Benny Golson & Rainbow Jazz Orchestra a Ognissanti Jazz

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Benny Golson
Benny Golson e Duccio Bertini, foto di Valentina Bellini

Villa Medicea La Ferdinanda, Artimino

3 novembre

Alla sua seconda edizione la rassegna Ognissanti Jazz ha avuto il merito di coinvolgere nella propria programmazione un protagonista e testimone della storia del jazz quale Benny Golson. La direzione artistica del festival e Duccio Bertini, direttore della Rainbow Jazz Orchestra, avevano avuto la felice intuizione di proporre a Golson la trasposizione in un contesto orchestrale di alcune delle sue più importanti composizioni. Ne è scaturita una feconda collaborazione, per la quale lo stesso Golson ha curato gran parte degli arrangiamenti. Se ne sono potuti apprezzare i frutti in un doppio concerto tenutosi nel Salone dell’Orso della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino.

Alla veneranda età di 90 anni Golson (Philadelphia, 1929) conserva ancora gran parte del suo smalto di sassofonista tenore e mantiene intatte le doti di compositore e arrangiatore sopraffino, accompagnate dalla facondia di arguto interlocutore e narratore di gustosi aneddoti. Quanto le composizioni di Golson possiedano un respiro orchestrale lo hanno dimostrato subito le prime battute di Killer Joe grazie all’innato senso del blues, alla calibrata distribuzione delle voci, agli scambi efficaci tra le sezioni (con il gioco sottile delle trombe filtrate da sordine mute) e al drive incisivo della ritmica. Introdotta da una parte di contrabbasso in parte scritta, in parte improvvisata, la seducente, sinuosa linea tematica di Whisper Not è stata restituita con ricchezza di colori e sfaccettature. Il tenore di Golson vi ha sovrapposto frasi misurate, ponderate con una pienezza di suono invidiabile. Non solo, sul capiente impianto di Along Came Betty il fraseggio del tenore fluttuava e «scivolava» fluidamente con una vasta gamma di sfumature e inflessioni in cui si individuava il sostrato del blues.

Benny Golson, foto di Valentina Bellini

Nella veste orchestrale la lucente e avvolgente melodia di I Remember Clifford (pagina ormai divenuta uno standard documentato da innumerevoli versioni) è stata alimentata da nuova linfa vitale grazie alla pregnanza dei risvolti armonici e melodici, e a un uso suggestivo, ammaliante del soffiato da parte di Golson, che a tratti sembrava richiamare lo spirito di Ben Webster. Stablemates ha valorizzato al meglio le potenzialità dell’orchestra, segnatamente attraverso la dialettica di call and response, chiamata e risposta, tra le sezioni (cinque ance, quattro trombe e quattro tromboni) e la precisione della ritmica (chitarra, piano, basso e batteria). Da sottolineare la ricerca di intercambiabilità e varietà timbrica all’interno di una sezione anche nell’ambito di una stessa esecuzione: ad esempio, quattro trombe; poi, due trombe e due flicorni; infine, quattro flicorni. Aperta da imperiose rullate e dal roboante incedere delle trombe, Blues March (inserita da Golson nel repertorio dei Jazz Messengers di Art Blakey, che poi ne fece uno dei suoi cavalli di battaglia) ha fornito spunti abbondanti per una splendida prova del collettivo.

Meno conosciute ma non per questo da considerarsi «minori», Fair Weather e Park Avenue Petite – tratte dal repertorio del Jazztet, il sestetto fondato e condotto da Golson col trombettista Art Farmer – hanno goduto dei sapienti arrangiamenti di Bertini, che ha saputo sviscerarne l’essenza armonica e l’ampio respiro melodico. In un tale contesto, è risultata felice la scelta di aprire il concerto con Siyeeda’s Song Flute, brano dal capace impianto modale tratto da «Giant Steps» di John Coltrane. Felice in virtù della presenza di Coltrane sulla scena di Philadelphia e delle affinità artistiche ed umane che lo legavano a Golson. Infine, a proposito del riuscito connubio tra Golson e Rainbow Jazz Orchestra, vale la pena di rimarcare l’attenta partecipazione, gli sguardi e i cenni di intesa e apprezzamento, il sorriso compiaciuto con cui il sassofonista puntualmente seguiva il lavoro dei colleghi. Segno tipico dell’umiltà dei grandi.

Benny Golson, foto di Valentina Bellini

Enzo Boddi

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