AVELLINO INCANTA PAT METHENY. E VICEVERSA.

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PAT METHENY UNITY GROUP AL TEATRO GESUALDO DI AVELLINO

Avellino, teatro Carlo Gesualdo, 19 giugno 2014

Pat Metheny: chitarre

Chris Potter: sassofono tenore, sassofono soprano, clarinetto basso, chitarra

Giulio Carmassi: pianoforte, tastiere, flicorno, percussioni, voce

Ben Williams: contrabbasso, basso elettrico

Antonio Sanchez, batteria

Nell’aria si sente che sarà un gran concerto. I motivi sono diversi: Pat Metheny arriva sorridente e rilassato, l’organizzazione di Lindo Torzillo è perfetta e ha creato il clima giusto, tanto che il chitarrista del Missouri durante il sound-check si lascia prendere dalla magia del teatro Gesualdo, mercé anche un’acustica impeccabile, e dà libero sfogo alla sua vena compositiva. Il pubblico fa il resto, perché è numeroso, educato (senza telefonini perennemente tra le mani), attento e competente. Questo mix di fattori fa sì che la band salga sul palco puntualissima e con l’intenzione di divertirsi e divertire.

La scena è prima della Unity Band. L’overture è d’annata: Into The Dream in claustrale esecuzione alla Pikasso-42 strings guitar, che già riscalda le mani del pubblico; ancor più quando Antonio Sanchez, Ben Williams e Chris Potter fanno ingresso accompagnati dalle quarantadue corde sulle note di Come And See. La ritmica mette subito in mostra la panoplia che ha in dotazione. Sanchez è una macchina da guerra: preciso, fulminante, suggerisce la metrica, abile nel controllo del gesto percussivo, capace di dissecare il ritmo in piccole cellule autonome. Williams fa vibrare le corde del contrabbasso con nonchalance e maestria, costruendo linee ritmiche e melodiche collocate sui registri medi e illuminando le folate più tempestose con sorprendenti note nascoste. Potter parte con il clarinetto basso, proprio allorquando Metheny imbraccia la sua Ibanez. Si succedono Roofdogs, New Year, The Bat e qui Sanchez libera un assolo che mette in moto tutto il suo faraonico drum-set, sottolineato dal dialogo incrociato tra Williams e Metheny.

Arriva James, e l’urlo del pubblico fa capire che la memoria è lunga. Two Folk Songs chiude il sipario sulla prima parte e il chitarrista di Lee’s Summit spiega la nuova direzione e l’evolversi della Unity Band in Unity Group. Calano i teli che nascondevano alcuni oggetti che si rivelano essere brandelli di Orchestrion: bottiglie, fisarmonica, marimba, piccoli vibrafoni, una batteria scomposta, conchiglie, campanelli. Al contempo Metheny introduce «l’uomo in più»: Giulio Carmassi che, per ragioni di spazio scenico è confinato dietro tutto e tutti con pianoforte, tastiere e flicorno, creando un assetto quinconce sbilenco. Cambio di scena e di musica, perché prendono forma le note di Kin, il brano eponimo dell’ultima fatica discografica di Metheny. La parabola subisce l’inclinazione verso il suono che fu del Pmg: hands clap, sintetizzatore, voci latenti. In Rise Up Sanchez si cimenta con il cajón e Potter imbraccia il soprano, sicuramente con maggior fortuna rispetto al tenore, soprattutto per quello che è il sound dell’ensemble.

Free Jazz Stuff fa riaffiorare il ricordo, oramai lontano, di «Song X» con Ornette Coleman, ma solo per un momento perché la trama ritorna subito per mano del flicorno di Carmassi. Ed è il polistrumentista toscano a dare il colore giusto, anche con la sua voce, a Genealogy.

La chiusura è d’effetto, perché il leader presenta i suoi musicisti uno ad uno chiamandoli a duettare con lui. Inizia Williams, e il suo fare rilassato e scanzonato, che si cimenta con Bright Size Life: i due si trovano a meraviglia e l’effetto è tanto entusiasmante quanto mesmerizzante. Con Potter e All The Things You Are l’effetto è disassato, perché Potter al tenore spinge il pedale verso il bop. Le dolci note di Dream Of The Return sono appannaggio di Carmassi. Metheny chiude a colpi di fioretto con Sanchez in Go Get It.

L’encore è d’obbligo, così come la standing ovation del pubblico e il group torna per ammaliare con Have You Heard, che nella foga esecutiva strappa anche una corda alla chitarra. Metheny non batte ciglio (fatta eccezione per lo scrollare della mano colpita dalla scudisciata) e continua il suo assolo tra le risate complici di Sanchez e Williams. Secondo bis, seconda standing ovation: e qui viene quasi giù il teatro avellinese quando s’ascolta l’attacco di Are You Going With Me?

Terzo encore: così come ha iniziato tre ore prima, Metheny è da solo, ora con la chitarra baritona, per dispensare un medley che racchiude Minuano, September 15th, This Is Not America e Last Train Home.

Alceste Ayroldi