Bergamo Jazz – terza parte: il suono e lo spazio

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Dan Kinzelman - Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Bergamo, varie sedi

23-26 marzo

Come da tradizione, i numerosi eventi che occupano le quattro giornate di Bergamo Jazz sono distribuiti – eccetto i concerti al Donizetti – in vari luoghi della città, sia alta che bassa. Un modo diverso di vivere la città anche per gli stessi bergamaschi e soprattutto un’occasione propizia per scoprire (o riscoprire, a seconda dei casi) spazi rimasti a lungo inutilizzati, ma di indubbia bellezza. Tale criterio permette di apprezzare al meglio alcune stimolanti proposte di nicchia, che si tratti di duo, trio e formazioni allargate, oppure delle performance in solo ospitate all’interno di luoghi seminascosti. È il caso del Teatro Sant’Andrea, ubicato a fianco della chiesa omonima, dove si sono svolti due dei quattro concerti in solo previsti dal programma.

Il 23 marzo il pianista brasiliano Amaro Freitas ha fornito una prova tangibile della propria potente cifra espressiva. Originario dello stato di Pernambuco (situato nel Nordeste, area a forte presenza afrobrasiliana), Freitas fonde una profonda conoscenza del pianismo jazz con una straripante carica (poli)ritmica e un approccio spiccatamente percussivo derivanti dal substrato africano della propria cultura. Tale vibrante e sferzante impatto ritmico deve senz’altro qualcosa anche a McCoy Tyner ed è riscontrabile nell’esplorazione dei nuclei di Footprints di Wayne Shorter e Giant Steps di John Coltrane. L’inesauribile interazione tra le due mani e la capacità di interpolare, intrecciandole, linee ritmiche e melodiche non sono solo esempi di virtuosismo, ma anche segni dello sforzo di innestare sul proprio retroterra culturale un linguaggio riconducibile (ovviamente, fatte le debite proporzioni) a Oscar Peterson e Art Tatum. Freitas stesso si definisce un percussionista a 88 tasti e lo dimostra anche da un punto di vista timbrico. Infatti, riesce a riprodurre il suono di membranofoni preparando la cordiera del piano mediante l’applicazione di mollette stendipanni. Ne scaturisce una graduale costruzione poliritmica, arricchita da sonagli, che – al pari della mbira, il piano a pollici, poi fonte di trame ipnotiche – si riallaccia alle radici africane, richiamando addirittura la musica per la trance.

Amaro Freitas – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Tessiture ipnotiche, ma originate da ben altri presupposti musicali e filosofici, caratterizzano anche la poetica del pianista svizzero Nik Bärtsch, di scena il 25 marzo. Fautore della ritual groove music, teoria che estrinseca appieno con il quartetto Ronin, Bärtsch esibisce un’evidente impronta del minimalismo, segnatamente individuabile nell’influenza di Steve Reich. La si riscontra nella creazione di strutture iterative, su cui si sovrappongono e si stratificano cascate di arpeggi. La si ritrova poi nelle martellanti progressioni di note ribattute che finiscono per produrre una sorta di tappeto sonoro. Peraltro, Bärtsch sa anche diversificare approcci e procedimenti. Fa un uso efficace dello staccato e ne approfitta per ricercare un’interlocuzione con il silenzio circostante. Predispone poi interventi sulla cordiera per ottenere una più ampia gamma timbrica. Infine, rivela un’attenzione meticolosa nel dosaggio delle dinamiche. Tutto questo induce a pensare che dietro a queste modalità ci sia l’impronta indelebile di John Cage.

Nik Bartsch – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Altro piano solo, ma completamente diverso, quello offerto da Django Bates nel concerto pomeridiano del 26 marzo tenutosi nella splendida cornice della Sala Piatti, situata in città alta e intitolata al violoncellista e compositore bergamasco Alfredo Piatti. Il suo linguaggio jazzistico è più aderente all’estetica afroamericana, ma non si tratta certo di un’adesione supina. Nel fraseggio scorrevole e nell’ingegnosa concezione armonica si individuano tracce di referenti importanti: Lennie Tristano, Paul Bley, perfino Keith Jarrett. Tuttavia, il pianista inglese privilegia una componente melodica – accompagnata da un sottile humour tipicamente britannico – che gli deriva dall’amore per la canzone, più nello specifico per i Beatles, da lui omaggiati con «Saluting Sgt. Pepper» (Edition, 2017). Non a caso, tra i brani originali proposti figurano anche canzoni dalla struttura semplice e dall’atmosfera vagamente surreale. Su un piano strettamente strumentale, Bates raggiunge uno dei vertici con la rielaborazione di Bridge over Troubled Water di Simon & Garfunkel, prezioso intreccio di raffinati sviluppi armonici e di lucenti spunti melodici.

Django Bates – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Altra piccola perla nascosta della città alta – e mai utilizzata finora per ospitare gli eventi di Bergamo Jazz – è la chiesa di San Salvatore, dove si è tenuto il concerto mattutino del 26 marzo, protagonista Dan Kinzelman. Dal 2005 residente in Italia e attivo sulla scena con il trio Hobby Horse e il sestetto Ghost Horse, il sassofonista americano conduce da qualche anno una performance solistica – denominata Resist/Evolve – in cui esplora il suono nelle sue più profonde implicazioni e nel suo rapporto con lo spazio circostante. La particolarità consiste nel fatto che per tutta la durata dell’evento sonoro (che può variare dai 30 ai 40 minuti a seconda delle circostanze) Kinzelman utilizza costantemente la respirazione circolare, dando fondo alle proprie risorse fisiche e quasi cadendo in un momentaneo stato di trance. All’inizio della performance bergamasca l’imponente suono del tenore sembrava provenire da anfratti reconditi. Infatti, varcata la soglia del portale, Kinzelman era salito sul piccolo palco sovrastante. Il graduale accumulo di cellule finisce per essere convogliato in un flusso sonoro massiccio, ipnotico, che si intensifica man mano che il sassofonista si muove a passi quasi impercettibili tra il pubblico. Si colgono e apprezzano il respiro e la pressione delle dita sulle chiavi dello strumento come parti integranti del processo creativo. L’impatto fonico assume toni roboanti che per qualche frazione di secondo evocano figure storiche quali Albert Ayler e Pharoah Sanders. Un’esperienza liberatoria, catartica e davvero estenuante per il musicista, in questo frangente costretto a interrompersi dopo circa mezz’ora. Un’autentica sfida con le possibilità dello strumento, ma soprattutto con sé stesso.

Dan Kinzelman – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Come sempre, Bergamo Jazz diventa un contenitore di eventi preliminari e paralleli, a cominciare dal Bergamo Film Meeting e dalle attività didattiche per le scuole condotte dal CDpM (Centro Didattico di produzione Musica). Merita assolutamente una segnalazione l’incontro svoltosi sabato 25 marzo nella Sala della Musica «Tremaglia» del Teatro Donizetti. You Turned the Jazz on Me è stata una sentita dedica alla figura del fotografo Roberto Masotti, scomparso improvvisamente un anno fa. Il fratello, il musicologo Franco Masotti, e il giornalista Carlo Maria Cella hanno disegnato il profilo di un uomo e di un professionista geniale, capace di cogliere in uno scatto tanto l’attimo decisivo del processo esecutivo e della rappresentazione, quanto gli aspetti umani dei musicisti ritratti. Il titolo dell’evento è una parafrasi di You Tourned the Tables on Me (da un’espressione idiomatica che significa cambiare le carte in tavola), una raccolta di 115 foto realizzate da Masotti tra il 1974 e il 1981, tutte aventi come protagonisti un singolo musicista e un vecchio tavolino metallico. Per l’occasione è stato sottolineato il suo lunghissimo rapporto con la ECM di Manfred Eicher e sono state mostrate alcune delle sue foto più significative, come quelle scattate a un giovane Keith Jarrett a Bergamo Alta nel 1973 e, l’anno successivo, alla discussa esibizione dell’Art Ensemble of Chicago.

Maria Pia De Vito – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Proprio nell’anno di Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura, Bergamo Jazz ha riscosso uno strepitoso successo di pubblico, con oltre 6300 spettatori nell’arco delle quattro giornate della manifestazione. Vari eventi, primi fra tutti quelli serali al Teatro Donizetti e al Teatro Sociale, hanno fatto registrare il tutto esaurito. Segno evidente di uno zoccolo duro di ascoltatori costruito negli anni e di un ritrovato bisogno di partecipazione. Un plauso e un ringraziamento vanno di diritto alla direttrice artistica Maria Pia De Vito, che ha concluso un mandato triennale non semplice: iniziato nel peggiore dei modi nel 2020 con la cancellazione del programma in piena pandemia, proseguito nel 2021 con un’edizione slittata a settembre, ma culminato nel biennio 2022-2023 con dei programmi sostanziosi e ben articolati. Nel 2024 le subentrerà Joe Lovano, che il prossimo 24 ottobre sarà a Bergamo per un concerto al Teatro Sociale con il chitarrista danese Jakob Bro. Bergamo Jazz prosegue la sua avventura sotto buoni auspici.

 

Enzo Boddi