Bologna Jazz festival. Seconda parte: i teatri

Pochi i concerti in teatro, ma di qualità. Su tutti il Trio M (Melford, Dresser, Wilson) al MAST

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John Scofield e Dave Holland Foto di Sara Caulli

Bologna, Ferrara, Forlì, Modena
Varie sedi
28 ottobre – 16 novembre

Il calendario del festival felsineo ha imbastito un nutrito calendario di eventi fra loro diversi: non solo concerti di varie tendenze jazzistiche nelle sedi più disparate, ma anche presentazioni di libri, progetti didattici, lezioni su alcuni protagonisti della storia del jazz ed altro ancora, sollecitando la collaborazione sinergica di istituzioni pubbliche e private. Per la verità nell’arco di tre settimane i concerti in teatro non sono stati molti: solo otto, alcuni dei quali a Forlì e a Modena. In questa recensione diamo conto di tre concerti ascoltati a Bologna.

Heroes di Paolo Fresu
Foto di Francesca Sara Cauli

Heroes – Omaggio a David Bowie, il recente progetto di Paolo Fresu, è stato riproposto al teatro auditorium Manzoni. Dopo le numerose apparizioni all’aperto durante il periodo estivo, era questa una delle prime esperienze al chiuso, di fronte a un pubblico in grande attesa che gremiva ogni ordine di posti. Questa circostanza ha reso più evidente, se possibile, la dimensione pop-rock dello spettacolo. In particolare ha contribuito innanzi tutto la relativa vicinanza fra pubblico ed esecutori, rispetto al maggior distacco nelle arene, nei parchi e nelle piazze estive con i distanziamenti prescritti dalle norme anti covid. Ma hanno inciso anche l’allestimento scenico e l’acustica più satura dello spazio teatrale, che hanno messo in particolare risalto il lavoro di due collaboratori storici del trombettista sardo: Fabrizio Dall’Oca alla consolle dell’amplificazione e Luca Devito a quella delle luci.
Sono così risultate più che mai esaltate quelle pronunce individuali e collettive, quegli atteggiamenti fisici, quelle soluzioni dinamiche e timbriche, quell’interplay, serratissimo in alcuni passaggi, più sfrangiato in altri, che avevamo avuto modo di rilevare appunto nei concerti estivi.

Foto di Francesca Sara Cauli

Fresu è emerso in evidenza non solo per l’attenta leadership esercitata in ogni momento, ma anche per l’apporto solistico, decisamente davisiano, frammentato e lancinante, nei primi due brani con la tromba amplificata, poi più articolato e sempre intenso col flicorno. Fra l’altro il trombettista ha intrecciato tesissimi scambi di battute soprattutto con Francesco Diodati, protagonista di un linguaggio chitarristico di grande inventiva e complessità armonica. Come sempre lo spettatore è rimasto magnetizzato dallo sfrenato dinamismo di Petra Magoni: sia fisico, con le continue e veloci scorribande sul palco e in platea, che vocale, con quelle frasi sussurrate o urlate, per lo più brevi, frammentate, ripetute, deformate. Relativamente più distaccato è stato il contributo di Gianluca Petrella, con le sue note stentoree, grasse e lunghe, che hanno materializzato panorami evocativi. Completavano il contesto l’indispensabile pulsazione del basso elettrico di Francesco Ponticelli (al contrabbasso solo in un intimistico Life on Mars?, eseguito in trio con la cantante e il chitarrista) e il drumming di Christian Meyer, categorico, quasi geometrico, di evidente matrice rock.  

John Scofield & Dave Holland
Foto di Francesca Sara Cauli

Al teatro Duse si è assistito a una delle apparizioni italiane del duo John ScofieldDave Holland. Due dei protagonisti assoluti degli ultimi cinquant’anni di jazz, dalla classe stagionata, si sono suddivisi in parti uguali la paternità dei brani in repertorio. Fra i temi del chitarrista, spesso lenti e involuti, dalle linee melodiche poco risapute e tutt’altro che semplici, si possono citare Meant To Be e la ballad Easy For You. Il contrabbassista ha risposto con brani anche d’annata, ora lenti e nostalgici come Memories Of Home o Homecoming, scritto quando è tornato per la prima volta in Inghilterra dagli Stati Uniti, ora più bluesy e armonicamente ricchi, fino al conclusivo Mr. B, dedicato a Ray Brown.
Da sempre mi ritengo un fan di Holland, soprattutto del suo periodo più sperimentale degli anni Sessanta, Settanta e anche Ottanta, ma ancora oggi rimangono unici ed esemplari il suo sound sontuoso e ampio, il suo impeccabile drive che assicura un procedere imperturbabile e una solida struttura di riferimento a chiunque suoni con lui. Nel concerto bolognese tuttavia hanno prevalso la ricerca originale e imprevedibile del chitarrista, il suo linguaggio fatto di note sgranate e limpide, ma screziate da leggerissimi vibrati e glissando, da audaci deviazioni armoniche, da sapienti smorzature del suono. In definitiva il connubio musicale fra i due comprimari ha dato vita a un concerto del tutto sinergico, mai banale, austero e tutto sommato poco accattivante, nel segno di un interplay concentrato, lontano da luoghi comuni prevedibili; il che non è poco per maestri che potrebbero adagiarsi sugli allori.

Trio M
Foto di Francesca Sara Cauli

Il Bologna Jazz Festival 2021 si è concluso nel migliore dei modi il 16 novembre nell’Auditorium del MAST, attivissima fondazione bolognese, organizzatrice fra l’altro delle undici mostre tuttora in corso di Foto/Industria e delle iniziative collaterali. Di scena era il Trio M, costituito nel 2006 da Myra Melford, Mark Dresser e Matt Wilson: una formazione tipicamente paritaria in cui si integrano tre personalità diverse, tutte di stagionato spessore. Inizialmente il loro procedere è parso imprevedibile, apparentemente disordinato, come un’improvvisazione assoluta nel tentativo di cercare una strada comune. Ben presto però si è capito che il loro interplay si reggeva su dei solidi punti fermi, su dei temi scritti dall’uno o dall’alto, spesso con dediche specifiche; soprattutto è balzata evidente la sintonia immediata che li lega, dovuta a decenni di frequentazione, anche in altri contesti.

Trio M
Foto di Francesca Sara Cauli

La diteggiatura della pianista si è mantenuta per lo più leggera, delicata, mai esasperatamente percussiva, sfiorando la tastiera anche nei momenti più convulsi, free e armonicamente complessi; proprio per questo il suo sound ha conservato un volume prevalentemente uniforme e moderato. Più ribollente, affermativa, d’ineludibile impatto è stata l’azione del contrabbassista e del batterista, entrambi di grande varietà timbrica e dinamica nell’esporre brevi e marcate linee melodiche. Il loro ruolo non è mai stato quello di meri accompagnatori, sostenendo la conduzione ritmica, ma quello d’inesausti artefici di suggestive idee portanti. Se nella spiccata identità del trio la Melford di oggi, diversa da quella più volitiva e irruenta di un tempo, può aver rappresentato la continuità, il tessuto connettivo, l’indispensabile ancoraggio, Dresser ha impersonato una potenza creativa tellurica, a tratti eccentrica, mentre Wilson ha espresso il senso del ritmo nel significato più onnicomprensivo del termine, elegante e perentorio, inventivo e mobilissimo al tempo stesso. Dalla sintesi di queste tre componenti ne è sortito un concerto memorabile.
Da menzionare infine che sempre al MAST è dovuta l’organizzazione di due pregevolissime solo performance inserite in calendario all’ultimo momento: quella di un motivatissimo Pasquale Mirra alla biblioteca di San Giorgio in Poggiale e quella di Marco Colonna al Museo d’Arte Moderna di Bologna.
Libero Farné