Bergamo Jazz (prima parte) – Piani diversi  

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Vijay Iyer, foto do di Luciano Rossetti-Phocus Agency

Teatro Sociale, 17 marzo: Vijay Iyer Trio

Teatro Donizetti, 18 marzo: Fred Hersch Trio, special guest Enrico Rava

Teatro Donizetti, 19 marzo: Brad Mehldau

Teatro Donizetti, 20 marzo: Gonzalo Rubalcaba & Aymée Nuviola, Viento y tiempo

La 43esima edizione di Bergamo Jazz – allestita sotto l’egida della Fondazione Teatro Donizetti – ha coinciso con un ritorno del festival a una sospirata normalità. Laddove per normalità si deve intendere ritorno alla consueta collocazione temporale, alla piena operatività e alla capienza normale, seppur nel rispetto delle norme di sicurezza vigenti. Come si ricorderà, l’edizione 2021 era stata spostata a settembre per le recrudescenza della pandemia, con inevitabile e drastica riduzione delle presenze. Quest’anno per i concerti serali al Teatro Sociale e al Teatro Donizetti si è opportunamente deciso di ripristinare la prassi del doppio set, impraticabile lo scorso anno. Dunque, una boccata d’aria fresca per un pubblico appassionato e assetato di buona musica. Le oltre cinquemila presenze registrate hanno premiato un programma ricco e articolato, curato per il secondo anno dalla direttrice artistica Maria Pia De Vito e distribuito in vari luoghi suggestivi della città. Per meglio inquadrare i contenuti della manifestazione è opportuno suddividere l’analisi in tre sezioni separate, la prima delle quali è dedicata a quattro figure di assoluta rilevanza nell’ambito del pianismo contemporaneo.

Vijay Iyer, foto di Luciano Rossetti / Phocus Agency

Alla testa del proprio trio e sulla scia del recente «Uneasy» (ECM), Vijay Iyer ha fornito un’ulteriore prova della sua statura di compositore e della sua lungimiranza nella gestione delle dinamiche del piano trio, nella circostanza completato da Matt Brewer al contrabbasso e Jeremy Dutton alla batteria. Nella propria poetica Iyer ha saputo integrare la complessità armonica di Andrew Hill, il potente portato ritmico di McCoy Tyner e certe asimmetrie care a Thelonious Monk con poliritmi di derivazione africana e strutture polimetriche desunte dalla musica carnatica, eredità dovuta alle origini indiane della famiglia. Brewer possiede un suono antico che emana da corde e legno della cassa armonica, messo al servizio di un fraseggio sempre dialogante e di notevoli invenzioni melodiche ancor più evidenti nelle sortite in solo. Il 28enne Dutton, già collaboratore di Gerald Clayton e Stefon Harris, asseconda e contrasta il lavoro dei colleghi con precisione e con efficaci giochi e scambi in controtempo tra rullante, ride, tom, cassa e charleston. Ne risulta un’interazione costante, proficua, che spazia da tessuti modali venati di Spanish Tinge a passaggi dalle dinamiche rarefatte di cui si esplora ogni singola cellula. Più spesso si sviluppano sequenze dalla marcata impronta ritmica, fatte di una tensione a tratti inquietante che anima pure la radicale revisione di Overjoyed di Stevie Wonder.

Fred Hersch Trio con Enrico Rava, foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Frutto della novella unione tra il consolidato ed empatico trio di Fred Hersch e la recente collaborazione del pianista con Enrico Rava, il primo concerto ospitato al Donizetti (il primo anche per questo inedito quartetto) si è svolto all’insegna di una genuina reinterpretazione di materiali tradizionali di disparata provenienza. Una comunicazione fluente, fatta di codici e portata sul terreno comune dell’improvvisazione a dispetto dei differenti retroterra culturali. A questo risultato si è approdati indipendentemente dalle pagine affrontate, che si trattasse di vecchi standards come I’m Getting Sentimental Over You e The Song Is You, del Jobim di Retrato em branco e preto o del Coleman di Turnaround, oppure della gioiosa Child’s Song firmata dallo stesso Hersch. Forte di una conoscenza profonda della tradizione e di una formidabile capacità di armonizzazione, Hersch crea impianti capienti e apre per i colleghi percorsi tutt’altro che prevedibili. Impegnato esclusivamente al flicorno, Rava ha optato per tinte tenui, dosando e limando il fraseggio, accarezzando le melodie in modo tale da rendere poetiche anche le piccole imperfezioni. Dire che Drew Gress al contrabbasso e Joey Baron alla batteria formano una ritmica perfettamente affiatata sarebbe riduttivo. Sarebbe invece più corretto e oggettivo definirli «due terzi» del trio di Hersch, in virtù del continuo scambio di segnali e suggerimenti, della circolazione capillare di invenzioni e di un controllo impeccabile delle dinamiche.

Brad Mehldau, foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Che piaccia o meno, nella dimensione del piano solo Brad Mehldau sta da tempo ampliando e ridefinendo i confini e i contenuti del repertorio degli standards attraverso le sue personali rielaborazioni e reinterpretazioni di brani di Beatles, Nick Drake, David Bowie, Radiohead, Stevie Wonder e altri esponenti del rock e del pop. La profondità di esplorazione armonica e la padronanza di un’amplissima gamma dinamica gli consentono di risolvere i passaggi ripetitivi, come nel caso di Old Man di Neil Young, o di aggiungere una lunga coda fatta di sequenze ossessive alla suadente melodia di Golden Slumbers dei Beatles. Il tocco virtuosistico lo mette in condizione di garantire a Life On Mars un trattamento paragonabile a una sonata per pianoforte di Brahms o Chopin. Le invenzioni melodiche e le ornamentazioni arricchiscono le strutture scarne e schematiche di I Am The Walrus e Your Mother Should Know della coppia Lennon-McCartney (la seconda innervata anche da un andamento stride). Il pulsante gioco sul registro grave alimenta la versione di Golden Lady di Wonder, mentre arpeggi scorrevoli e ricchi contrappunti proiettano i Radiohead di Karma Police e Little By Little in una dimensione inaspettata. Le variazioni metriche gettano nuova luce sulle trame risapute di It’s Alright With Me di Cole Porter, l’unico standard classico del repertorio presentato a Bergamo. Per quanto possa apparire eterodosso o ammiccante soprattutto ai puristi, questo approccio dimostra come del materiale sulla carta inadeguato si presti invece a questo tipo di intervento creativo.

Gonzalo Rubalcaba e Aymée Nuviola, foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Con Viento y tiempo Gonzalo Rubalcaba ha rafforzato in forma estesa la collaborazione con la cantante e connazionale Aymée Nuviola. Inoltre, ha compiuto un’ampia ricognizione nel repertorio popolare della natia Cuba predisponendo degli arrangiamenti moderni e rigorosi, memori – nelle porzioni strumentali – dei gloriosi Irakere. In tal modo, ha infuso linfa vitale a brani come Chan chan, Lágrimas negras, El ciego, El manisero (solo per citarne alcuni). Autentico virtuoso della tastiera, Rubalcaba ha saputo innestare il patrimonio ritmico e melodico della propria isola su una sintassi e un lessico jazzistici di estrazione post bop. In altre parole, l’eredità di grandi ma pur diversi pianisti cubani come Rubén González e Chucho Valdés coniugata con l’influenza di Chick Corea e, di riflesso, Bud Powell. E ancora, forme ritmiche come il son e la rumba calate in impianti modali e contrapposte alla pulsazione dello swing. Merito anche della vitale e scoppiettante ritmica allestita per il progetto: Cristobal Verdecia (contrabbasso), Hilario Bell (batteria) e Majito Aguilera (percussioni). La stentorea voce di Aymée Nuviola – provvista di grande presenza scenica e doti di affabulatrice – interagisce in giochi di botta e risposta con quelle di Lourdes Nuviola e Alfredo Lugo. Al sassofonista (soprano e alto) Yunior Arronte spetta il compito di rifinire con interventi rapidi e concisi. Da segnalare, infine, come fuori programma una versione in trio di Quando di Pino Daniele per il piano di Rubalcaba e le voci di Aymée Nuviola e Maria Pia De Vito.

Enzo Boddi

(continua)

Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency, cortesia Fondazione Teatro Donizetti