BAM! Black American Music

Il razzismo della Hollywood contemporanea si manifesta da tempo attraverso un'evidente discriminazione degli artisti neri. Ecco una disamina di cosa sta accadendo nel cinema afro-americano di oggi

467
Miles Davis - regia Don Cheadle, 2015

Se Miles Davis fosse ancora vivo, forse lavorerebbe con Kendrick Lamar, sostiene Don Cheadle, regista e protagonista di Miles Ahead – il biopic uscito nelle sale statunitensi il primo aprile scorso – intervistato da Nick Chen. Ma Cheadle non gradisce che il suo film venga definito biopic. Non dovete chiamarlo così, insiste, ed è la pura verità. Chissà quando avremo la possibilità di vederlo sugli schermi italiani: il film non ha ancora trovato una distribuzione in Europa ed è incredibile notare come sia cambiata la logica della distribuzione cinematografica rispetto al passato. Oggi i distributori non si assumono il minimo rischio, se non intravedono la possibilità che il film faccia un minimo di cassa. Ma la vera domanda è un’altra: se la black music in tutte le sue sfaccettature è stata la colonna sonora del cinema nero degli anni Settanta, che ruolo ha avuto la recrudescenza del razzismo negli Stati Uniti – nonostante Barack Obama – nell’affermazione di un certo tipo di cinema libero da volgari esigenze di botteghino? Siamo proprio sicuri che i bianchi che reggono le fila del business hollywodiano non vadano a nozze con il buonismo di certi film pro- afro-americani (The Color Purple, 12 anni schiavo, i recentissimi Selma o Race) solo perchè assicurano un incasso da capogiro? E che invece non intralcino la diffusione di opere in cui l’oppressione razziale viene affrontata secondo l’ottica del black and proud? Opere come Straight Outta Compton, il succitato Miles Ahead oppure Chi-Raq di Spike Lee, uscito in poche sale USA il 4 dicembre scorso. In altre parole, se Hollywood è razzista – e lo è – il suo razzismo si esplicita attraverso una evidente discriminazione dell’artista afro-americano (quest’anno le statuette degli Oscar più ambiti sono state tutte assegnate ad artisti bianchi) oppure è più sotterraneo? In altri termini, a parole siamo tutti quanti dalla parte delle minoranze, dei poveri, degli handicappati, dei neri, ma nei fatti c’è ben poco di concreto a loro favore: leggi, assegnazione di fondi economici, manifestazioni che non abbiano soltanto un valore simbolico ma reale.
Proviamo quindi a esaminare ciò che sta accadendo nel cinema afro-americano moderno cercando di operare dei distinguo tra i vari film, evitando il luogo comune del drammone razziale strappalacrime a favore di una riconferma del nero come valore aggiunto. Per usare termini più familiari a questa rubrica, quale secondo noi è un film BAM e quale no. Da questo punto di vista ci sono molti più punti in comune tra Quentin Tarantino e Spike Lee di quanto potrebbe sembrare, nonostante il secondo abbia preso pubblicamente le distanze dalla ricostruzione che il primo ha fatto dell’epoca dello schiavismo in Django Unchained. L’infido, servile e viscido maggiordomo (Samuel L. Jackson) dello schiavista interpretato da Leonardo Di Caprio rende molto meglio l’idea dello zio Tom di tutte le citazioni sull’argomento da parte di Malcolm X nell’omonimo film. Quello stesso Samuel L. Jackson che, prima di assurgere a icona post-blaxploitation nei film di Tarantino (Pulp Fiction, Jackie Brown, Django Unchained, l’ultimo The Hateful Eight), deve gran parte del suo successo proprio a Spike Lee, che lo tirò fuori da una pericolosa tossicodipendenza facendogli interpretare il ruolo di Mister Señor Love Daddy, il DJ-narratore di Do The Right Thing (anche Tarantino ha utilizzato la sua voce narrante in Bastardi senza gloria). Dopo una parte di secondo piano in Mo’ Better Blues (il più «jazz» dei film di Lee), Jackson vinse un premio speciale al Festival di Cannes come migliore attore non protagonista per il ruolo di un tossicodipendente in Jungle Fever. Nel 2013 ebbe una parte in Oldboy, sempre di Lee, col quale ha appena interpretato il monumentale Chi-Raq, basato sulla Lisistrata di Aristofane e in cui l’attore interpreta il ruolo del narratore Dolmede, che si rivolge allo spettatore raccontandogli le lotte tra le gang di Chicago. La metropoli dell’Illinois ha finora contato oltre settemila vittime di armi da fuoco nelle guerre tra gang, molto più dei caduti americani in Afghanistan e Iraq. Chi-Raq è il soprannome non solo di Chicago ma anche di Demetrius (Nick Cannon), il rapper a capo della gang degli Spartani, in lotta contro Ciclope (Wesley Snipes), il boss dei Troiani. La fidanzata di Chi-Raq, Lisistrata (Teyonah Parris), stanca di perdere i propri cari, decide di chiamare a raccolta tutte le donne delle due gang per proporre l’unica soluzione per raggiungere la pace: niente più sesso finchè non saranno abbassate le armi. Immaginatevi il finimondo. Il film è spettacolare, simpatico, divertente. Non a caso Lee ha scelto di ispirarsi a quella che, tra le commedie greche, anticipa più di tutte i concetti di emancipazione femminile e di pacifismo tanto cari alla società del Ventesimo secolo: come in Aristofane, le donne di Chi-Raq non si battono per la parità dei sessi ma per la pace, utilizzando lo sciopero del sesso come arma di ricatto per ottenere i propri scopi. Ma il vero protagonista di Chi-Raq è lo spettatore, che si lascia avvolgere dal ritmo e dallo slang dei protagonisti spiegato da didascalie dirette e precise. Non è soltanto questa la vera novità cinematografica BAM di quest’anno: anche Miles Ahead, che fotografa il grande trombettista nel periodo di crisi creativa della sua vita (con flashback molto efficaci), può essere considerato in quest’ottica. I più penseranno che la questione razziale venga soltanto sfiorata con un rimando al pestaggio e all’arresto di Miles davanti al Birdland nel 1959. In realtà, in tutto il film emerge la lotta che il Prince Of Darkness ingaggia con tutto l’establishment bianco, dei produttori, degli agenti, dell’industria discografica.

CHI-RAQ – Spike Lee 2015

Temi che guarda caso ritornano oggi nei discorsi di Nicholas Payton e compagni. Il film è da non perdere ma non diremmo altrettanto della colonna sonora, il cui valore musicale è indiscutibile ma che, per tre quarti, si alterna tra una pedissequa riproposizione di superclassici (So What, Solea, Nefertiti) e piccoli intermezzi vocali (c’è persino la celeberrima «I don’t like the word jazz…» tanto cara ai promotori di BAM). I brani finali, dove ha messo un notevole zampino Robert Glasper e alla cui realizzazione partecipano alcuni dei nomi di punta del jazz moderno come il sassofonista Marcus Strickland e il trombettista Keyon Harrold, sono molto ben suonati e piacevoli da ascoltare ma si limitano a rileggere il Miles elettrico, con un omaggio finale all’attenzione mostrata dal Davis degli ultimi anni verso l’hip-hop (Gone 2015, col rap di Pharoahe Monch). Mentre la soundtrack di Chi-Raq è la solita pappina R&B: forse l’unica traccia che si distingue è Put The Guns Down di R. Kelly con un giro di basso elettronico perfetto per un rave party, ammesso che se ne organizzi ancora qualcuno. Un film che definire musical sarebbe riduttivo: la Chicago del Ventunesimo secolo, per l’altissimo numero di omicidi, non ha nulla da invidiare a quella degli anni Trenta di Al Capone e, quindi, sarebbe più corretto definire Chi-Raq un film musicale con chiari intenti politici e con una posizione molto ferma contro la lobby americana delle armi. La colonna sonora non è ancora uscita sul mercato nei formati classici mentre è già disponibile in download digitale. Tra i due film non c’è quindi proporzionalità diretta tra qualità registica e spessore musicale, che invece trova un punto di equilibrio in Straight Outta Compton, piccolo capolavoro di cultura hip-hop già uscito in sordina sugli schermi di casa nostra, che narra l’ascesa e il declino dei N.W.A., il gruppo losangeleno di Compton che ha dato inizio al fenomeno del gangsta rap. È un lavoro che mescola azione, biopic e dramma. I N.W.A (Ice Cube, Dr. Dre, Eazy-E), dopo un exploit iniziale in cui la qualità della musica e il feeling nel gruppo viaggiano in simbiosi, si lasciano inglobare nelle maglie dello show business per poi sciogliersi. Eazy-E (Eric Lynn Wright, l’anima pura del trio anche se con un passato da gangster e spacciatore di droga nei famigerati Crips) muore di AIDS nel 1995 a soli trentun anni. Oggi, invece, Dr. Dre e Ice Cube sono delle star: il primo è uno dei produttori e talent scout più corteggiati dell’hip-hop (in contemporanea alla colonna sonora del film ha fatto uscire un disco, «Compton»), il secondo è anche un affermato attore. Commovente, adrenalinico, ruvido, il film è BAM nella sua accezione più stradaiola e vanta una colonna sonora semplicemente superlativa.
È questo il cinema che oggi dà lustro all’orgoglio black. Le sue tracce vanno ricercate in pellicole che in un recente passato, pur avendo avuto un discreto successo al botteghino, sono passate inosservate e trattate dalla critica alla stregua di beceri B-movies. Parliamo di New Jack City di Mario Van Peebles (1991) con Wesley Snipes e Ice-T, un noir ambientato a New York nel periodo dell’invasione del crack, delle storie del ghetto raccontate in Boyz N The Hood di John Singleton (1991), con Ice Cube e Laurence Fishburne, di Colors di Dennis Hopper (1988) con Sean Penn e Robert Duvall nella parte di due sbirri in guerra con le gang, di Juice di Ernest R. Dickerson (1992), con Tupac Shakur e Dr. Dre (quello vero) e di Patto di sangue di Taylor Hackford sulle gang latine, con una grande colonna sonora (Santana, War, Rick James), film che fa il paio con Mi vida loca di Allison Anders (1994).  Ma dovremmo citare ancora Murder Was The Case, un cortometraggio sul gangsta rap diretto da Dr. Dre e Fab Five Freddy e interpretato da un giovane Snoop Doggy Dog, il romantico ma non sdolcinato Jason’s Lyric (entrambi usciti nel 1994), Drop Squad, prodotto da Spike Lee che nel 1995 dirige Clockers e si fa produrre da Martin Scorsese, Panther (sulla storia della Pantere Nere) diretto da Mario Van Peebles, scritto dal padre Melvin – il fondatore della blaxploitation – e interpretato da Angela Bassett, Dangerous Ground, un action thriller del 1997 diretto da Darrell Roodt e interpretato da Ice Cube, e il più recente Training Day: sbirri corrotti a Los Angeles, con Denzel Washington ed Ethan Hawke diretti da Antoine Fuqua nel 2001. Sono gli epigoni di quei film che, negli anni Settanta, hanno per primi messo in mostra un mondo che fino ad allora era stato relegato nel ghetto: parliamo ovviamente di Shaft con Richard Roundtree, film che ha ispirato l’immagine di Samuel L. Jackson il quale, a sua volta, ne ha interpretato il remake, diretto da John Singleton nel 2000.

Jackie Brown – regia Quentin Tarantino, 1997 con Robert De Niro e Samuel L.Jackson

Eparliamo di Foxy Brown e Coffy, diretti entrambi da Jack Hill e interpretati da Pam Grier (l’emancipazione avveniva anche sul fronte femminile) che abbiamo rivisto nel 1997 in Jackie Brown di Quentin Tarantino. Citeremo ancora una chicca: un film porno del 1974 intitolato Lialeh con una colonna sonora supersoul composta, eseguita e incisa da «Pretty» Purdie. Potremmo anche continuare, ma il punto che ci premeva mettere in evidenza era questo: se dobbiamo riferirci a una cultura cinematografica e anche musicale (le due cose vanno spesso di pari passo) in cui l’estetica nera – e non solo quella – possa emergere con dignità, questi sono i film che dobbiamo conservare nella nostra personale videoteca. E sorvoliamo su tutto un genere buonista e strappalacrime che parte da Radici e finisce con il recentissimo Race – Il colore della vittoria, in cui il nero viene trattato come al solito: eccellente negli sport e nella musica, comunque un diverso. Non lo consiglieremmo certo a chi legge e sostiene questa rubrica. In quest’ambito potremmo citare tutto un mondo: Selma, (non Malcolm X, che invece è un film BAM), 12 anni schiavo, serie tv come I Robinson, tutti i film con Eddie Murphy ma anche opere minori come How Stella Got Her Groove Back (1998). Se proprio dobbiamo commuoverci, allora meglio Mister Chocolat (2016), la storia vera – assai rimaneggiata – del primo clown nero di Francia, ambientata nella Parigi della Belle Époque: non un Black American Movie ma davvero un bel film.  E il jazz, in tutto questo? Ovviamente ha un ruolo ma più come supporto musicale. Tralasciando l’importanza di pellicole come Bird di Clint Eastwood, il già citato Mo’ Better Blues, l’intramontabile ’Round Midnight di Bertrand Tavernier, Space Is The Place (1974) scritto da Sun Ra e diretto da John Coney (afro-futurismo e fantascienza) segnaliamo due pellicole di scarsa reperibilità ma molto interessanti. The Cool World (1963), diretto da Shirley Clarke e restaurato da pochissimo, parla di una gang di Harlem, i Royal Pythons, con musiche composte da Mal Waldron ed eseguite (oltre che incise per la Philips) dal quintetto di Dizzy Gillespie; Sweet Love, Bitter (1967) romanza invece gli ultimi anni di vita di Charlie Parker ed è anche un’istantanea della scena bop di New York. Le musiche furono scritte anche in questo caso da Mal Waldron, che le incise per la Impulse! alla guida di un sestetto con Dave Burns (tromba), George Coleman (sax tenore) e Charles Davis (sax baritono).

Nicola Gaeta

Shaft – regia Gordon Parks, 1971 con Richard Roundtree