Bugge Wesseltoft : Con il nuovo album in solitudine chiudo un cerchio

Il nuovo disco in solitudine del celebrato pianista norvegese chiude un cerchio aperto ben vent’anni fa con «It’s Snowing On My Piano». Cos’è cambiato nel frattempo? Ecco la risposta

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Bugge Wesseltoft
Bugge Wesseltoft - foto Asle Karstad

Bugge Wesseltoft, vorrei partire dal tuo ultimo lavoro «Everybody Loves Angels». Si tratta di un ritorno al passato (vogliamo riferirci a «It’s Snowing On My Piano») o possiamo parlare del futuro della tua musica?
Non si tratta di un passo definitivo. È soltanto il prosieguo, a distanza di vent’anni, di «It’s Snowing On My Piano», il disco in solitudine che hai appena citato. Qui non si tratta di canzoni dedicate al Natale, come nel precedente, ma di brani molto conosciuti cui ho dato un’interpretazione ambient, molto personale.

Incuriosisce la scelta del titolo.
In verità, l’idea è di Siggi Loch, il patron della ACT, che si è lasciato ispirare dall’opera d’arte scelta per la copertina dell’album, realizzata da Amy Simon.

Ma visto tutto quello che succede, dal razzismo alla costruzione di muri, dalle guerre annunciate alla criminalità, sei proprio sicuro che tutti amino gli angeli?
Sì, è vero ciò che dici, ma dipende dalle persone. C’è tanta gente che crede negli angeli e che si comporta correttamente; altra che non ci crede e compie delle efferatezze o delle scelte sbagliate. Io apprezzo i primi, ovviamente. Comunque credo ancora nelle persone, nelle relazioni tra gli esseri umani e nelle buone cose che si possono fare insieme.

Hai registrato questo disco in uno «studio» davvero unico: una cattedrale. Perché questa scelta?
Mio nonno viene dalle isole Lofoten e anche mio padre: è un posto meraviglioso, è il regno del merluzzo, e lì è possibile ammirare l’aurora boreale e il sole di mezzanotte. Ero alla ricerca di un posto molto tranquillo in cui registrare il mio album e la bellezza di questa grande cattedrale in legno mi ha particolarmente ispirato, così come l’ambiente circostante. Da diversi anni traggo ispirazione dalla natura e le Lofoten hanno rappresentato il luogo perfetto.

Bugge Wesseltoft - foto Asle Karstad
Bugge Wesseltoft – foto Asle Karstad

Molte canzoni che hai interpretato sono degli evergreens per svariate generazioni. Cosa rappresentano per te?
Sono tutti i brani che hanno segnato la mia infanzia e adolescenza. In alcuni casi anche per il loro significato storico-politico e per il loro richiamo alla natura. In certe occasioni è giusto dire che un disco si basa su un concept: vent’anni fa, con «It’s Snowing On My Piano», ho voluto creare qualcosa di molto personale e che avesse un legame con il Natale. «Everybody Loves Angels», invece, è il mio omaggio alla natura attraverso brani che hanno un forte significato per me.

Una menzione particolare merita Bridge Over Trouble Water, per le sospensioni, le pause, le variazioni armoniche che la fanno apparire tutt’altra canzone. È nato tutto spontaneamente?
In realtà è un brano che ho suonato spesso nei miei concerti e che amo particolarmente. Ho cercato di interpretarlo facendo sì che l’immaginazione dell’ascoltatore potesse essere più libera possibile, lasciando quindi degli spazi vuoti. Non penso che sia un’interpretazione perfetta, ce ne sono state già tante: per esempio quella di Roberta Flack, che trovo meravigliosa.

Sei tornato a incidere con la ACT di Siggi Loch. C’è qualcosa in particolare che ti lega a questa casa discografica?
Questo è il mio secondo album con la ACT e il mio legame con Siggi Loch, che stimo moltissimo, è dato dalla ricorrenza tematica tra i miei due album: ho trovato giusto incidere con lui per celebrare un passaggio importante della mia vita artistica. Ma il perno principale della mia vita artistica rimane la mia casa discografica, la Jazzland.

Bugge Wesseltoft

Qualche anno fa hai detto: «La cosa importante è far sviluppare l’ispirazione, per lavorare affinché si possa trovare un significato unico di espressione personale». Lei ha trovato la sua personale espressione?
La sto ancora cercando. Penso che sia molto importante essere sempre ispirati e non fermarsi. Quando mi soffermo a riflettere sulla mia musica del passato mi accorgo che qualcosa è cambiato: anche nella mia tecnica trovo un non so che di diverso. È un continuo divenire. Penso che per un artista l’ultimo album sia sempre il migliore, di sicuro attesta la sua evoluzione artistica in un momento ben preciso. Ritengo che la cosa più importante sia l’ispirazione, e che si debba fare di tutto per tenerla viva.

Quali sono stati gli artisti che ti hanno influenzato?
Una quantità incredibile! Da piccolo, ho iniziato ad ascoltare la musica che mi suggeriva mio padre, che era un chitarrista jazz. Quindi la musica è sempre stata un aspetto fondamentale nella mia vita, fondamentale e naturale. Poi ho ascoltato molti musicisti americani, da Stevie Wonder e Ray Charles fino agli Steely Dan. Frequentavo tutti i generi musicali. Oltre al jazz sono stato molto influenzato dalla musica elettronica, che amo molto – in particolare Brian Eno – così come dalla techno e dalla dance. Lo stesso vale per la classica contemporanea: ritengo che Luigi Nono sia stato un incredibile compositore, molto avanti rispetto al periodo storico in cui è vissuto e alla musica dei suoi tempi. Poi continuo a essere affascinato dalla musica tradizionale del mio Paese. Penso che ci sia tanta buona musica in circolazione e che tanto stia succedendo nel mondo: me ne accorgo sempre, quando viaggio, e ciò che ascolto continua a influenzare senza alcun dubbio il mio pensiero artistico. È difficile fare dei nomi: sicuramente Miles Davis, Markus Stockhausen e, come dicevo, Luigi Nono e molti artisti della tradizione popolare.

Lo scorso anno hai pubblicato «Somewhere In Between», una retrospettiva di vent’anni di attività. Come valuti questi ultimi due decenni?
Sono molto soddisfatto di questi vent’anni di attività, perché ho incontrato alcuni musicisti fantastici e alcuni di loro li ho voluti ricordare in questa raccolta: Joshua Redman, Dhafer Youssef, Sidsel Endresen, Erik Truffaz, Dan Berglund.

bugge wesseltoft «Somewhere In Between»

Per un periodo di tempo hai lavorato in una clinica. Vuoi raccontarci qualcosa di questa tua esperienza, di ciò che ne hai tratto?
È stata un’interessante esperienza di vita. Avevo diciannove anni ed era una clinica per pazienti con problemi psicologici. È stata una vicenda che ha influenzato anche il mio album sul Natale, perché in questo periodo tutto appariva più triste nei loro occhi.

Nella tua biografia c’è anche una parentesi punk-rock. Che strumento suonavi?
Suonavo l’organo. Era un hobby, ma è stato un momento particolarmente bello e avevo sedici anni. Devo dire che mi piace molto l’energia che trasmette la musica punk.

Parliamo di «A New Conception of Jazz». Qualcuno (in particolare in Francia) ha detto che questo album – riferendosi al primo della serie – è paragonabile a «The Birth Of The Cool» di Miles Davis. Qual è la tua «nuova concezione del jazz»?
Si riferivano al primo album, sul quale ho iniziato a lavorare nel 1993, tre anni prima della pubblicazione. Era il periodo in cui andavo nei club a sentire fondamentalmente house, techno, club-music; furono proprio quei luoghi che mi portarono ad un jazz più carico di energia, più ballabile, se vogliamo. Volevo un jazz che suonasse alla maniera di un dj. Insomma, far suonare il jazz con strumenti anche elettronici.

E dopo più di vent’anni la tua concezione di jazz è cambiata?
Per un certo periodo questo progetto si è fermato: anch’io ero un po’ stufo. Oggi, invece, ho trovato altri fantastici musicisti coi quali stiamo lavorando a una nuova versione della band e, di conseguenza, a una nuova concezione. L’unica cosa che non è cambiata è l’idea di fondo: il gruppo deve avere una mentalità aperta. Ecco, questo è un punto fermo.

Quali sono gli elementi che hanno in comune jazz ed elettronica?
Quando negli anni Novanta ascoltavo, seguendone le evoluzioni, house e techno, vi sentivo molte assonanze con l’opera di John Coltrane. I brani assai articolati, i ritmi tribali e ossessivi, l’uso della sperimentazione: tutti elementi che, secondo il mio parere, accomunano queste due esperienze.

Nel corso degli anni Novanta, il tuo pubblico era di ampio raggio dal punto di vista anagrafico. Oggi è cambiato qualcosa?
Sì, sicuramente. Quelli che appartenevano a quella generazione sono cresciuti. Anche oggi parecchi giovani vengono ad assistere ai miei concerti, ma non c’è dubbio che qualcosa sia cambiato. E penso che si tratti di un processo naturale, perché ogni generazione ha i suoi gusti. In Scandinavia molti giovani suonano jazz e altrettanti assistono ai concerti. Penso che sia importante invitare giovani musicisti a suonare nei festival, nelle rassegne, nei club, per favorire la formazione di una coscienza culturale e di nuove generazioni di ascoltatori di jazz.

A proposito della Jazzland, la tua casa discografica, cosa bolle in pentola?
Lo scorso anno abbiamo festeggiato il ventennale anche della Jazzland e abbiamo celebrato quest’anniversario con alcuni concerti. Sono molto soddisfatto di come stanno andando le cose. Ho prodotto alcuni album di giovani artisti che reputo molto interessanti, come Ellen Andrea Wang, la band norvegese Rohey, Yūgen e tante altre cose che stanno venendo fuori. Siamo particolarmente felici del momento in cui si trova la nostra etichetta.

C’è chi sostiene che il jazz europeo non sia vero jazz. Tu che cosa pensi di quest’affermazione?
Ognuno è libero di pensare ciò che vuole. Da parte mia, credo che in Europa si suoni e si ascolti tanto buon jazz.

Quali sono i tuoi prossimi impegni?
Ho un sacco di programmi. Al momento sono occupato con il tour per la promozione del mio ultimo disco. Poi sto lavorando a una serie di progetti nuovi.

Vuoi svelarci una parte del tuo diario segreto?
Poter festeggiare i prossimi vent’anni di attività!

Alceste Ayroldi