Bob Mintzer: Ogni jazzista è compositore e usa i suoi stratagemmi

Per inventare in ogni possibile occasione mette a frutto le sue mille esperienze e i partner giusti, che trova anche in Italia

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Le tue composizioni e soprattutto i tuoi arrangiamenti sono un mix di stili differenti. In quali termini, Bob, le precedenti esperienze si riflettono sulla tua musica?
Credo che la mia scrittura e il mio modo di suonare siano influenzati dalle band con le quali ho lavorato, dalla musica che ascoltavo in età giovanile, e dall’ambiente nel quale ho vissuto e sono cresciuto. Negli anni Sessanta e Settanta, New York era un melting pot di stili musicali. Allora come oggi, la gente cercava inusuali combinazioni stilistiche come veicolo per scrivere e suonare. Come giovane musicista a New York, ho suonato con band che facevano salsa, big band, quartetti jazz e gruppi rhythm’n’blues. Ho fatto registrazioni di ogni tipo e con molti musicisti, alcuni dei quali sono stati degli autentici luminari. Era difficile non venire influenzato da tutto questo.

Hai una big band, un quartetto, sei membro stabile degli Yellowjackets, arrangi e scrivi per le situazioni più varie. In funzione dei vari progetti, quanto cambia il tuo approccio alla composizione?
Non trovo alcuna differenza nello scrivere per le varie formazioni con le quali lavoro, a parte il fatto che cerco sempre di pensare al sound e ai componenti di ogni band: tento di creare una composizione musicale che tiri fuori il meglio dai loro stili.

NEL SUO DNA QUARTETTI E BIG BAND Il newyorkese Bob Mintzer (1953) dirige ormai da un quarto di secolo una popolare big band ed è membro degli Yellowjackets.

Composizione e improvvisazione sono in qualche modo legate tra loro?
Il comporre e l’essere un solista di jazz vanno mano nella mano. Ogni grande artista jazz è ed è stato un compositore di note che usa la composizione per veicolare la propria filosofia musicale. In altre parole: l’improvvisazione è composizione istantanea, eseguita sul momento. Mi sono allenato a pensare in termini compositivi quando improvviso. Credo che, a un certo livello, tutti ragionino in questo modo. Trovare degli stratagemmi compositivi da usare durante le improvvisazioni può rendere il proprio assolo più interessante e profondo.

Hai arrangiato alcune arie folk islandesi per la Reykjavik Big Band. Molti musicisti europei integrano il jazz con materiali folklorici o tradizionali. Cosa ne pensi?
Penso che sia una strada percorribile. È capitato che mi confrontassi con musiche di derivazione non propriamente jazzistica. Credo che il jazz sia una musica pronta a incorporare molti elementi; e poi: che cos’è il jazz? Soprattutto oggi, non è così facile definirne i confini.

La copertina dell’album degli Yellowjackets – Cohearence (Lossless, 2016)

Da molti anni fai parte degli Yellowjackets. Qual è il segreto della vostra longevità?
Il nostro segreto sta nella complicità, nell’unità d’intenti e nel rispetto. C’è un rapporto molto equilibrato, dovuto al fatto che ci conosciamo da tantissimi anni. Credo che la nostra abilità sia nel trovare validi compromessi, ma questo vale tanto nella musica quanto nella vita.

Come lavorate in fase di registrazione?
Siamo quattro teste pensanti con personalità ben definite. Generalmente ognuno di noi arriva in studio con delle idee più o meno finite. Si seguono le direttive del leader di turno, ma è chiaro che in sede decisionale vince sempre la democrazia.

Dalla Manhattan School of Music sei passato alla University of Southern California (Thornton School of Music), un nuovo impiego che ha comportato il trasferimento a Los Angeles. Qual è la differenza tra la scena losangelina e quella newyorkese?
L’offerta in California era molto interessante. Ho diverse classi, gestisco corsi differenti, e in più ho una certa flessibilità. Inutile dire che per tutta la famiglia si è trattato di un grande cambiamento. Gli impegni e i ritmi di lavoro sono sempre intensi, solo un po’ meno frenetici. Per me New York rimane la capitale della musica, soprattutto del jazz. Puoi davvero trovarci di tutto. Los Angeles è diversa, sono egualmente compresenti un versante pop e uno legato al jazzrock. A New York tutto è più concentrato. Sono due grandi metropoli, da un punto di vista artistico molto stimolanti.

Non molto tempo fa ammettevi che ti mancava la pratica quotidiana con i tuoi strumenti. Ora che sei a Los Angeles hai più tempo per studiare?
Cerco di studiare e scrivere in ogni occasione mi si presenti. Le cose progrediscono bene quando le affronto tutti i giorni. Sfortunatamente, tra lavoro e famiglia, sono molto impegnato, e purtroppo non sono sempre capace di spendere il mio tempo come vorrei. In genere, quando un progetto arriva, faccio il punto della situazione, vado in sala prove e cerco di portarlo a termine. Scrivo sempre quando viaggio e cerco di esercitarmi prima di ogni concerto. Passo molto tempo cercando di ascoltare nella mia testa come suonerebbe una musica lontana da uno strumento: è una forma di allenamento molto utile.

Oggi si accede a internet e una moltitudine di metodi didattici; gli studenti hanno la possibilità di andare in scuole e università. Tu fai parte di una generazione che ha avuto la fortuna di suonare con figure storiche del jazz. Non credi che ci sia una grande differenza?
Sono così grato per aver avuto l’opportunità di suonare con molti grandi cats nel corso degli anni. Mi ha dato la possibilità di crescere sia come solista che come compositore. Oggi non ci sono più le stesse band di allora, abituate a lavorare quotidianamente, ma esistono comunque delle situazioni interessanti. Per questo devi essere estremamente diligente nello studio personale [the homework] per poter aspirare a suonare con i migliori e nelle migliori situazioni. Si accede più facilmente alle informazioni, ma è comunque necessario trovare tempo per lo studio e per capire come implementarlo nella propria routine musicale. Per apprendere il vocabolario occorre sempre del tempo. In più, si deve essere capaci d’individuare le cose che riflettono il proprio gusto personale e il proprio punto di vista. Suonare con leggendari cats come Thad Jones, Buddy Rich, Tito Puente, Art Blakey mi ha insegnato come lavorare sul palco. Ma quando non sono on the stage, avverto ancora l’esigenza di esercitare il mio stile strumentale e rifinire la mia scrittura.

Coltrane a parte, quali sassofonisti sono stati influenti per la tua formazione?
Credo di aver seguito tutto e tutti, e continuo a farlo! Direi che le mie influenze coincidono con quelle di molti altri sassofonisti della mia generazione: Lester Young, Coleman Hawkins, Ben Webster, Dexter Gordon, Sonny Rollins, Sonny Stitt, Gene Ammons, Stan Getz, George Coleman, Hank Mobley, Stanley Turrentine, Eddie Harris, King Curtis, Maceo Parker, Wayne Shorter, Marcel Mule.

Quando suoni l’Ewi [Electric Wind Instrument], non hai mai pensato di essere influenzato da chitarristi come Pat Metheny o Mike Stern?
In effetti qualche cosa sul mio Ewi suona un po’ come una chitarra. Spesso è come se eseguissi dei lick chitarristici quando ricorro a certi suoni. Direi che alcune combinazioni mi orientano più verso Jimi Hendrix o B.B. King.

Parliamo di qualche collaborazione. Tra la tua big band e Kurt Elling sembra esserci un feeling particolare. Puoi dirci qualcosa del vostro rapporto?
It’s great! La nostra collaborazione è nata tempo fa. Kurt ha registrato non solo con la big band («Old School, New Lessons», «Live At Mcg») ma anche con gli Yellowjackets («Club Nocturne»). Ho avuto l’opportunità di partecipare a uno dei suoi ultimi lavori («Nightmoves»). Suonare e duettare con Kurt è sempre una grande esperienza, creativamente molto stimolante.

In Italia collabori da tempo con Gabriele Comeglio, un musicista di cui non si parla molto.
Con Gabriele siamo amici. La sua è un’ottima orchestra composta da ottimi musicisti. È sempre un piacere lavorare con lui. Ha ottime idee, crede in quello che fa e mette una grande energia nei suoi progetti: ci investe molto.

Mentre tra le tue amicizie consolidate c’è quella con Peter Erskine.
Incontrai Peter nel 1969 in una Arts High School, che si chiamava Interlochen Arts Academy, in Michigan. Era già un grande batterista! Suonavamo assieme in una big band e in un trio in cui io e il pianista ci interscambiavamo gli strumenti. Durante il mio periodo con la band di Buddy Rich, Peter suonava con Stan Kenton, e poco dopo passò con Maynard Ferguson. Le nostre strade si sono incrociate parecchie volte durante quegli anni. Nel 1981 ci ritrovammo con Jaco Pastorius e poi con l’Hudson Project. Abbiamo anche suonato a vicenda nei rispettivi gruppi e dischi. Peter è uno dei migliori batteristi in circolazione e uno dei musicisti più completi che io conosca. Trovandoci a insegnare all’University of Southern California, suoniamo molto assieme. Con il quartetto dell’Usc, composto da me, lui, Alan Pasqua e Darek Ols, abbiamo recentemente registrato un Cd sulle canzoni tratte da film hollywoodiani e sulle musiche televisive, che dovrebbe uscire in primavera per la Fuzzy Music di Peter. In dicembre ho registrato il mio primo organ trio Cd, sempre con Peter, e con Larry Goldings, che ha rimpiazzato Joey DeFrancesco all’ultimo momento. Uscirà per la Pony-Canyon, ed è destinato al mercato giapponese. Mi auguro che diventerà disponibile anche in Europa e negli Stati Uniti.

Il quartetto che ha inciso il recentissimo «La vita è bella (Life Is Beautiful)» per la Abeat. Da sinistra: Dado Moroni, Riccardo Fioravanti, Joe La Barbera, Bob Mintzer.

Con Dado Moroni, Riccardo Fioravanti e Joe La Barbera hai registrato per conto dell’Abeat, un’etichetta che fa della sinergia tra musicisti italiani e stranieri, soprattutto americani, uno dei suoi punti di forza. Come ti sei avvicinato a questo progetto?
Il progetto si presentava ad alti livelli e devo dire che ne sono rimasto entusiasta. Conoscevo Dado; c’eravamo già incrociati, ma non avevamo mai avuto l’occasione di registrare assieme. Con Riccardo avevo invece già suonato. Dado is a real cat! An amazing musician, di ampie vedute musicali. Mi reputo fortunato per aver potuto registrare con lui!

Anticipaci qualcosa. Che cosa hai in programma di registrare?
Per quanto riguarda la big band, sono nella fase iniziale di un progetto dai sapori brasiliani. Con gli Yellowjackets dovremmo entrare in studio a breve.

Sembri guidato da una ferrea etica del lavoro…
In realtà è molto più facile di quel che sembra: io amo molto quello che faccio.

Luca Civelli