Bill Frisell Trio a Empoli Jazz

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Bill Frisell
Il trio di Bill Frisell, foto di Sanzio Fusconi

Empoli, Giardino del Torrione di Santa Brigida, 9 luglio

Evento di apertura della X edizione di Empoli Jazz, rassegna come sempre promossa dal Music Pool in collaborazione con il Centro Studi Musicali «Ferruccio Busoni», il concerto del trio di Bill Frisell ha ribadito il ruolo del chitarrista di Baltimora come figura centrale – una sorta di spartiacque – nella musica contemporanea di derivazione jazzistica. Vale a dire, quella di un musicista capace di travalicare le barriere tra i generi al di là dei luoghi comuni e di ogni generica dichiarazione di principio.

Bill Frisell (di spalle Thomas Morgan), foto di Sanzio Fusconi
Bill Frisell (di spalle Thomas Morgan), foto di Sanzio Fusconi

Depositario di un suono inconfondibile e largamente imitato, Frisell esibisce un fraseggio nitido, lucidamente strutturato anche laddove ricorre a strappi e occasionali distorsioni. Nello svilupparlo alterna frasi articolate e frammenti melodici ad accordi e sapienti armonizzazioni, segno palese di un’estrazione jazzistica che risale fino agli insegnamenti di Jim Hall. Inoltre, fa un uso poetico di intervalli e silenzi, lasciando sempre il debito spazio tra le frasi (e non solo in certi passaggi slow dilatati). Nella propria poetica di improvvisatore condensa il retaggio della song e del repertorio del Real Book, l’eredità della musica popolare americana (dal country al folk di Woody Guthrie, Pete Seeger e del primo Bob Dylan), il sostrato del blues, l’amore per i temi delle colonne sonore. Con Thomas Morgan al contrabbasso e Rudy Royston alla batteria Frisell imbastisce un’interazione proficua, un interplay invidiabile fatto di dialoghi intensi e continui scambi ed intrecci.

Thomas Morgan e Bill Frisell, foto di Sanzio Fusconi
Thomas Morgan e Bill Frisell, foto di Sanzio Fusconi

Morgan è un contrabbassista dal suono «antico» (un suono che sa di legno e di budello), dotato di una capacità superiore di ascolto e quindi in grado di interagire con rapide e ficcanti linee impregnate di valenze melodiche, con le quali riempie con misura e pertinenza gli spazi disponibili. Royston si dimostra molto versatile per il modo in cui sa spaziare da fitti accenti swinganti sul ride cymbal a giochi serrati tra rullante e charleston, da ritmi binari più vicini all’estetica rock a sottigliezze timbriche e dinamiche di certi rarefatti passaggi su tempi slow fluttuanti.

Rudy Royston, foto di Sanzio Fusconi
Rudy Royston, foto di Sanzio Fusconi

Il dosaggio meticoloso delle dinamiche è un dato tangibile in When You Wish Upon A Star, giocata su allusioni laconiche alle cellule del tema che si materializza solo strada facendo. Ulteriormente distillati, i frammenti di Evidence emergono poco a poco come schegge appuntite, per poi trasferire l’architettura asimmetrica di Monk su una progressione swingante su tempo medium/fast. La versione di Arjen’s Bag (tratta da «Extrapolation» di John McLaughlin) prevede la continua contrazione e distensione ritmica dettata dalla configurazione stessa del tema.

Thomas Morgan, foto di Sanzio Fusconi
Thomas Morgan, foto di Sanzio Fusconi

Per contro, Lush Life si svolge all’insegna di una complessiva fedeltà alla sua linea melodica, ricostruita in maniera certosina come un prezioso mosaico attraverso un impianto narrativo che comprova come si possa raccontare una storia indipendentemente dall’assenza di un testo. Mentre We Shall Overcome certifica il saldo legame di Frisell con le tradizioni popolari, le riproposizioni dei temi di Goldfinger e Midnight Cowboy confermano il suo sforzo di analizzare ed esplorare un rapporto tra musica e immagini appartenente alla memoria collettiva, ma ad un unico scopo: restituire in forma diversa – come del resto è tipico di tutta la sua produzione – ciò che può essere anche prevedibile attraverso l’amore per la melodia e l’improvvisazione.

Enzo Boddi