«Black Shop», Letizia Onorati

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Si chiama «Black Shop» il primo lavoro discografico della vocalist salentina Letizia Onorati, pubblicato nella collana Koiné della Dodicilune. Ne parliamo con lei.

Letizia, quando avviene il tuo incontro con il jazz? Perché lo hai scelto come tua ragione di vita artistica?

Non riesco a trovare un momento preciso nella mia vita in cui ho scelto il jazz come mezzo di espressione. L’amore per la musica, per il canto e per il jazz sono sempre andati di pari passo e sono cresciuti con il tempo grazie ai miei genitori, grandi appassionati di musica, e grazie alla mia insegnante, Elisabetta Guido.

Qual è il tuo background artistico-culturale?

Ho iniziato a studiare canto con Elisabetta Guido a sette anni, il suo percorso di studio prevede che si approfondiscano diversi stili di canto, tra cui il canto moderno, il soul e il jazz. Negli anni poi ho frequentato numerosi seminari con grandi nomi del jazz come ad esempio Rachel Gould, Bob Stolof, Roberta Gambarini.  Il consolidamento del mio amore per il jazz e la mia profonda crescita li devo a Tiziana Ghiglioni, con cui negli ultimi anni ho intrapreso un percorso di perfezionamento. Insieme alla passione per la musica porto avanti anche il mio percorso di studi, dopo la laurea in Economia e finanza mi sto specializzando in finanza e mercati internazionali.

Parliamo del tuo album d’esordio «Black Shop». Hai scelto di affrontare alcuni standard. C’è un criterio particolare che hai seguito nella scelta dei brani?

Gli standard che ho scelto rappresentano in un certo senso il mio percorso artistico vissuto fino ad ora e sono le composizioni che da sempre mi fanno emozionare maggiormente.

Hai optato per una formazione inusuale: voce, pianoforte e violoncello. Come mai questa scelta? Quale è il sound al quale hai voluto fare riferimento?

L’idea della presenza del violoncello nel progetto è di Paolo Di Sabatino, che ha curato gli arrangiamenti e ha pensato che fosse lo strumento ideale per enfatizzare i contenuti lirici ed emozionali di ciascun brano, in una sintesi tra costruzioni armoniche jazz e strutture “classiche”.

Con riguardo ai tuoi sodali, perché proprio loro?

Mi sono rivolta a Paolo Di Sabatino, che conosco da anni come allieva e che sapevo avrebbe realizzato degli eccellenti arrangiamenti rispetto al progetto che avevo in mente. E’ stato proprio Paolo che mi ha presentato la violoncellista Giovanna Famulari, la cui maestria ed eleganza erano le componenti necessarie per il raggiungimento di un ottimo risultato e del particolare mood che avevamo intenzione di donare al progetto.

L’aver sottratto la batteria ti ha consentito una maggiore libertà?

L’assenza della batteria ha consentito una maggiore centralità della voce in un contesto di particolare attenzione a dettagli e sfumature, ad ogni nuance espressiva.

Quanto ritieni importante la tradizione?

Credo che la tradizione sia di fondamentale importanza. La scelta di questi standard per il mio primo lavoro discografico ne è la prova. Inoltre penso che conoscere la tradizione, la  storia del jazz, chi l’ha vissuta e tutto ciò che ne deriva sia un fattore imprescindibile per chi vuole mettersi alla prova con questo genere musicale, ed al contempo ricercare nuove atmosfere e sonorità.

In questo disco, mi sembra che tu abbia cercato la via per andare oltre la mera esecuzione, personalizzando dei brani immarcescibili.

Una delle caratteristiche più belle del jazz, secondo me, è proprio quella di poter relazionarsi con un ricco songbook di brani che hanno fatto la storia, rispettando l’idea originale ma dandone una propria interpretazione. E’ quello che ho provato a fare; aldilà della stretta esecuzione, ho cercato di metterci dentro tutte le emozioni che provo ogni volta che canto e che ascolto questi brani meravigliosi.

Con chi ti senti in debito di riconoscenza?

Mi sento in debito di riconoscenza sicuramente con i miei genitori, che mi hanno trasmesso la passione per la musica e che mi sostengono sempre, mia madre dall’alto e mio padre qui accanto a me. Inoltre con coloro che considero i miei maestri e che continuano ad arricchirmi in modi diversi, Elisabetta Guido, Tiziana Ghiglioni e Paolo Di Sabatino.

Sei al tuo esordio discografico, un mercato piuttosto asfittico. Hai mai pensato a una soluzione possibile per risolvere questo problema?

Purtroppo è una realtà come si suole dire di nicchia, lo è sempre stata e continua ad esserlo e il mercato discografico presenta dinamiche ben diverse rispetto a quelle della musica pop in Italia. Penso sia un aspetto che possa migliorare, muovendo dalla educazione all’ascolto del jazz con i bambini già in tenera età; in questo modo si cresce un potenziale acquirente di domani, così da stimolare il mercato. E’ venuta fuori la mia parte economico-finanziaria.

Quali sono le tue riflessioni sul jazz in Italia? Cosa sarebbe da cambiare nell’attuale sistema?

Credo che questo sia un momento molto positivo per il jazz in Italia, vi sono molte cose interessanti grazie a un combinato disposto tra progetti  dei musicisti che hanno fatto la storia e che continuano a realizzare capolavori, e tanti giovani che si mettono alla prova esprimendo la propria creatività e le proprie emozioni in musica. Sarebbe auspicabile un cambiamento del mercato discografico, ed inoltre relativamente ai vincoli legati ai live che spesso rappresentano un ostacolo per gli organizzatori.

Quali sono i tuoi prossimi impegni e quali i tuoi progetti?

Continueranno i concerti di presentazione del mio cd «Black Shop» con  Paolo di Sabatino e Giovanna Famulari e nel frattempo porto avanti, insieme al maestro Di Sabatino,  il sodalizio con Dodicilune per nuovi e sfidanti progetti.

Alceste Ayroldi