Brda Contemporary Music Festival

262
Michael Moore dirige il concerto finale del workshop, foto Iztok Zupan

Šmartno (Slovenia), Casa della Cultura e Chiesa di San Martino

13-15 settembre

In passato fortezza medievale, oggi Šmartno (in italiano San Martino) è un pittoresco villaggio situato nella regione di Brda, il Collio sloveno, terra di incroci culturali, vigneti e grandi vini. Da sette anni è sede di un festival di musica contemporanea organizzato, diretto e animato dal percussionista Zlatko Kaučič. In considerazione del retroterra e del curriculum artistico di Kaučič, il programma pone l’accento sull’improvvisazione intesa in senso lato, benché sia la matrice jazzistica della pratica improvvisativa a prevalere.

Gli eventi dell’ottava edizione si sono svolti quasi esclusivamente nell’auditorium della Hiša Kulture, la Casa della Cultura, mettendo in risalto la funzione dell’improvvisazione come poetica e sistema di composizione estemporanea. Al tempo stesso, la manifestazione non ha trascurato aspetti quali la didattica, il rapporto con la poesia e le produzioni originali.

La sempre rischiosa pratica della solo performance ha trovato in Michael Moore e Marco Colonna due interpreti rigorosi. Responsabile anche di un workshop con alcuni giovani musicisti sloveni (con i quali si è esibito nel concerto di chiusura), Moore sa esprimere anche nel limitato tempo a disposizione l’enorme bagaglio acquisito e consolidato da una più che trentennale frequentazione della scena olandese. Al clarinetto si riallaccia agli insegnamenti di uno dei suoi maestri, Joe Maneri, aggregando gradualmente cellule anche attraverso sovracuti, squittii e suoni stoppati, e collocandosi su una linea già perseguita da Anthony Braxton e Roscoe Mitchell. Al contralto costruisce un flusso, composito ma omogeneo, che racchiude anche fugaci riferimenti alla tradizione (frammenti di Bewitched e Everytime We Say Goodbye).

Michael Moore, foto Iztok Zupan

Nello scrigno acustico della chiesa di San Martino, al clarinetto in Si bemolle (un modello metallico) Colonna opera una ricerca dello spazio attraverso note prolungate e frasi dilatate, poi seguite da viluppi concentrici che si traducono in sequenze di respirazione circolare. Al clarinetto basso produce bordoni ed esplora registri estremi per poi indirizzarsi su linee melodiche essenziali, sequenze ritmiche e progressioni che sfociano in un urlo finale. Dall’impiego contemporaneo dei due clarinetti scaturiscono contrappunti che evocano musica sacra e Monteverdi, confluendo in atmosfere popolari di ispirazione balcanica.

Marco Colonna, foto Iztok Zupan

Dal solo al duo. Insolito quello tra il sassofonista catalano Albert Cirera (residente a Copenaghen) e Silvia Bolognesi. Al retaggio della contrabbassista, ancorato al retroterra mingusiano e alle avanguardie di Chicago, fa da contraltare un approccio sassofonistico indissolubilmente legato all’improvvisazione radicale europea degli anni Settanta. Bolognesi esibisce la consueta sontuosa cavata, un pizzicato tornito, possenti pedali, poderose arcate e linee avvolgenti, provviste di un implicito senso del blues. Cirera emette suoni stoppati e schegge acuminate al tenore, modificandone il suono con l’inserimento di una lattina nella campana dello strumento e generando bordoni con l’ausilio della respirazione circolare. Applicando la stessa tecnica al soprano si pone su una linea espressiva affine a quella di Evan Parker. Proprio da questo contrasto, e dall’attenzione alle dinamiche, il duo trae forza e sostentamento.

Albert Cirera e Silvia Bolognesi, foto Iztok Zupan

Sembrerebbero accomunati da una lunga frequentazione, ma in realtà i francesi Theo Ceccaldi (violino) ed Edward Perraud (batteria) si incontrano per la prima volta, dando vita ad un set altamente energetico, coeso e soprattutto creativo, animato da uno spirito mercuriale e da una gestualità teatrale ma non clownesca. Ceccaldi ha una formazione classica, evidente nell’attacco e nel suono, che occasionalmente modifica con discrezione attraverso eco, delay e distorsione. Al tempo stesso, è cosciente della lezione di Jean-Luc Ponty e Didier Lockwood, nonché dell’apporto al linguaggio dello strumento fornito da Zbigniew Seifert e Mark Feldman. Perraud è un fine colorista ed ama arricchire le proprie risorse con oggettistica ed elettronica. Tuttavia, nel gesto e nel gusto per la frammentazione ritmica ricorda il geniale Han Bennink.

Theo Ceccaldi ed Edward Perraud, foto Iztok Zupan

Dopo solo e duo, ampio spazio al trio nelle sue diverse declinazioni. Per Without The Borders Kaučič ha deciso di abbinare il proprio set percussivo alle corde della consolidata coppia, nell’arte e nella vita, Barry Guy (contrabbasso) e Maya Homburger (violino barocco). Ne è risultato un equilibrio tra improvvisazione e scrittura (ovviamente, data la presenza di una violinista classica), matrici classica, contemporanea e jazzistica, tradotto in lunghe sequenze che alternavano porzioni delle Mysterien Sonaten di Ignatz Biber, sezioni improvvisate, estratti dai Giochi di György Kurtág e composizioni di Guy. Giochi di contrapposizioni e contrasti dialettici tra i pizzicato strappati e percussivi, le arcate poderose e i bordoni del contrabbasso, i penetranti inserti del violino e la gamma coloristica delle percussioni, sempre in funzione di intelligente disturbo. Una trama efficace anche in Art di Steve Lacy, in cui è il violino a disegnare la parte riservata al sax soprano.

Without The Borders (Kaucic-Homburger-Guy), foto Iztok Zupan

All’insegna della libera improvvisazione l’esibizione di Clarissa Durizzotto (contralto e clarinetto) e dei giovanissimi Matjaž Bajc (contrabbasso) e Gal Furlan (batteria), a dimostrazione del fatto che anche oggi le forme più radicali – lungi dall’essere storicizzate – possono trovare interpreti credibili. Nell’azione del trio emergono in positivo l’energia, la sfrontatezza e l’accettazione del rischio, già evidenti nell’impeto e nel rapporto «fisico» con gli strumenti dei due giovani sloveni. Quanto a Durizzotto, si sbarazza di qualsiasi inibizione o riferimento storico, dando piena espressione in un flusso di coscienza a una voce sanguigna e viscerale su entrambe le ance, arricchita da un’ampia gamma di sfumature timbriche.

Clarissa Durizzotto, foto Iztok Zupan

Nell’azione del trio formato da Giorgio Pacorig (piano), Michele Rabbia (batteria, percussioni, elettronica) e Michael Thieke (clarinetto) la musica si dipana lentamente per accumulo di cellule prodotte anche attraverso suoni parassiti dell’ancia, interventi e preparazioni sulla cordiera del piano, oggettistica ed elettronica applicate al set percussivo. La materia prende dunque forma in virtù di una meticolosa interazione ed esplorazione delle dinamiche. Ne derivano ribollenti passaggi free e sequenze di gusto contemporaneo, grazie a un uso percussivo della tastiera, dall’impeto tayloriano, all’amplissima gamma di risorse timbriche ricavate da Rabbia con la consueta sagacia, alle incursioni di un clarinetto che richiama tanto Braxton quanto Peter Brötzmann o il dimenticato Rolf Kühn.

Giorgio Pacorig, foto Iztok Zupan

Detto del seminario condotto da Moore e dell’apprezzato concerto finale dell’ensemble, va citato anche il concerto di un doppio trio prevalentemente costituito da musicisti facenti capo a Kombo B e al circuito didattico creato da Kaučič negli ultimi anni. Da una parte Francesco Ivone (tromba), Žiga Jenko (voce) e Žiga Ipavec (batteria), dall’altra Jure Boršič (contralto), Leonard Medica (chitarra) e Urban Kušar (batteria) hanno dato vita a una performance frenetica, piena di energia ma disordinata, sempre all’insegna della libera improvvisazione.

Il già citato rapporto con la poesia è stato documentato da Due anime a dialogo. Lontano dai poetry reading di Ginsberg, Ferlinghetti, Corso e Amiri Baraka, l’evento ha messo a confronto sloveno e italiano: da una parte composizioni di Milan Dekleva, lette da Brane Grubar e commentate al piano dallo stesso Dekleva; dall’altra, testi di Pierluigi Cappello, con la lettura di Stefano Montello e l’accompagnamento all’arpa di Tea Plesničar.

Da segnalare, infine, che la chiesa di San Martino ha ospitato anche una registrazione che – sotto l’egida di Kaučič – ha coinvolto, oltre al percussionista sloveno, Silvia Bolognesi, Marco Colonna, Michael Moore e Albert Cirera. Un’ulteriore conferma della vitalità che anima la scena della musica improvvisata in Europa.

Enzo Boddi

Michele Rabbia, foto Iztok Zupan