Bergamo Jazz, prima parte

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Bergamo Jazz 2019
I festeggiamenti per Gianluigi Trovesi, foto Luciano Rossetti-Phocus Agency

Bergamo, varie sedi, 21-22 marzo

L’apertura della 41esima edizione di Bergamo Jazz (la quarta e ultima sotto la direzione artistica di Dave Douglas) è stata affidata a Re-Creatio, progetto che Dimitri Grechi Espinoza sta sviluppando da qualche tempo in assoluta solitudine all’interno di preziose strutture architettoniche. Nella circostanza, ospite del Museo della Cattedrale, il sassofonista livornese ha imbastito con il solo tenore un gioco dialettico con spazi, volumi e silenzi mediante echi, contrappunti e lo sviluppo graduale di cellule e nuclei melodici. L’intrinseca spiritualità, presupposta dell’operazione, possiede remote radici coltraniane. Analoghi criteri e la stessa procedura vengono applicati al blues e alla scomposizione/ricomposizione dei segmenti tematici di ‘Round Midnight.

La prima giornata ha comunque coinciso con un doveroso tributo a Gianluigi Trovesi, bergamasco di Nembro, sia per festeggiare il recente compimento dei 75 anni che, soprattutto, per rendere onore a una prestigiosa e multiforme carriera. Il suo concerto al Teatro Sociale è stato diviso in due parti: la prima distribuita in varie piccole formazioni; la seconda affidata a una versione orchestrale con il contributo della Bergen Big Band diretta da Corrado Guarino.

Gianluigi Trovesi e Anat Fort. foto Luciano Rossetti-Phocus Agency

Nel duo con Anat Fort riaffiora l’amore per la concezione dispari del tempo e la costruzione di melodie dal taglio e dal gusto balcanico o esteuropeo in senso lato. Sotto questo aspetto, l’origine ashkenazita della pianista israeliana risulta un elemento complementare del tutto funzionale. In quintetto con Paolo Manzolini (chitarra), Marco Esposito (basso elettrico) e Fulvio Maras (batteria), Trovesi esprime un altro tratto distintivo della sua identità stilistica, ovvero il recupero di danze popolari (tra cui la tarantella) come viatico per l’improvvisazione su base modale. L’ingresso in scena del trombettista Manfred Schoof apporta un’impronta ornettiana alla dialettica con il contralto; quello della clarinettista Annette Maye aggiunge tinte latine.

Con l’orchestra norvegese Trovesi ha riproposto composizioni ormai classiche, ripescate in gran parte da un capolavoro come «From G To G». Gli arrangiamenti di Guarino conferiscono nuovi colori, dinamiche e stratificazioni inedite alle suggestioni rinascimentali di From G To G e Now I Can, alle guizzanti linee di Herbop e Dedalo, agli echi dixieland di Hercab. In questo contesto, con le spericolate elucubrazioni dei clarinetti basso e in Si bemolle la Maye si propone in veste di alter ego al clarinetto alto e al sax contralto del leader, mentre Schoof si produce in alcune impennate riecheggianti il suo passato free. Maras innesta sapienti coloriture con la vasta gamma timbrica del suo armamentario percussivo. Oltre alle proverbiali contorsioni del clarinetto alto Trovesi esibisce il fraseggio terso e sanguigno al tempo stesso del contralto, in cui ha saputo riprocessare da par suo influenze di Jackie McLean, Cannonball Adderley e Phil Woods.

Corrado Guarino e la Bergen Big Band durante le prove, foto Luciano Rossetti-Phocus Agency

Seconda giornata all’insegna del contrasto tra eredità del jazz, ricerca e tentativi di innovazione. Il rischio come scelta estetica e un’autentica poesia caratterizzano l’approccio della contrabbassista Federica Michisanti, ospite con il suo Horn Trio – completato da Francesco Lento (tromba e flicorno) e Francesco Bigoni (tenore e clarinetto – nell’affascinante e austera architettura dell’Oratorio di San Lupo. Le linee tematiche sono costruite senza orpelli e impregnate di un asciutto senso melodico. Le parti improvvisate sono provviste di un’innata concezione della forma, mentre i collettivi risultano efficaci e disciplinati sia negli arditi intrecci contrappuntistici che nei passaggi informali. Tutto questo è governato da un’esplorazione meticolosa di timbri e dinamiche. Nel tenore di Bigoni si riscontrano una sorprendente maturità di linguaggio e qualche inflessione mutuata da Dewey Redman; nello stile scarno e incisivo di Lento si coglie l’eredità di Don Cherry, Kenny Wheeler e Wadada Leo Smith. Lo Horn Trio è una formazione atipica e coraggiosa che condensa ed esplora in un’ottica europea suggestioni ed elementi desunti da fonti diverse: i trii pionieristici e lungimiranti di Jimmy Giuffre; il retaggio di certe esperienze legate all’AACM di Chicago; alcune piccole formazioni guidate da Anthony Braxton.

Federica Michisanti Horn Trio, foto Luciano Rossetti-Phocus Agency

Nel primo dei due set serali al Teatro Creberg ci si è potuti confrontare con un segmento della storia del jazz moderno, di cui Archie Shepp è uno dei rappresentanti più autorevoli (e uno dei pochi ancora viventi). Certo, a 82 anni il vecchio leone del free emette pochi e rauchi ruggiti, pur mantenendo intatti carisma e lucidità. Tuttavia, il suono pieno e ruvido (debitore di Ben Webster e Coleman Hawkins) e il fraseggio del tenore, denso di blues e un po’ slabbrato, riescono ancora ad emozionare. Shepp ribadisce il proverbiale impegno sociale e politico con Revolution, dedicato alla nonna nata sotto la schiavitù; testimonia ulteriormente l’amore per Ellington e Strayhorn con una Don’t Get Around Much Anymore convenzionale, una delicata Chelsea Bridge e un’interpretazione vocale sofferta ma espressiva di Lush Life; infine, offre un tributo a Coltrane con Wise One. Nelle proprie composizioni riversa il legame con la tradizione, dal modale al blues. Oltre a Pierre-François Blanchard (piano) e Matyas Szandai (contrabbasso), funzionali ma scolastici, nel quartetto spicca l’apporto di Hamid Drake, a suo agio anche in veste di accompagnatore in un contesto in the tradition e comunque prodigo di accenti diversificati e figurazioni immaginifiche.

Archie Shepp e Hamid Drake, foto Luciano Rossetti-Phocus Agency

A distanza di quasi tre anni da una precedente esibizione italiana al festival di Pescara, con l’E-Collective Terence Blanchard persegue la ricerca di una discutibile ibridazione tra linguaggi con l’apporto non sempre felice dell’elettronica, ritmi rock e funk, effetti e il sistematico filtraggio di tromba e flicorno. Ne scaturiscono risultati molto inferiori a esperimenti a suo tempo condotti con ben altri esiti da Jon Hassell e Nils-Petter Molvær. È lecito domandarsi se si tratti di un tentativo di arrivare a un pubblico più vasto (cosa improbabile, dato lo scarso potenziale commerciale) o semplicemente di uno sforzo di captare gli stimoli provenienti da un mercato musicale sempre più globalizzato. Dall’appiattimento generale a cui sono sottoposti Charles Altura (chitarra) David Ginyard (basso elettrico) e Gene Coye (batteria), emerge ogni tanto Aaron Parks che – abbandonate le tastiere per passare al pianoforte – concede un po’ di respiro a una musica claustrofobica. Da un musicista di tale e tanta statura era però lecito aspettarsi qualcosa di meglio.

Enzo Boddi

Terence Blanchard E-Collective, foto Luciano Rossetti-Phocus Agency

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