Brda Contemporary Music Festival, prima parte

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Brda Contemporary Music Festival
Gerry Hemingway, foto di Maurizio Zorzi

Šmartno, Hiša kulture e Chiesa di San Martino, 12-13 settembre

Piccolo ma solido avamposto di libertà e creatività situato nel borgo medievale di Šmartno, all’interno di un crocevia culturale come il Collio sloveno, il Brda Contemporary Music Festival è approdato alla nona edizione confermando in pieno la sua vocazione di apertura al confronto sul terreno della libera improvvisazione secondo le linee impostate a suo tempo dal direttore artistico Zlatko Kaučič. Anche il programma di quest’anno ha dimostrato come con pochi mezzi si possa dar vita a una manifestazione vitale e stimolante. Vi figuravano sia alcuni personaggi di spicco della scena improvvisata internazionale sia, secondo una buona e consolidata prassi, vari musicisti dei circuiti creativi sloveno e italiano. Principio e presupposto pressoché imprescindibile: salire sul palco, salvo rare eccezioni, senza niente di prestabilito. Altro punto fermo della rassegna il workshop, quest’anno diretto da Gerry Hemingway.

Il prologo, all’interno della galleria della Casa della Cultura, è stato affidato al contrabbassista sloveno Jošt Drašler, protagonista di una performance condotta in duo con la danzatrice Andreja Podrzavnik e corredata dalla mostra fotografica di Nada Žgank. Un confronto fisico con lo strumento, sul quale Drašler si produce in arcate ronzanti, pizzicato quasi strappati, pedali ossessivi, bordoni petulanti, improvvisi glissando, corde percosse con l’arco. Ne derivano timbriche periferiche, marginali, a tratti estreme. Un approccio in parte mutuato da Barry Guy e in qualche misura memore dello scomparso Peter Kowald.

Brda Contemporary Music Festival
Jošt Drašler , foto di Maurizio Zorzi

Nella non facile cornice acustica della chiesa di San Martino Philipp Wachsmann ha dato prova del suo magistero di improvvisatore, violinista e sperimentatore elettronico. Sia che aggreghi gradualmente la materia mediante arcate e pizzicato secchi, o ricerchi suoni parassiti sfregando le corde in prossimità del ponticello, Wachsmann dimostra di possedere un raro senso della forma, intesa come unità strutturale e consapevolezza del rapporto tra timbro e dinamica. Nel suo approccio le passate esperienze sulla scena radicale inglese si conciliano con il retroterra del Novecento europeo (Bartók, Hindemith, Ligeti) e le sue frequentazioni delle musiche di Cage, Feldman e Cardew. L’elettronica, sotto forma di delay e campionamenti, rappresenta per lui un mezzo espressivo, una voce altra. Non un semplice supporto, né tantomeno un sottofondo.

Solido avamposto di libertà e creatività, situato nel borgo medievale di Šmartno, il Brda Contemporary Music Festival è approdato alla nona edizione.
Philipp Wachsmann, foto di Maurizio Zorzi

Preso in contropiede dall’assenza (peraltro correttamente preannunciata e certificata) di Ivo Perelman, bloccato a San Paolo da un grave problema odontoiatrico che gli impedisce di suonare, Kaučič ha convocato il sassofonista norvegese Torben Snekkestad, particolarmente attivo nei gruppi di Barry Guy, per dar luogo a un duo non privo di sorprese. Snekkestad esibisce una voce e un fraseggio ricco di soffiato non immediatamente riconducibili a nessun modello definito, né si avventura su percorsi impervi che possano rievocare il free storico o l’improvvisazione radicale europea degli anni Settanta. Pian piano, nello sviluppo del dialogo con un Kaučič sempre prodigo di intuizioni e invenzioni timbriche ideate con l’ausilio di oggettistica, Snekkestad lascia emergere elementi derivati da Ayler – e forse anche da David Ware – nell’afflato del tenore e da Evan Parker nell’uso dell’aria e dei suoni parassiti al soprano. Sono comunque suggestioni, allusioni che affiorano qua e là nell’ambito di un discorso organico, frutto di una dialettica felicemente portata a compimento.

Brda Contemporary Music Festival
Torben Snekkestad e Zlatko Kaucic, foto di Maurizio Zorzi

Unico punto debole della rassegna, l’esibizione di un giovane trio formato dal batterista sloveno Vid Drašler, dal clarinettista Tom Jackson e dal chitarrista Daniel Thompson, entrambi inglesi. Nonostante il buon livello di ascolto reciproco, il trio si arena su modalità esecutive uniformi che generano un complessivo appiattimento, oltre a palesare una certa mancanza di personalità sul piano stilistico ed espressivo. Appare evidente che Drašler ha ascoltato Paul Lytton, Tony Oxley, ma anche Paul Lovens, e che Jackson segue strade tracciate da Anthony Braxton. Per parte sua, Thompson palesa un approccio timido, privo di incisività, quasi soporifero, come un Derek Bailey in sedicesimo spogliato della sua cifra trasgressiva.

Brda Contemporary Music Festival
Vid Drašler , foto di Maurizio Zorzi

Tutt’altra musica, in senso lato, con il quartetto di sassofoni allestito da Luciano Caruso e documentato dal recente «+4 Links N°3-Will» (Setola di Maiale), titolo quasi braxtoniano. Qui l’improvvisazione scaturisce fluida e dialettica dalle partiture di Caruso, che privilegiano giochi ad incastro, ripartizione fra le sezioni, chiamate e risposte, intrecci e impasti timbrici tra il soprano ricurvo del leader, l’alto di Walter Vitale, il tenore di Walter Vitale e il baritono di Ivan Pilat. Particolarmente efficace risulta l’interazione tra Caruso e Pilat, vero propulsore ritmico del quartetto ma anche autore di pregevoli spunti su registri estremi, con un impeto paragonabile a quello di un Hamiett Bluiett. Inutile comunque scomodare paragoni con World Saxophone, 29th Street o Rova. La dimensione di questo quartetto è alimentata dalla cultura europea, per disciplina, rigore e cura del suono.

Ivan Pilat e Luciano Caruso, foto di Maurizio Zorzi

Enzo Boddi

(continua)