Avishai Cohen: The Sound of Silence

«Ho sempre considerato il silenzio come parte integrante della musica. credo che nella quotidianità il silenzio vada cercato e, in qualche modo, ottenuto. Nel mio nuovo cd, il silenzio rappresenta l'assenza»

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Avishai Cohen

Che cosa succede quando il silenzio entra nelle nostre vite, e in che modo esso può diventare il punto di partenza per nuovi percorsi di conoscenza? Il primo album ECM del trombettista e compositore israeliano Avishai Cohen, «Into The Silence», racchiude una ricerca sul significato del silenzio che parte dal lutto: la morte del padre del trombettista. Il gruppo, completato da Bill McHenry al sax tenore, Yonathan Avishai al piano, Eric Revis al contrabbasso e Nasheet Waits alla batteria è straordinariamente coeso ma è soprattutto l’interplay tra Cohen e Avishai ad ampliare le possibilità espressive ed evocative dell’insieme. I sei brani del disco sono al contempo un’elegia, un punto di passaggio esistenziale e una celebrazione della vita: qui confluisce il presente artistico di uno degli autori più dotati e in ascesa creativa di questi anni in cui è sempre più difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti fanno rumore.

Partiamo dalla parola racchiusa nel titolo del tuo nuovo album: silenzio. Secondo Jacques Attali, che nel 1977 scrisse il saggio Bruits (pubblicato in Italia da Mazzotta con il titolo Rumori), il suono e i rumori sono vita, dove c’è il silenzio c’è la morte. E per te che cos’è il silenzio?

Concordo con quanto scrisse Attali: un mondo senza suono è un mondo senza vita. Qualche anno fa ero in Thailandia e vidi una T-shirt che recava la scritta No Music, No Life. Mi fece pensare a quanto la musica possa essere importante e necessaria, perché è più grande della vita stessa. A pensarci bene, la dicitura di quella maglietta non era così esatta: forse sarebbe stato più corretto dire che la musica comprende la vita. Se riflettiamo filosoficamente sulla questione allora possiamo dire che ci è impossibile non vivere nella musica, costantemente circondati o accompagnati dai suoni, come i rumori provocati dal cameriere che alle nostre spalle sta sistemando le posate nei cassetti. Anche sott’acqua ci sono dei suoni che si propagano in maniera diversa rispetto a quanto accade in superficie. C’è musica nel fango, nel canto degli uccelli, nel tronco di un albero e nel vento che soffia.

Quindi, come una volta disse Frank Zappa, tutto ciò che facciamo è musica?

La musica è ovunque. Alla base di ogni forma sonora c’è una progressione ritmica che scandisce o che struttura le sequenze di suoni. In termini generali io ho sempre considerato il silenzio come parte integrante della musica. Credo che nella quotidianità il silenzio vada cercato e, in qualche modo, ottenuto. Mi spiego meglio: se riesci a calmare la tua mente e ti fermi a meditare, crei una sorta di silenzio interiore. Stai seduto, ti concentri su una parola o su una immagine, entri in relazione con esse lasciando all’esterno tutto il resto ed eccoti nel silenzio. Venendo al presente, nel mio disco «Into The Silence» il silenzio rappresenta l’assenza. Questo lavoro è dedicato a mio padre, scomparso nel 2014. La sua morte mi fece pensare a che cosa rievoca maggiormente, dentro di noi, la presenza di una persona che non c’è più. Potremmo pensare alle fotografie, oppure a ciò che scrisse o ai pensieri che essa ci comunicò. Ma quando ne risenti la voce registrata, allora è come se la persona in questione tornasse davvero accanto a te. Questa è la ragione della mia scelta: ho usato la parola silenzio perché quando la voce di una persona che hai amato non è più accanto a te allora comprendi cos’è il silenzio, cos’è l’assenza.

Avishai Cohen Into The Silence ECM

Nell’incipit del brano che dà il titolo al disco, Into The Silence, tu e Yonathan Avishai intrecciate un fraseggio dissonante che in seguito si armonizza. Sembrate due fratelli che parlano la stessa lingua ma percorrono strade parallele, cioè andate nella stessa direzione ma non dite le stesse cose.

Descrivi una bella immagine, mi piace questa analogia. Non era nelle mie intenzioni cercare di realizzare in musica un esempio della fratellanza con musicisti che ammiro profondamente, come nel caso di Yonathan, ma mi hai fatto pensare a mio fratello e a mia sorella, al fatto che anche loro, come me, hanno avuto la possibilità di studiare e praticare musica, grazie al sostegno dei miei genitori che, per quanto appassionati, non hanno studiato musica perché i nonni non se lo potevano permettere. In passato mio fratello, mia sorella e io abbiamo suonato assieme ma ognuno di noi aveva un proprio obiettivo, una propria direzione, un proprio universo. Procedevamo insieme ma su strade diverse o meglio parallele, per tornare a quanto dicevi. Per ciò che concerne il mio pianista, Yonathan Avishai è un carissimo amico ed è anche un fratello in musica, col quale ho idealmente iniziato un viaggio molti anni fa, quando eravamo ancora dei ragazzini. Abbiamo un legame forte e molto spesso ci ritroviamo a parlare di ciò che facciamo e di come lo facciamo, andando alla ricerca dei significati che ci portano in profondità negli aspetti concettuali e spirituali del nostro lavoro.

Qual è il vostro intento?

Migliorare giorno dopo giorno spingendoci lontano e, allo stesso tempo, tenendo ben presente le questioni essenziali che, per noi, riguardano la musica. Hai presente quel modo di dire, meat and potatoes? Ecco, noi non intendiamo girare intorno alle cose, vogliamo concretezza, andare dritti allo scopo ed essere consapevoli del processo, cioè del percorso che ti porta a raggiungere una meta. Quando iniziai a lavorare ai brani di questo disco capii che avere Yonathan al mio fianco era una scelta imprescindibile.

Perché?

Volevo il suo tocco, la sua competenza, la sua sensibilità, la sua presenza. La musica, nel caso dei pezzi contenuti in «Into The Silence», è in gran parte scritta, contrariamente ai dischi che ho realizzato negli anni passati. A dispetto di ciò volevo che i musicisti coinvolti, in particolare Yonathan Avishai, ci mettessero la loro interpretazione. Lui e il suo modo di suonare o di improvvisare al pianoforte mi hanno garantito un grande sostegno.

Per questa ragione hai lasciato a Yonathan il compito di eseguire in solitudine l’ultimo brano, Life And Death – Epilogue?

No, per me si trattava semplicemente di un bel modo per chiudere l’opera in maniera limpida, lieve, ma intensa.

Come compositore ti senti in movimento, cioè in transizione verso qualcosa, oppure in una fase stanziale? Ovvero (tornando alla parola che hai usato prima) di meditazione e riflessione?

Entrambe le cose. Tutti viviamo in costante transizione, che ne siamo consapevoli oppure no. Personalmente so di non essere interessato al restare fermo nello stesso punto: continuo a cercare dentro di me la musica del presente, allo scopo di portarla all’esterno. Oggi siamo diversi da ieri e domani saremo diversi da oggi, è importante rendersene conto. Andiamo verso l’orizzonte, che sia davanti a noi o alle nostre spalle. La parola meditazione non vuole opporsi a tutto ciò. A mio avviso, meditare significa raggiungere la consapevolezza di sé, porsi delle domande e cercare una o più risposte. Non si tratta di razionalizzare in modo algido ma di capire il momento. Chi segue il mio lavoro potrebbe dire, ascoltando «Into The Silence», che si tratta di un disco espressionista.

E tu sei d’accordo?

Non ho obiezioni in proposito: ma questo non significa che io abbia detto a me stesso che sto vivendo una fase espressionista e che allora farò un album espressionista. Non è così che funziona, almeno per ciò che mi riguarda. Non posso sapere cosa succederà tra un istante e, pertanto, non posso prevedere la natura del mio prossimo progetto. Quel che so è che l’evoluzione è costante, e che molto dipende dalla velocità del processo evolutivo. Se avanzerò lentamente, allora resterò maggiormente legato alla sensibilità del presente. Voglio essere in grado di credere in me stesso e nelle mie possibilità, come uomo e come artista. La mia musica deve essere rappresentativa di ciò che vivo adesso. Se sono sincero e credibile, le cose andranno per il verso giusto.

Com’è stato lavorare a un album da titolare sotto l’egida di Manfred Eicher e del marchio ECM?

E’ stato fantastico. Per ciò che faccio in questo periodo, artisticamente parlando, ECM è l’etichetta perfetta. Non ho avuto limiti né restrizioni da parte di Eicher o del suo staff. Il loro fine è fare in modo che l’artista esprima se stesso, non assoggettandolo quindi a logiche aziendali o a una politica basata esclusivamente sui risultati economici. Sia chiaro, nessuno mi ha chiesto di leggere il manifesto di intenti (ammesso che ne esista uno) di ECM e di enunciarlo nelle interviste. Parlo di ciò che mi è arrivato dalle persone di ECM con cui ho lavorato, dal loro approccio e dalla loro etica. Nessuno, a partire da Manfred Eicher, è interessato a realizzare prodotti squisitamente commerciali. ECM vuole prima di tutto una cosa: permetterti di essere ciò che sei e di dare il meglio. Più sarai vicino alla tua essenza, migliore sarà la musica che produrrai. Inoltre, se il tuo prodotto è onesto e solido, arriverai a chi vuole ascoltare. A quel punto anche l’obiettivo commerciale sarà correttamente raggiunto.

Maurizio Principato