«Blue Monday», Letizia Gambi

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«Introducing Letizia Gambi» il suo album d’esordio è stato un eccellente biglietto da visita, vista la produzione di Lenny White. Qual è stata la genesi di questo disco e di questa collaborazione?

Incontrai Lenny nel 2009 durante il tour mondiale del trio Corea-Clarke-White e gli parlai di un’idea che avevo da sempre. Ho studiato e amo il jazz, ma da napoletana e italiana ho sempre ritenuto di essere più credibile e autentica quando, nella mia musica, si sentono anche le mie radici. Volevo creare qualcosa di personale, internazionale, sofisticato ed elegante che potesse attingere da entrambi i mondi per non essere né semplicemente un’interprete del repertorio jazz (con ”l’aggravante” di essere italiana e bianca)  né una rappresentante del classico folklore partenopeo. Avevo adattato in inglese il brano Carmela di Sergio Bruni (un brano simbolico per noi napoletani perché parla di Napoli) e gli feci sentire una mia idea di arrangiamento. Gli piacque molto e mi disse che avrebbe lavorato volentieri a questo progetto perché lo stimolava molto. Non potevo immaginarmi una cosa del genere! Da lì è iniziato tutto. In seguito sono partita per New York e, piano piano, è nato il primo disco, fatto di brani composti da me e Lenny, cover napoletane, italiane e internazionali. La mia vita è cambiata totalmente. Lenny è diventato il mio mentore e mi ha insegnato tanto. Ho lavorato con musicisti di calibro mondiale ed è stato molto formativo. E’ stata anche dura perché mi è capitato di tutto! Ho cercato personalmente investitori e risorse per realizzare l’album, mi sono occupata in prima persona di tutto, mi sono ritrovata ingannata, derubata e abbandonata da tante persone, ma Lenny (che per me è come un secondo padre) è sempre stato pronto ad aiutarmi e non ha mai smesso di credere in me. In seguito poi abbiamo incontrato un’altra persona davvero speciale, Giandomenico Ciaramella, che ha creduto nel progetto ed ha investito con noi, creando poi l’etichetta Jando Music (oggi una solida e conosciuta realtà nel mondo del jazz) proprio per lanciare il mio album. E’ stato tutto molto bello e ho imparato moltissimo.

Un disco con diversi «mostri sacri» del jazz: da Gato Barbieri a Chick Corea, a Gil Goldstein, Wallace Rooney, Ron Carter. E’ stato più facile o più difficile lavorare con musicisti di questo calibro?

Emotivamente parlando è stato più difficile, perché è normale essere assaliti dall’ansia da prestazione quando ti trovi davanti Sir Ron Carter e il suo contrabbasso! E tu, «essere minuscolo», ti chiedi se sarai mai alla sua altezza. Ovviamente avevo timore di sbagliare, di fare brutta figura o di deludere il mio maestro che credeva in me, ma contemporaneamente l’adrenalina era a mille perché dovevo dare il massimo. Mi sento di ringraziarli tutti anche perché hanno partecipato al progetto per sincero entusiasmo a cachet simbolico o persino inesistente. Inoltre ho avuto la riconferma che più sono grandi artisti e più sono persone umili e oggi, dopo aver fatto anche dei live con loro, ho inciso il secondo album senza alcun timore ma con gratitudine e gioia. Musicalmente parlando, lavorare con questi musicisti è molto più facile, non c’è bisogno di spiegare molto. Le cose arrivano magicamente e il risultato è top.

Letizia, il suo esordio ha avuto riscontri più che positivi in tutto il mondo. Però, sembra che in Italia si faccia più fatica.

C’era una volta la tv italiana dove al sabato pomeriggio il grande Vittorio De Sica leggeva le favole e la sera c’erano le orchestre che suonavano dal vivo con i maestri Luttazzi e Canfora. Forse se fossi nata in quel periodo sarebbe stato più semplice. Ma chi può dirlo?

Non è facile farsi conoscere quando sei un’artista indipendente e scegli di fare una musica che non è considerata «per tutti». Io credo che la gente ascolti e si abitui ai suoni con cui viene bombardata, perché li riconosce familiari. Se i media programmassero dalla mattina alla sera Mozart o Duke Ellington questi otterrebbero lo stesso gradimento e popolarità che hanno artisti pop come Rihanna o l’ultimo vincitore di un talent-show. Sicuramente avremmo un risultato diverso in termini di ricchezza culturale e sviluppo cerebrale (tutti sanno che la musica influenza lo sviluppo cerebrale). Facciamo un esperimento neuro-scientifico: programmiamo le mie canzoni tutti i giorni su tutte le radio per sei mesi e poi ne riparliamo! Scherzi a parte, in Italia non ho ancora un manager che mi segue come negli Stati Uniti e forse sarà anche per quello che non sono ancora molto conosciuta. Non lo so. A proposito: manager italiani fatevi avanti!

La sua musica è accostata alla locuzione Cultural Fusion, ossia l’apparentamento della musica afroamericana con il sound partenopeo: un rapporto che esiste da secoli. Nella sua musica quali sono i punti di contatto?

In un certo senso i punti di contatto siamo io e Lenny White. Il mio passato, le mie radici partenopee e le mie influenze sono entrate in contatto con quelle di un musicista che ha fatto parte della storia del jazz. La mia musica è il risultato della fusione di due punti di vista e sensibilità influenzati anche dalle nostre vite, dall’età diversa e dal nostro passato. L’influenza della melodia resta molto forte, perché fa parte del modo in cui scrivo e sento la musica, ma è cantata con la libertà del jazz, mentre la componente ritmica è stata esplorata in modo trasversale ad entrambe le culture . Non ho inventato nulla di nuovo, sto solo cercando di esprimere me stessa e credo che la mia musica debba cambiare e crescere ogni giorno insieme a me.

A proposito di musica afroamericana, vista la sua frequentazione statunitense, avrà sentito parlare del Black American Music creato da Nicholas Payton. Cosa ne pensa?

Bella domanda. Ho la grandissima fortuna di essere in contatto con musicisti neri che hanno fatto la storia del jazz e spesso ho parlato di queste cose con loro. Payton fa parte di una generazione più giovane e ha delle idee personali che rispetto e non giudico. Ma di una cosa sono sicura, il jazz non è un genere musicale, è parte integrante del patrimonio e dell’ eredità culturale del popolo nero americano che ha una sua storia precisa, che va rispettata. Se da domani tutti i jazzisti neri iniziassero a dire che suonano BAM che cosa ne sarebbe del jazz? Chi lo suonerebbe? I bianchi e tutti i musicisti che non sono nero-americani. Ecco che il jazz diventerebbe un genere musicale che non discute né nega il patrimonio culturale da cui è nato che è indiscutibilmente quello nero americano. E in un certo senso, se accadesse, come artista bianca ed europea mi sentirei più legittimata nel definirmi una jazzista.

Ha dovuto lasciare Napoli. Ora dove vive?

Tra Milano, Como, la Svizzera e New York. Ma vado ovunque mi porti la musica.

Da ultimo ha interpretato Under The Moon e Dindi che saranno presenti nel cd che sarà allegato a Musica Jazz di dicembre, curato da Alberto Zeppieri, che omaggia Frank Sinatra. Qual è il suo rapporto con la musica di Sinatra?

Sinatra è uno dei miei idoli da sempre. Lo adoro. Il suo fraseggio, la sua pronuncia e il suo relax sono unici al mondo. Sono molto felice di essere in questo album e ringrazio la Fondazione Luttazzi per avermi coinvolta. Under The Moon in particolare è un inedito che ho scritto con Lenny White che è una piccola anteprima dal mio prossimo disco che uscirà a febbraio (anche se la versione sul mio album sarà senza orchestra). L’arrangiamento degli archi è di Gil Goldstein (che suona anche la fisarmonica). E’ una canzone d’amore con una melodia orecchiabile e con atmosfere romantica come molti dei brani che Sinatra aveva in repertorio e spero incontri i gusti del pubblico.

Un brano del Maestro Luttazzi  Perché domani farà parte anche del suo prossimo lavoro discografico «Blue Monday» in uscita a febbraio 2016. Ci vorrebbe parlare del suo disco e del suo rapporto con la musica del Maestro Lelio Luttazzi?

L’album «Blue Monday» sarà un insieme di brani con sound jazz ma anche mediterraneo. Ritornano strumenti che amo come il violoncello e il bandoneon e finalmente ho dato più spazio a brani scritti da me. Oltre a Lenny hanno suonato Ron Carter, Gil Goldstein, Donald Vega, Helen Sung, Dave Stryker, John Benitez e tanti altri musicisti fantastici! Si attinge ai ritmi tradizionali jazz, alla tammurriata ma ci sono anche riferimenti ad Ahmad Jamal, Miles Davis e Gershwin, Pino Daniele, Joe Henderson, Amy Winehouse e il grande Lelio Luttazzi. Il maestro era un grandissimo musicista e jazzista. Ha scritto pezzi meravigliosi e mi innamorai di Perché domani cantata da Sophia Loren tanti anni fa, quando la scoprii comprando un cd di colonne sonore a Napoli in un mercatino. Avrò avuto quindici anni. Finalmente oggi ho potuto inciderlo e ho voluto farlo anche in inglese. Devo ringraziare la straordinaria Rossana Luttazzi che ha subito capito il mio intento e che con grande amore e dedizione si dedica costantemente al grande patrimonio artistico di Lelio.

E’ una grande gioia per me essere supportata dalla Fondazione Luttazzi, perché Lelio incarna la classe, l’eleganza, il rispetto per la musica di qualità e per i musicisti , cose che vorrei vedere di nuovo tornare di moda!

In casa sua la musica si è sempre respirata. Al jazz chi o cosa l’ha portata?

Mio padre amava il jazz e mia madre cantava e ascoltava di tutto, musica lirica, operette e classici napoletani. Ho iniziato con la danza, il musical e la recitazione, ma il canto era la cosa che mi creava più problemi emotivamente. Era molto difficile per me cantare in pubblico mentre non lo erano parlare, ballare e recitare. Un giorno, a scuola di teatro, un ragazzo mi disse che secondo lui avrei dovuto fare jazz (perché avevo un range vocale che abbraccia molte note basse) e mi disse che lui avrebbe fatto l’audizione per la Civica Scuola di Jazz di Milano…Mi si accese una lampadina e mi sembrò un’ottima sfida con me stessa anche per superare i miei blocchi…ed ora sono qua!

I suoi esordi nel mondo dello spettacolo la vedono come ballerina e interprete di musical di successo. Questa formazione fa ancora parte del suo codice espressivo? Sono il risultato di tutto ciò che ho fatto, amato e studiato e  mi piacerebbe molto poter utilizzare la mia formazione a 360°. Sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli ed occasioni per farlo.

Letizia, lei è un’artista che si è affidata a una piattaforma di crowdfunding. E’ un sistema che da frutti?

Abbastanza. «Blue Monday» uscirà con Artist Share (artistshare.com), una piattaforma nata nel 2003 appositamente per permettere la realizzazione di progetti musicali attraverso il supporto di appassionati che in cambio del loro contribuito possono vivere esperienze esclusive create su misura per loro. Si sa bene che ormai i costi di produzione sono altissimi e soprattutto se sei indipendente come me hai bisogno del supporto dei fans. Artist Share è molto rinomata negli US, artisti pluripremiati ai Grammy Awards come Maria Schneider e altri grandi progetti si affidano a loro ed io sono felice di essere la prima artista italiana a cui hanno proposto una collaborazione. Sfortunatamente l’Italia è un po’ indietro e le persone non sono tanto aperte a questo tipo di concetto. Negli Stati Uniti è quasi una moda! Acquistando una delle varie offerte si viene ringraziati nei crediti del disco, si avrà diritto a biglietti V.i.p. per tutti i concerti, inviti nel backstage, lezioni di canto, una cena con me e White, un opera dipinta a mano da me, il mio libretto segreto di ricette, video-telefonate con me e Lenny, un iPod e persino un mio concerto privato per la persona che acquisterà l’offerta di Executive Producer! Ma anche solo comprando il cd in anticipo si accede subito a contenuti video, foto e un diario del making of di «Blue Monday». Si può partecipare fino a fine dicembre e sul sito di Artist Share, se qualcuno fosse interessato c’è tutto e per ogni tasca!

Quali sono i suoi riferimenti stilistici?

Frank Sinatra, Anita O’Day, Shirley Bassey, Sade, Mina, Chaka Khan.

Come si diceva, ha in atto della prestigiose collaborazioni artistiche. Con chi altri vorrebbe (o avrebbe voluto) collaborare?

Mi piacerebbe tantissimo fare qualcosa con Stefano Bollani, con Jeff Beck, Dhafer Youssef, Pharoah Sanders, un duetto con Kurt Elling e un giorno vorrei cantare anche solo un brano con Ennio Morricone e la sua orchestra. Sting è sempre stato un grande riferimento per me e il fatto che dopo aver sentito il mio primo album mi abbia voluta incontrare e mi abbia ufficialmente supportata con belle parole lo mette nella lista delle collaborazioni da sogno. In Italia mi piacerebbe fare qualcosa con Raiz, Gragnaniello e Giuliano Sangiorgi. Il grande Pino Daniele invece resterà irraggiungibile.

Quali sono i suoi prossimi impegni e progetti?

Stiamo pianificando la promozione di «Blue Monday» negli States ed in Italia , vorrei presentare il disco almeno a Milano, Roma e Napoli. Anche con la Fondazione Luttazzi stiamo pensando a qualcosa di speciale ma il mio progetto principale è portare la mia voce ovunque sia benvenuta!

Alceste Ayroldi