Brda Contemporary Music Festival, seconda parte

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Gerry Hemingway, foto di Maurizio Zorzi

Šmartno, Hiša kulture (Casa della Cultura), 13-14 settembre

Impegnato parallelamente nella conduzione di un workshop, nella propria esibizione in solo Gerry Hemingway ha convogliato il variegato bagaglio di esperienze accumulate, costruendo una performance multimediale di grande respiro articolata in più fasi e attingendo in buona parte alla prassi sperimentata nei suoi «Solo Works». Il lavoro sui timbri, prima di tutto. Ne è un esempio lampante l’esplorazione compiuta su un solo piatto, il ride cymbal: sfregato con l’arco, sottoposto a varie pressioni e inclinazioni, «tormentato» con oggetti diversi e filtrato con effetti ottenuti tramite un pedale. Si assiste dunque a un processo di scomposizione degli elementi della batteria: il charleston alterato dall’inserimento di un corpo estraneo (una sorta di ciotola armonica?), la grancassa che scandisce colpi imperiosi, il rullante trattato ora con battenti o mazze felpate, ora con spazzole. Il movimento, il gesto, il suono trovano una corrispondenza nelle elaborazioni video di Beth Warshafsky. Sotto forma di delay, bande e inserti sonori, l’elettronica gioca un ruolo interattivo, ampliando la gamma timbrica e creando un‘ambientazione per un recitativo – su testo dello stesso Hemingway – che rievoca i fasti del poetry reading. Qui, come anche nella ricerca timbrica sulla percussione, si ravvisano tracce dell’eredità lasciata da Berio, Stockhausen, Xenakis, Ligeti e Cage, nonché dell’Anthony Braxton più orientato sul versante contemporaneo. Quando il batterista si riappropria dello strumento nella sua completezza, ne trae tutte le risorse possibili e procede alla realizzazione di una specie di rito catartico, dai tratti sciamanici, in un totale coinvolgimento psicofisico con lo strumento che si può tranquillamente paragonare a uno stato di trance. Qui emergono tracce evidenti di Rashied Ali, destinatario della dedica (For Rashied), e Milford Graves. Finale spiazzante, ma non per questo meno gradito, Nine Hundred Miles From Home, traditional degli anni Venti interpretato da Fiddlin’ John Carson e più tardi da Woody Guthrie: una versione spoglia per voce ed elettronica, che valorizza e testimonia la vitalità del patrimonio popolare americano. Un’ulteriore prova – se ce ne fosse stato ancora bisogno – dell’eclettismo di Hemingway.

Gerry Hemingway, foto di Maurizio Zorzi

Iniziativa introdotta nelle ultime stagioni del festival, Due anime a dialogo prevede un confronto tra musica e poesia, di autori sia sloveni che italiani, con l’evidente intento di sottolineare il carattere del Collio sloveno (Brda) come territorio di frontiera e naturale crocevia di culture. Oggetto dell’edizione di quest’anno poesie di Veronika Dintinjana (recitate dall’autrice con il supporto della pianista Ingrid Mačus) e di Novella Cantarutti, declamate da Aida Talliente in piena sintonia con il trombettista Flavio Zanuttini, attivo sulla scena creativa italiana con Francesco Cusa & The Assassins. In questo contesto la musicalità asciutta della lingua friulana instaura una proficua dialettica, non priva di contrasti, con l’approccio materico della tromba: nuclei essenziali come fonemi, suoni stoppati, uso espressivo del soffiato, gorgoglii, registri inediti, suoni parassiti. Un buon esempio di come applicare ad un contesto europeo la lezione di Bill Dixon.

In chiusura, due signore che si sono confermate maestre dell’improvvisazione e dei rispettivi strumenti. Sophie Agnel è depositaria di una rigorosa cifra stilistica e di procedimenti esecutivi che saldano efficamente l’eredità del secondo Novecento (Cage, Stockhausen, tanto per intendersi) con quella dell’improvvisazione radicale europea. La pianista francese tratta la cordiera dello strumento con oggetti e preparazioni, deformandone la natura e il suono in maniera volutamente sgraziata, acusticamente destabilizzante. Ne ricava poi grovigli di dissonanze, clusters, possenti blocchi accordali, aggiungendo colpi secchi, sferzanti sia sulla tastiera che sul coperchio della stessa. Procede inoltre a una progressiva rarefazione in chiave puntillistica e alla lunga lascia pure affiorare sparuti brandelli di melodia che non esita poi a «distruggere» ad arte, quasi come se volesse rinunciare alla tentazione di condurre l’ascoltatore su terreni troppo rassicuranti.

Sophie Agnel, foto di Iztok Zupan

Tanja Feichtmair – che ha già inciso per la Leo sia in proprio che come contitolare di Trio Now! – è dotata di una voce tersa, stentorea e di un fraseggio nitido, riccamente articolato al sax contralto. In un trio allestito per l’occasione con gli sloveni Tomaž Grom al contrabbasso e Urban Kušar alla batteria la sassofonista austriaca ha condotto il suo set con grande concentrazione ed elevato grado di ascolto e attenzione alle dinamiche. All’inizio, prediligendo fasi statiche sviluppate gradualmente attraverso note prolungate, sottolineate da basso con arco e punteggiature discrete della batteria. Quindi, dando luogo a progressioni ritmicamente segmentate e caratterizzate da un fraseggio nervoso e suoni stoppati nell’ancia. Poi producendo frasi sempre più spezzettate e contorte, provviste di timbriche vetrose, abrasive in una dialettica quasi «conflittuale» con l’understatement, le sottrazioni di Grom e la febbrile, quasi debordante azione di Kušar. Infine, approdando a soluzioni paradossalmente quasi melodiche (ma di una melodia aspra, asciutta!) e lavorando perfino sui sovracuti.

Tanja Feichtmair, foto di Iztok Zupan

Come da prassi, la conclusione del Brda Contemporary Music Festival è stata affidata all’esibizione dei partecipanti al workshop, quasi tutti giovani musicisti sloveni per la maggior parte facenti capo al circuito didattico creato da Zlatko Kaučič. Un apprezzabile sforzo di autodisciplina individuale e collettiva secondo le indicazioni dettate da Gerry Hemingway che non ha diretto, ma deliberatamente seguito in disparte, il concerto per responsabilizzare maggiormente gli esecutori.

Enzo Boddi