Chick Corea: Anima latina

di Enzo Boddi

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Chick Corea e Rubén Blades
Chick Corea e Rubén Blades

Chick Corea attraversa da qualche anno una fase di rinnovata creatività: eccolo oggi tornare a esplorare le sue radici spagnole e afro-latine con il sostegno di una band d’eccezione e ospiti di qualità

Con «Antidote» sembreresti voler riaffermare il tuo interesse per la tradizione spagnola e anche, in senso più ampio, per la musica latina. Com’è nata questa profonda immersione nel mondo latino, considerando anche le tue origini italiane?
È da una vita che sono immerso nei ritmi che suoniamo su «Antidote». Sono ritmi che hanno uno strettissimo legame con le varie culture latine, con quella afro-cubana e con quella del flamenco, e le cui radici sono profondamente legate non solo alla storia della musica ma anche a quella dell’umanità in generale. A mio avviso, ciascuno si crea la propria vita immergendosi a fondo in qualcosa. Si tratta di una scelta più spirituale che genetica. Di conseguenza, la mia parte latina è proprio «My Spanish Heart».

Chick Corea
Chick Corea

Alla base di questo nuovo progetto ci sono tuoi precedenti, storici album come «My Spanish Heart» e «Touchstone». Come ti sei predisposto al compito di riarrangiare brani come Armando’s Rhumba, My Spanish Heart, Duende e Yellow Nimbus?
Yellow Nimbus l’avevo composto per Paco de Lucía e lo registrammo in duo su «Touchstone». Per questo nuovo disco ho scritto un nuovo arrangiamento inserendo un vamp su cui improvvisa il ballerino di flamenco Nino de los Reyes, con l’accompagnamento di Josele alla chitarra e della sezione ritmica. Grazie a Luisito Quintero alle percussioni, Nino che usa i piedi e si percuote il corpo con le mani e i poliritmi creati da Marcus Gilmore, il risultato è un groove davvero speciale, del quale sono molto soddisfatto. Durante la seduta di My Spanish Heart, poi, c’è stato un altro momento magico. Avevamo appena finito di incidere Antidote: Rubén si era già infilato il soprabito e stava salutando tutti prima di andarsene. Io ero ancora seduto al pianoforte, pronto a registrare My Spanish Heart, quando all’improvviso mi sono reso conto di non avere a portata di mano un cantante anche per quel brano. Così ho gridato: «Chiamate Rubén e ditegli di tornare dentro un istante». Gli ho suonato la musica e cantato il testo, e lui si è incuriosito. «Che bello», ha detto. Poi mi ha chiesto di caricargli sull’iPhone la piccola dimostrazione che gli avevo appena suonato – aveva un ritmo funky – ed è sparito. Dopo dieci minuti, eccolo di ritorno. Abbiamo registrato il tutto in una sola take, dove poi – quando io e Rubén siamo arrivati al termine della parte scritta – si sono inseriti senza preavviso Carlitos Del Puerto e Marcus. Così ci siamo messi a improvvisare, e dopo un po’ si è aggiunto anche Rubén. È venuto una meraviglia, non ho buttato via una sola nota. Tutti erano felicissimi. Insomma, ecco dove sta la magia di questo album. Duende risale al 1980 ed è stato registrato anch’esso, due anni dopo, su «Touchstone», un disco che mi è molto caro proprio per la presenza di Paco, che è stato non solo un leggendario chitarrista di flamenco ma anche un mio caro amico per molti anni. In questa nuova occasione ho cercato di recuperare lo spirito che avevamo messo nell’incisione del 1982, utilizzando però un arrangiamento nuovo di zecca.

Antidote
Chick Corea «Antidote»

Da «Touchstone» viene anche Zyryab, che è una delle più riuscite composizioni di Paco de Lucía. Come descriveresti il tuo rapporto con questo grande personaggio, sia a livello musicale sia umano?
Paco era il massimo! Ha saputo cambiare il volto del flamenco. Tra di noi c’era una stretta amicizia, e nel frequentarlo – oltre che nel lavorarci assieme – ho davvero imparato molte cose. È stato un visionario, dal punto di vista musicale, e non sono certo il solo a pensarlo. Pur restando molto attaccato alle radici più autentiche del flamenco, ha saputo confrontarsi col jazz e con la musica classica, trasformando il suo stile in qualcosa di veramente universale.

Anche Niño Josele è uno specialista di chitarra flamenca, e come Paco si è spesso interfacciato con musicisti di jazz. Nel suo lavoro, riesci a vedere una sorta di continuità con la poetica di de Lucía?
Niño Josele è stato uno dei più fidati discepoli di Paco, oltre ad aver fatto parte del suo gruppo. In un certo senso, Paco gli ha consegnato le chiavi del regno nominandolo suo successore. Anch’io la vedo così, e sono sempre felice di fare musica, qualunque tipo di musica, assieme a lui.

Visto che il flamenco ha evidenti influenze arabe, e che la cultura araba si è diffusa a suo tempo in molti Paesi dell’area sub-sahariana, a tuo avviso ci sono delle affinità tra il flamenco e il blues?
A me piace quella che definisco «musica di strada» o «musica comunitaria»: il blues, il ballo, il canto, fare baldoria, pregare eccetera. In una parola, vivere. È quel che facciamo tutti, e la musica sgorga sempre da questi momenti essenziali della vita. Tutto ha influenzato tutto, non potrebbe essere diversamente.

Un brano come Antidote sembra volersi rifare alle tue vecchie esperienze con Mongo Santamaría e Willie Bobo.
Io sono nato a Boston ma nel 1959 mi sono trasferito a New York. L’anno seguente Mongo mi ha invitato a suonare con lui ed è stato così che mi sono ritrovato sul palco del vecchio Birdland, sull’angolo tra la 52th e Broadway, assieme ai fantastici musicisti della sua band. All’epoca Mongo aveva Willie Bobo ai timbales, Patato Valdéz alle congas e una sezione fiati da paura. È stata un’esperienza indimenticabile, un «benvenuto» che certo non capita a tutti. E ho imparato un sacco.

Chick Corea
Chick Corea

Per le sedute di incisione di «Antidote» hai voluto un’atmosfere fortemente afro-latina, grazie al contributo dl Carlitos Del Puerto, Luisito Quintero e Rubén Bladés: Cuba, Venezuela e Panama tutti assieme…
Appena ho deciso di dare un seguito a «My Spanish Heart», mi sono messo al lavoro per formare la mia band ideale. Alla base doveva ovviamente esserci la mia fantastica e giovane sezione ritmica, Carlitos Del Puerto al basso e Marcus Gilmore alla batteria, gente che letteralmente «spacca» in ogni genere musicale. Poi ho aggiunto il percussionista venezuelano Luisito Quintero, che è la nostra arma segreta. Ma il punto focale di tutto il progetto è la band vista come entità. Un gruppo così incredibile di musicisti e cantanti mi ha permesso di comporre e arrangiare musica di ispirazione spagnola nel giusto spirito, ovvero senza limiti. Antidote, il brano che dà il titolo al disco, l’ho composto proprio per queste sedute e vede la partecipazione speciale di un magnifico cantante e bandleader come Rubén Bladés, che una sera è venuto a unirsi a noi sul palco del Blue Note di New York e si è messo a improvvisare. Solo che non cantava sillabe senza senso bensì parole vere e proprie, raccontava delle storie! Rubén è un narratore d’eccezione. Quindi pensa come sono stato contento quando si è detto disponibile a cantare Antidote e My Spanish Heart

Nel corso del tempo hai sviluppato un forte interesse verso gli autori classici del XX secolo. In Spain, per esempio, possiamo ascoltare una citazione dal Concierto de Aranjuez di Joaquín Rodrigo. So anche che Béla Bartók è uno dei tuoi compositori preferiti. E in questo nuovo album rielabori il Pas de deux da Le Baiser de la Fée di Igor Stravinskij, scritto nel 1928. Ci sono altri autori classici che potresti citare come punto di riferimento o ispirazione?
Da qualche tempo sono tornato a studiare le fantastiche e ingegnose orchestrazioni di Stravinskij, perché come compositore orchestrale in proprio sento il bisogno di approfondire l’argomento. E il lavoro di Stravinskji su Le Baiser de la Fée mi ha particolarmente colpito e stimolato. Così ho arrangiato per pianoforte il Pas de deux, una delle sezioni della Terza scena del balletto, e ho visto che si adattava in maniera sorprendente alla linea melodica di un mio brano scritto appositamente per l’album, ovvero Admiration. Insomma, alla fine ho deciso di unire i due pezzi e combinarli in una specie di suite.
Per il resto, che dire? Ho una grande passione per Aleksandr Skrjabin, Béla Bartók e Domenico Scarlatti, ma anche per tanti altri grandi musicisti dai quali ho imparato moltissimo e che ancora mi offrono ispirazione.

Enzo Boddi (traduzione di Luca Conti)

[da Musica Jazz di luglio 2019]