Bergamo Jazz – prima parte: il ritorno

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Cécile McLorin Salvant con il suo gruppo - Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Bergamo, Teatro Donizetti

24-26 marzo

Dopo aver ripreso il proprio percorso nel 2022, per la sua quarantaquattresima edizione Bergamo Jazz è ritornata alla piena normalità. Nell’arco di quattro giornate il festival promosso dalla Fondazione Teatro Donizetti ha offerto un fitto cartellone di eventi distribuiti in vari luoghi della città, seguiti come di consueto da un pubblico folto e attento. Al terzo ed ultimo anno del suo mandato, la direttrice artistica Maria Pia De Vito ha curato un programma variegato al fine di documentare al meglio la vasta gamma di linguaggi che caratterizzano il panorama contemporaneo, ponendo tra l’altro la dovuta attenzione anche ad aspetti diversi della vocalità. Il Teatro Donizetti ha ospitato tre serate con doppi set, facendo registrare – come da tradizione – il tutto esaurito.

Rita Marcotulli e Paolo Fresu – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Forti di un antico sodalizio, Rita Marcotulli e Paolo Fresu hanno proposto rielaborazioni di melodie essenzialmente estrapolate dal nostro patrimonio popolare. Il repertorio della canzone italiana è un terreno già molto frequentato e anche per questo non sempre sicuro. Se da una parte la Canzone dell’amore perduto di Fabrizio De André e Terra mia di Pino Daniele offrono spunti melodici fin troppo prevedibili, dall’altra una pagina datata come Non ti scordar di me di De Curtis e Furnò si presta a una trasformazione degna di uno standard del Songbook, in virtù di articolati percorsi ritmico-armonici e di argute invenzioni improvvisative. Su altri versanti, l’utilizzo del delay consente di espandere e moltiplicare la linea monodica di un estratto dal Laudario di Cortona, mentre un dialogo empatico favorisce l’accurata indagine di Nightfall di Charlie Haden.

Cécile McLorin Salvant e Glenn Zaleski – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

In possesso di una presenza scenica carismatica e di una versatile vocalità, Cécile McLorin Salvant è capace di spaziare attraverso vari registri e tonalità, con relativi e repentini salti, padroneggiando con disinvoltura – oltre all’inglese – anche il francese e il portoghese. Nella composita narrazione (che consta prevalentemente di brani originali) alterna toni declamatori, recitativo, echi d’Africa, il retaggio caraibico dovuto alle origini haitiane. Esplora le radici jazzistiche in una trascinante versione di Mista di Dianne Reeves, nell’interpretazione densa di eleganti sfumature di Devil May Care e nelle sottili dinamiche, quasi sussurrate, di Nature Boy, in duo con il pianista Glenn Zaleski. A Yasushi Nakamura (contrabbasso) e Keita Ogawa (batteria e percussioni) è affidato l’impianto ritmico, robusto quanto essenziale. Alla chitarra acustica di Marvin Sewell spetta poi il fondamentale lavoro di cucitura di trame versatili e discrete.

Lakecia Benjamin – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

La giovane sassofonista Lakecia Benjamin sembra animata da una sorta di bramosia comunicativa che si traduce in raffiche di fraseggi incalzanti prodotti al sax contralto con un timbro aspro e tagliente senz’altro memore del suo maestro e mentore Gary Bartz. Ne scaturiscono progressioni modali di matrice (post)coltraniana, animate da up tempo serrati: Trane e My Favorite Things ne sono esempi lampanti. La predilezione per il forte e il fortissimo limita lo spettro dinamico. Tuttavia, non inficia il lavoro del collettivo: il pianista Zaccai Curtis, torrenziale ed efficace; il funzionale contrabbassista Ivan Taylor; il batterista E.J. Strickland, portatore sano di un flusso ritmico inesauribile, potente e cangiante al tempo stesso. Benjamin si produce anche in recitativi di ispirazione rap e in una rilettura densa di blues, tra il sacro e il profano, di Amazing Grace, confermando così la tendenza di molti giovani musicisti afroamericani a rivendicare la provenienza da un’unica matrice.

Hamid Drake e gruppo – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Con Turiya: Honoring Alice Coltrane Hamid Drake ha realizzato un possente e vibrante affresco composto da capienti alvei modali in cui confluiscono sia composizioni proprie che pagine firmate da Alice Coltrane, come Ptah the El Daoud, The Sun e Journey to Satchidananda. Il tappeto poliritmico che il batterista costruisce insieme al contrabbassista Josh Abrams funge da viatico per una fitta e policroma trama timbrica, grazie all’apporto di Jamie Saft (piano, Fender Rhodes e organo Hammond), Pasquale Mirra (vibrafono e piccole percussioni) e Jan Bang (elettronica). Il fluttuante andamento ritmico e gli intrecci tra le varie voci strumentali formano un insieme che induce l’ospite Shabaka Hutchings ad attingere al meglio delle proprie risorse sviluppando il potente fraseggio al tenore. Africa e India sono al tempo stesso fonti di ispirazione e punti di riferimento, come lo erano ovviamente sia per Alice che per John Coltrane. Lo testimoniano anche certi passaggi di sapore etnico, in cui Hutchings utilizza flauti etnici, come lo shakuhachi giapponese. Lo comprova anche il contributo della danzatrice Ngoho Ange, ricco di significati ancestrali. Gli insiemi che ne risultano sono pervasi da un respiro di natura spirituale, senza per questo risultare artificiali.

Richard Galliano New York Tango Trio – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Da un artista come Richard Galliano non ci si poteva certo aspettare delle innovazioni, quanto l’ennesima prova di un consolidato magistero strumentale e compositivo. Per l’occasione il New York Tango Trio assemblato dal fisarmonicista francese vedeva coinvolti Adrien Moigard alla chitarra acustica e Diego Imbert al contrabbasso. Anche in pagine tratte dallo storico «New York Tango» (1996) – come il brano eponimo o Fou rire – la spiccata sensibilità melodica, l’eleganza formale, la fresca vena creativa e la capacità di sintesi  (frutto di equilibrio tra fluide successioni armoniche e scorrevoli linee improvvisate) rendono godibile ogni singola esecuzione, suscitando le calorosissime reazioni del pubblico. Non sono da meno le versioni di Moon River e Autumn Leaves, eseguite all’armonica cromatica, e di Oblivion di Astor Piazzolla, affidata alle sensuali curve melodiche del bandoneón.

Richard Bona – Foto di Luciano Rossetti/Phocus Agency

Esibirsi immediatamente dopo lo strepitoso successo riscosso da Galliano non era impresa facile. Tuttavia, Richard Bona ha affrontato l’impegno con spirito e leggerezza. Rispetto ad alcune precedenti esperienze come titolare di propri gruppi, il bassista camerunense ha messo in mostra un approccio più misurato, avendo optato per la dimensione del trio insieme a Sylvain Luc (chitarra acustica) e Nicolas Viccaro (batteria). Al basso elettrico Bona alterna fluenti linee swinganti a fraseggi nervosi e accenti funk, mantenendo un adeguato controllo delle dinamiche in sintonia con Viccaro. Al contempo, Luc si occupa di tessere trame armoniche discrete ma incisive e interventi solistici concisi ma efficaci. Come cantante (tra l’altro figlio di un griot) Bona privilegia melodie suadenti, spesso eseguite nella lingua di origine con un falsetto flautato. Un set scorrevole come acqua fresca, ma che niente ha a che fare con forme ibride come world music o fusion.

Enzo Boddi

(continua)