saturday Night Live, lo show della NBC, era proprio Tom Malone, il trombonista di Gil, e fu lui a dirmi che mi avrebbe ingaggiato volentieri se solo mi fossi trasferito a New York. Tornai quindi a Londra per sistemare le mie cose ma, dopo un paio di settimane, Tom mi lasciò un messaggio sulla segreteria telefonica per dirmi che Michael Brecker si era reso disponibile per Saturday Night Live, quindi… Però aggiungeva che avrei dovuto trasferirmi lo stesso, che mi avrebbe aiutato lui a inserirmi. Certo, fu un brutto colpo, ma ormai ero in ballo e non potevo più tornare indietro. Mi stabilii a New York ma non fu semplice: per fortuna tenni duro e iniziai a lavorare con regolarità, dapprima nella band di Hiram Bullock e poi col sestetto di Michel Camilo. E fu grazie al gruppo di Michel che ebbi una gran quantità di occasioni lavorative.

Chris Hunter

Com’erano i lunedì sera allo Sweet Basil? Di livello costante, oppure nella band c’era un forte ricambio di musicisti?
La band di Gil finì per installarsi definitivamente allo Sweet Basil nell’estate del 1984, perché l’interesse per ciò che accadeva quei lunedì sera era ormai diventato molto forte. Capimmo di essere di moda quando iniziammo a vedere con regolarità tra il pubblico personaggi assai noti, gente come Mick Jagger, Michael Caine, John Lithgow… Una sera venne perfino Miles, ma non volle suonare. Le registrazioni venivano fatte con uno studio mobile parcheggiato in Bleecker Street, e la casa discografica – la giapponese King – ne fu entusiasta.

Gil stava riscuotendo sempre più interesse nel mondo della musica, e fu la proposta di lavorare alla colonna sonora di Absolute Beginners a fargli ottenere una notorietà quasi da rockstar. Hai partecipato anche tu a quelle registrazioni? Cosa ricordi di quei giorni?
Per Gil era un periodo fantastico: gli album registrati allo Sweet Basil avevano avuto un gran successo e i lunedì sera traboccavano di gente. Io, invece, avevo il grosso problema di costruirmi una vita professionale a New York. Nell’autunno del 1985 arrivarono due proposte cinematografiche quasi in contemporanea. La prima fu da Martin Scorsese per la colonna sonora di The Color Of Money, e in quel momento mi resi davvero conto che cavarsela a New York sarebbe stato un bel casino. Due mesi prima delle registrazioni, Gil mi aveva accennato a questa opportunità, dicendomi di aver sottoposto il mio nome a Lew Soloff (che era stato incaricato dalla produzione di fornire i musicisti per le sedute). Ma Lew si era rifiutato di ingaggiarmi, facendomi capire che il cameratismo che esisteva allo Sweet Basil iniziava e finiva là dentro. Fu un bello shock… Comunque intervenne Gil in prima persona, e la sera prima delle registrazioni fui convocato a suonare. Andai tutto contento ma non mi accolsero particolarmente bene. Il produttore era Robbie Robertson. Lavorammo alla maniera di Gil, in totale relax; lui si era portato qualche abbozzo, Pete Levin aveva scritto delle partiture, ma per il resto navigammo a vista. L’impressione era che tutto funzionasse più o meno a caso. Comunque, col senno di poi, la musica venne fuori a meraviglia, e ricordo che lo stesso Scorsese passò gran parte del tempo con i tecnici del suono a fungere da supervisore. Un mese dopo, Gil mi invitò a recarmi a Londra con lui per suonare sulla colonna sonora di Absolute Beginners, il film musicale di Julien Temple. In realtà andai prima io di Gil, perché lui si sentì male e le sedute furono rinviate di un paio di settimane. Nel frattempo, a Londra, avevo già ripreso a lavorare come un tempo, ero come tornato alla mia vecchia vita. Quando infine Gil riuscì a raggiungere la Gran Bretagna, iniziammo a lavorare al film in maniera non convenzionale, come suo solito. Era tutto improvvisato su due piedi ma andò miracolosamente a posto, non si sa come. E Gil tentò anche di farmi figurare maggiormente come solista: purtroppo non ci fu niente da fare. Comunque fu bello tornare in contatto con la scena britannica.

Avevi la sensazione che Gil fosse ormai sul viale del tramonto, dal punto di vista fisico? Il 1987 fu un anno molto pesante, per lui, tra tournée e incisioni…
Per Gil gli ultimi anni erano stati di festa, di riconoscimento. Ricordo di aver letto una sua dichiarazione in cui, sostanzialmente, affrontava il problema di una carriera passata in gran parte nell’anonimato: «Sono stato seduto per trent’anni cercando una nuova maniera di armonizzare l’accordo di Sol minore, e neanche me ne sono reso conto. Alla lunga, mi sono fatto venire i calli al fondoschiena. Quindi avevo proprio bisogno di un po’ di avventura, e l’unico modo per procurarmela era mettere su una band». Infatti, dopo un paio d’anni allo Sweet Basil, l’orchestra iniziò a viaggiare sul serio ma quasi esclusivamente in Europa. Nella primavera del 1987 tenemmo un gran bel concerto allo Hammersmith Odeon per il 75° compleanno di Gil, che fu registrato dalla BBC e poi pubblicato su disco. Alla band si aggiunsero Steve Lacy e John Surman, oltre a Palle Mikkelborg e al sassofonista inglese Don Weller. A questo seguì un nuovo tour britannico, oltre a concerti in Scandinavia e nel resto d’Europa, ma Gil mi sembrava rinvigorito dalla situazione, aveva tutta l’aria di godersi la sua nuova vita concertistica. Per esempio a Perugia, dove suonavamo ogni notte alla chiesa di san Francesco, avevamo preso l’abitudine di passare le giornate in una piscina comunale appena fuori le mura. Al ritorno, poi, dovevamo affrontare una lunga e ripida salita, ma Gil era sempre il primo ad arrivare in albergo e ci lasciava tutti a bocca aperta, da quant’era in forma. Purtroppo si ammalò quello stesso inverno e dovette subire un intervento dal quale non riuscì mai a riprendersi appieno. Io ho passato cinque anni nella band, ed è stata proprio quell’incredibile avventura che Gil aveva tanto desiderato.

Tra le vostre esibizioni, quale ricordi come la migliore?
Per quanto mi riguarda, quei cinque anni sono stati come vivere in un mondo di magia. Le incredibili serate dell’afosa estate 1984, quando registrammo allo Sweet Basil e io restavo a bocca aperta anche soltanto a guardare… Ricordo che all’epoca mi erano venuti a trovare da Londra dei vecchi compagni di liceo, avevamo fatto l’Istituto d’Arte assieme, e che fu incredibile anche per loro trovarsi davanti a Hiram Bullock e Howard Johnson che facevano fuoco e fiamme su Voodoo Chile di Hendrix, saltando su sedie e tavoli… Quel buco di club sembrava essere diventato un gigantesco anfiteatro! Poi cominciammo a viaggiare, e il mondo iniziò ad apparirmi sotto una luce incantata. In Italia soprattutto, dove eravamo molto popolari, ci capitava di suonare nelle piazze su palchi più o meno improvvisati, e il solo osservare le facce della gente, vedere come reagivano davanti a una situazione unica e miracolosa, completamente newyorkese, non potrò dimenticarlo mai. Tutto questo è stato un dono del Cielo.

Giancarlo Spezia