Bergamo Jazz – seconda parte: le (ri)scoperte

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Ernst Reijseger, Harmen Fraanje e Mola Sylla - Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Bergamo, varie sedi

23-26 marzo

Se si escludono gli eventi al Teatro Donizetti, tempio consacrato – anche storicamente parlando – di Bergamo Jazz, come d’abitudine il festival si articola in numerosi appuntamenti collocati in altri suggestivi spazi della città. Un punto di riferimento irrinunciabile per la manifestazione è ormai diventato lo splendido Teatro Sociale, situato in città alta, dove si sono svolti tre concerti. Il 23 marzo il teatro ha visto avvicendarsi due formazioni di natura totalmente diversa.

MIXMONK – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

MIXMONK è un trio formato dai belgi Robin Verheyen (sax tenore e soprano) e Bram De Looze (piano), cui si è recentemente unito il batterista Joey Baron. Il trio dimostra come si possa rispettare e onorare lo spirito di Thelonious Monk evitando pedisseque riproposizioni o stravolgimenti pretestuosi. Infatti, attinge con parsimonia al repertorio del pianista, come in una Monk’s Mood giocata su equilibri rarefatti, spazi dilatati e dinamiche distillate in maniera certosina. Piuttosto, nelle composizioni originali si riversano alcuni tratti distintivi della poetica monkiana: le inconfondibili linee sghembe e asimmetriche; la predilezione per certe gustose dissonanze; le proverbiali frammentazioni ritmiche. Sotto questo profilo, Verheyen e De Looze non potevano trovare un interprete e alter ego migliore di Baron, in virtù della sua ben nota abilità di scomporre le linee ritmiche variando sagacemente accenti e dosando dinamiche e timbriche: esemplare in tal senso il suo creativo gioco di spazzole. Anche quando il trio affronta un vecchio standard quale Li’l Darling di Neal Hefti, cavallo di battaglia dell’orchestra di Count Basie, procede a un’esplorazione metodica delle cellule tematiche. Verheyen è un sopranista intraprendente, perfettamente a suo agio anche nei passaggi più spigolosi, mentre al tenore sfoggia un fraseggio e un timbro ricco di soffiato che a tratti ricordano Warne Marsh. Per parte sua, De Looze possiede un approccio, sia compositivo che esecutivo, dotato dell’imprevedibilità che era propria di Misha Mengelberg. Anche qui il collegamento con Monk non è casuale.

Panorchestra – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

La Panorchestra è una formazione nuova di zecca, nata da un’intuizione del sassofonista Tino Tracanna (profeta in patria) per celebrare l’evento di Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023. Non a caso l’orchestra allinea musicisti bergamaschi, bresciani e milanesi: Tracanna (sax tenore e soprano), Massimiliano Milesi (sax tenore), Gianluca Zanello (sax alto), Federico Calcagno (clarinetti), Paolo Malacarne (tromba), Andrea Andreoli (trombone), Giulio Corini (contrabbasso) e Filippo Sala (batteria). Unico non lombardo, il pianista ferrarese Alfonso Santimone, responsabile degli ingegnosi arrangiamenti. Nella circostanza, figurava come ospite speciale il trombettista afroamericano Jonathan Finlayson. Il materiale proposto constava essenzialmente di composizioni originali di Milesi, Tracanna, Santimone e dello stesso Finlayson, più una versione di Forlorn di Joe Zawinul, tratta da «Night Passage» dei Weather Report, di cui Santimone ha mantenuto il clima sospeso alimentato da un ostinato, garantendogli però sviluppi sostanziosi. Quanto al restante materiale, spiccano i potenti contrafforti sostenuti da una ritmica affiatata (che non a caso fa parte, assieme a Milesi, del quartetto Double Cut di Tracanna), l’efficace gioco di dialettica e contrapposizioni tra ance e ottoni, i brucianti assolo dei due tenori, i brillanti inserimenti dei clarinetti, nonché le limpide aperture di Finlayson, che squarciano il fitto tessuto e ampliano il respiro delle esecuzioni.

Harmen Fraanje, Ernst Reijseger e Mola Sylla – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Nel concerto pomeridiano del 26 marzo il violoncellista olandese Ernst Reijseger ha rinverdito la sua collaborazione di lunga data con il cantante e polistrumentista senegalese Mola Sylla, anche grazie al sostegno del pianista Harmen Fraanje, suo connazionale. Il sostanziale punto di contatto tra mondi tanto diversi è il piacere di fare musica scevra da etichette sul terreno comune dell’improvvisazione. Come sua abitudine, Reijseger trae dallo strumento le risorse più svariate e recondite. Può infatti spaziare da echi a cavallo tra Rinascimento e Barocco (Monteverdi?) e progressioni bachiane fino a un pizzicato jazzistico e registri estremi in passaggi informali. Imbraccia e strimpella lo strumento a mo’ di chitarra, ne percuote le corde e la cassa armonica, dialogando anche con lo xalam (piccolo liuto a cinque corde) e la mbira, il piano a pollici, di Sylla. Si cala con spirito disincantato e umiltà nella dimensione del collega senegalese, portatore di una vocalità arcana, aspra e viscerale. I due arrivano perfino a prodursi in una sorta di blues che, indirettamente e fatte le debite proporzioni, richiama l’incontro tra Ry Cooder e il maliano Ali Farka Toure. Preso (ma in senso buono) tra due fuochi, Fraanje opera con grande senso della misura.

David Linx e Leonardo Montana – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Anche l’Auditorium della Libertà, situato nella città bassa, è divenuto da parecchi anni veicolo di stimolanti proposte. Il 24 marzo il vocalist belga David Linx ha offerto – in duo con il pianista brasiliano Leonardo Montana – un saggio della propria arte sulla scorta di «Be My Guest», album contenente ben quindici duetti con altrettanti musicisti. Linx conferma la sua natura di fine dicitore, facondo narratore e autentico acrobata della vocalità, fautore di un ruolo e di una funzione spiccatamente strumentali della voce, e non solo per l’uso dello scat debitamente assorbito dalla tradizione afroamericana. Inoltre, Linx è autore di tutte le composizioni, dotate di testi arguti che esaltano la valenza strettamente musicale dei singoli fonemi. Ne scaturisce una concezione eminentemente ritmica, frutto del suo passato di batterista, che implica la capacità di saltare con disinvoltura da un registro all’altro e di scivolare con eleganza sulle sillabe o i singoli fonemi, legandoli, dilatandoli e proiettandoli in una trama pulsante, sempre cangiante.

Oliphantre – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Il 25 marzo l’Auditorium ha ospitato Oliphantre, trio composto da Leïla Martial (voce), Francesco Diodati (chitarra) e Stefano Tamborrino (batteria). Rispetto a qualche anno fa il trio si è ulteriormente orientato verso una dimensione elettrica, svincolata da matrici definite e gabbie stilistiche, comunque lontana dall’estetica jazzistica. Semmai, attenta a indicare prospettive sia su territori contigui che su aree situate ben oltre. New jazz, avant rock, post rock, hardcore, punk jazz sono etichette che lasciano il tempo che trovano, questioni di pura lana caprina. La musica scaturisce da attacchi abrasivi, inserti lancinanti e schegge acuminate di chitarra, in qualche misura riconducibili alla ricerca di Elliott Sharp e Marc Ducret, o a certe estremizzazioni di John Zorn. Il disegno ritmico è spesso martellante, ma poi abilmente scomposto e comunque soggetto a un attento controllo delle dinamiche. Martial è provvista di una formazione composita e senz’altro risente anche della lezione della vocalità di estrazione classico-contemporanea. Ne risulta una gamma versatile che spazia da registri estremi fino a timbriche flautate, attraverso occasionali distensioni in ampie curve melodiche e vocalizzi di matrice etnica.

ONJGT Synthesis e Paolo Damiani – Foto di Giorgia Corti

Un altro aspetto interessante che da alcuni anni caratterizza e arricchisce Bergamo Jazz è la rassegna Scintille di Jazz, ideata e curata da Tino Tracanna allo scopo di valorizzare e richiamare l’attenzione su musicisti emergenti, per la maggior parte italiani. L’evento di maggior rilievo di questa edizione è stato senz’altro il concerto – il 25 marzo al Daste, ex centrale elettrica situata nell’estrema periferia – di ONJGT Synthesis, formazione di giovani musicisti membri dell’Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti, coordinati da Paolo Damiani. Ne facevano parte Camilla Battaglia (voce), Anaïs Drago (violino), Francesco Fratini (tromba), Giacomo Zanus (chitarra), Federica Michisanti (contrabbasso) e Francesca Remigi (batteria). Dirigendo e affiancando l’ensemble con il suo contrabbasso, spesso suonato con l’arco, Damiani ha proposto alcune delle sue composizioni ariose e come sempre provviste di un gusto melodico intimamente connesso con la nostra tradizione. Al tempo stesso, quel che più conta, ha voluto che tutti i membri – tra l’altro titolari di gruppi propri – presentassero una propria composizione. Ne sono emersi spunti e intuizioni di una certa originalità e di indubbio pregio, che autorizzano a nutrire fiducia per il futuro di questa musica nel nostro paese.

 

Enzo Boddi

 

(continua)