«BEA». INTERVISTA AD ANDREA SABATINO

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«Bea» è l’ultimo lavoro discografico (Dodicilune) del trombettista salentino Andrea Sabatino. Ne parliamo con lui.

Andrea, perché «Another Quintet»? Cosa è cambiato rispetto al tuo precedente quintetto?

Mi piaceva l’idea di Another, perché credo sia cambiato tutto in questo lavoro. Sarebbe stato scontato dire i musicisti… Musicalmente credo di essere maturato e ciò mi ha portato a scrivere della musica diversa avvalendomi così di musicisti differenti rispetto alla precedente formazione.

Perché hai scelto proprio Gaetano Partipilo, Ettore Carucci, Francesco Angiuli e Giovanni Scasciamacchia?

Perché hanno creato il sound giusto che avevo in mente per questo disco. Sono tutti dei musicisti e delle persone fantastiche. Ettore è oramai il mio pianista di riferimento da tanti anni; Francesco e Giovanni sono colonne portanti e Partipilo è la ciliegina sulla torta.

Il sound di «Bea» riporta alla memoria i quintetti hard bop, nonostante le composizioni sia tutte a tua firma fatta eccezione per due brani. E’ questo il periodo storico del jazz che più ti rispecchia?

Sicuramente sì! Clifford Brown e Freddie Hubbard sono state le mie guide, anche se ultimamente mi faccio influenzare molto da nuovi ascolti di musicisti e trombettisti più moderni.

A tal proposito, avevi a mente un quintetto in particolare a cui hai fatto riferimento?

Quello di Freddie Hubbard ed Eric Dolphy: insieme erano spaventosi.

Qualche riflessione in più merita il brano d’apertura Made In Salento, perché ci si aspetta qualche richiamo alla tradizione musicale salentina, che non c’è. Perché questo titolo?

In realtà, quando ho scritto Made in Salento ho pensato a qualcosa che si potesse accostare un  po’ al linguaggio bandistico, a quello delle nostre bande,  dove ho iniziato a muovere i primi passi musicalmente: il terzinato sul tema e quella melodia un po’ arabeggiante mi faceva sentire il profumo della mia terra, appunto, del mio Salento.

Parliamo dei due brani firmati da altri. Il primo è The Eye Of Hurricane di Herbie Hancock.

E’ un brano che ho voluto registrare, perché mi è rimasto scolpito nella mente dopo aver ascoltato la versione di Herbie Hancock con Hubbard e Joe Henderson. Credo che  come standard sia stato l’ideale per il tipo di formazione che ho proposto nel disco.

Il secondo è Giochi di luci del compianto Marco Tamburini, che ha firmato anche le note di copertina.

Qui potrei stare ore a raccontare. Marco era il mio fratellone, una delle poche persone che veramente ha creduto in me e nelle mie potenzialità. Una sera in concerto mi propose di suonare Giochi di Luci dicendomi che era un brano che aveva scritto da poco. A fine concerto lo abbracciai e gli chiesi se potevo registrarlo sul mio disco, e lui con quell’aria sempre così solare mi disse che mi avrebbe anche scritto le note di copertina, come appunto è stato.  Ho perso una guida, un amico, una persona che non si incontra tutti i giorni.

Non sei uno di quei jazzisti prolifici dal punto di vista discografico, anche perché non fai man bassa di standard nei tuoi lavori. Come leader, dobbiamo andare al 2006 con «Pure Soul», seppur hai tante collaborazioni. Preferisci questa seconda opzione?

Dunque, perché ho aspettato tanto tempo tra un disco da leader e l’altro? Perché ho aspettato il momento giusto, ovvero quello di sentirmi  pronto e musicalmente più maturo.

Come si diceva, in genere non fai molto ricorso agli standard nei tuoi dischi. Qual è per te il valore di uno standard?

Assoluto. Nei concerti mi diverto un sacco a suonarli. Mi piacerebbe un giorno registrare appunto un intero disco di standard.

Chi è Bea?

Mia figlia Beatrice, la mia musa ispiratrice. Ho voluto dedicare a lei questo lavoro, perché ha cambiato radicalmente la mia vita.

La tua strada musicale era quella classica. Poi, cosa è successo?

Premetto che odiavo il jazz: non mi piaceva. ma una sera mi portarono a sentire un concerto di Fabrizio Bosso e  me ne innamorai, musicalmente, all’istante. Ll’impatto fu devastante e da quel momento in poi decisi di studiare con lui.

Quali sono state le esperienze, musicali e non, che ti hanno maggiormente segnato?

In ambito musicale la breve esperienza fatta con Mario Biondi mi ha fatto capire cosa significa suonare davanti a diecimila persone. Nella mia vita privata invece la perdita di mio fratello Alessandro: ero troppo giovane per affrontare un dolore così grande.

Tu svolgi anche l’attività di direttore artistico di un festival. Quali sono le difficoltà che oggi ha la produzione di un festival?

Diciamo sono tante le difficolta che oggi si incontrano, sicuramente tra tutte ritengo sia quella di trovare i fondi necessari per realizzare degli eventi importanti musicalmente e culturalmente.

Vorresti dirci qualcosa in merito alla prossima programmazione?

4  e 5 settembre 2015, Salice Salentino piazza Plebiscito….il resto lo scoprirete!

Quali altri progetti hai in serbo e quali sono i tuoi prossimi impegni?

In giro con Another Quintet quest’estate e, poi, ultimamente mi entusiasma molto Italian Standard, il progetto che da poco ho messo su con Vince Abbracciante, che è a mio avviso uno dei migliori fisarmonicisti in circolazione. Omaggiamo i cantautori italiani degli anni Sessanta/Settanta.

Alceste Ayroldi