«ASPETTANDO IL TEMPO». INTERVISTA A FRANCESCO NEGRO

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Francesco Negro, pianista salentino, ha da poco pubblicato «Aspettando il tempo», con Igor Legari ed Ermanno Baron. Con lui parliamo di questo e altro.

 «Aspettando il tempo» fa parte di una trilogia che ha inizio con «Abbagli» dedicata alla luce e «Silentium» dedicato alla filosofia musicale di John Cage. Qual è il nesso tra luce, Cage e il tempo?

Il nesso è la mia esperienza di vita. Ho sempre pensato che la musica sia l’espressione più nobile del pensiero che si concretizza in emozioni attraverso i suoni. In «Abbagli» ho cercato di esprimere il concetto di scoperta attraverso le mie prime  composizioni, per cui l’abbaglio è come una speranza, o una luce da seguire nel momento in cui si presenta. Ed è quello che accade quando i musicisti interagiscono tra  loro. Nel mio percorso di studi mi sono avvicinato alla filosofia del silenzio di John Cage e ciò mi ha dato la possibilità di vivere il mondo dei suoni considerando che essi nascono e muoiono nel silenzio. Ho iniziato ad approfondire e a sviluppare questo pensiero insieme ai miei compagni di viaggio Igor Legari ed Ermanno Baron realizzando «Silentium», album in cui sono contenuti tanti appunti della mia storia personale. Successivamente ho spostato l’attenzione sul concetto di tempo, ed in particolar modo sull’attesa del tempo: cioè come vivere il mondo dei suoni nel presente, riuscendo ad essere coinvolti nella dimensione spaziale e temporale della musica.

E qual è la linea musicale che accomuna i tre album?

La linea musicale che accumuna i tre album è la ricerca del suono, dei timbri, l’interazione dei musicisti che dialogano tra di loro cercando di far emergere una voce sola, quella del gruppo. Le mie composizioni sono delle storie che presento ai musicisti e che loro interpretano  senza che io mi imponga, così da dare loro libertà di espressione in modo che vengano valorizzate le qualità di ognuno.

Quanto il concetto di tempo è importante nella tua vita e nella tua musica?

Sembra ormai desueto vivere il tempo ‘naturale’ del tempo. Il tutto, oggi, è figlio della velocità e questo non ci permette di vivere i suoni. Alienarci dalla vita di oggi che non ci fa sentire il flusso naturale del tempo. La dimensione del tempo è qualcosa di magico che bisogna vivere se si vuole entrare in contatto con il mondo reale.

E’ un caso che tu abbia suddiviso il brano eponimo in tre parti? Ha a che fare con la concezione del tempo, della vita?

Il leitmotiv del disco è per l’appunto il concetto dell’attesa del tempo. Nei tre momenti si è voluto dare un taglio diverso: nel primo momento il ritmo, i suoni, le armonie, si sviluppano in modo da far vivere la sensazione del presente in maniera statica. Nel secondo momento sono presenti lunghi spazi di silenzio, lunghe attese da cui nascono delle idee musicali che si infittiscono sempre più. Nel terzo momento c’è una dimensione temporale che si plasma in maniera naturale dando vita a forme diverse che si muovono nello spazio. Non è un caso che nel disco sia sempre presente il numero tre perché rappresenta diverse cose: le tre dimensioni, tre timbri per cui tre musicisti, il triangolo (nel cerchio), i tre colori rosso, giallo e blu abbinati ai tre strumenti.

Si ascoltano influenze classiche, anche stilistiche. La musica classica fa parte del tuo background?

Sì, ho studiato musica classica presso il conservatorio di Lecce con il maestro Corrado De Bernart il quale mi ha fatto conoscere tanta musica e mi ha indirizzato verso la musica contemporanea. Ho studiato inoltre presso il conservatorio di Frosinone con il maestro Giancarlo Simonacci con il quale ho potuto approfondire la musica del Novecento, che ha un pensiero musicale molto affascinante, e questo mi ha permesso di vedere la musica da altri punti di vista.

Quanto la musica classica influenza la tua improvvisazione?

Più che la musica classica è la musica moderna che influenza la mia improvvisazione. Ci sono molti musicisti che mi hanno dato tanti spunti come John Cage, Henry Cowell, Morton Feldman, Aaron Copland ma anche italiani come Gianfrancesco Malipiero, Francesco Pennisi, Giancarlo Simonacci e molti altri. Studiando la musica di questi compositori ho capito che essa non è altro che la reazione e l’organizzazione dei suoni in base alla propria capacità creativa.

Sette brani originali più Trinkle Tinkle di Monk. Perché Monk e perché proprio questo brano?

Monk è il musicista jazz più incredibile della storia perché è riuscito a comunicare la sua concezione del tempo attraverso delle composizioni e delle esecuzioni che fanno sentire lo scorrere naturale della musica, così come lui la viveva senza tanti fronzoli. Essenziale ed efficace. Trinkle Tinkle è una composizione in cui ci sono spunti ritmici e timbrici che ci hanno portato a reinterpretare il brano gestendolo in maniera molto elastica, facendolo passare dallo stato solido a quello liquido e viceversa.

Frammento III fa parte dei Frammenti che hai distribuito negli altri dischi?

Esatto. I  primi due Frammenti fanno parte di alcuni momenti che si sono creati in studio durante la registrazione di «Silentium», il terzo Frammento, invece, durante la registrazione di «Aspettando il Tempo». In questi Frammenti è concentrato il nostro modo di rapportarci con la musica. Cerchiamo di costruire in maniera estemporanea un modello su cui sviluppare un discorso basandolo sull’interazione di noi tre proponendo, rispondendo, contrastando, giocando con i suoni.

Dedichi un brano a Il piccolo principe. E’ un richiamo alla tua memoria di lettore o hai incontrato un piccolo principe?

Il piccolo principe è un libro a cui sono molto legato perché ti fa notare come non esista una sola verità, ma tante. Basta cambiare il punto di vista. Credo che ognuno di noi abbia un piccolo principe che ci fa vedere ciò che da soli non riusciamo a vedere. A volte si è troppo distratti, o troppo egocentrici da non riuscire a vedere e a scoprire nuove verità.

Quali sono le tue fonti d’ispirazione?

L’idea di base la traggo fondamentalmente dai sogni. Mi piace molto sognare, immaginare un mondo parallelo, riuscire a comunicare attraverso i suoni. Ma l’idea di base, però, bisogna  modellarla, fare in modo che abbia un senso compiuto, che ricrei un pensiero, un’ emozione. Penso che l’ispirazione coincida con un’idea di base che può essere bella o brutta, ma la sostanza della musica è nello sviluppo, nella capacità, cioè, di trovare il giusto compromesso tra istinto e ragione per comunicare le emozioni, rapportandosi con il mondo circostante.

Parliamo dei tuoi compagni di viaggio. Come è nato questo trio?

Il trio è nato nel 2009 in occasione dell’International Jazz Master di Siena Jazz. In quell’occasione abbiamo avuto modo di provare a suonare, a provare alcuni miei brani e abbiamo trovato diversi punti di contatto pur avendo tre personalità, esperienze personali e musicali molto diverse. Forse è questo a tenerci molto uniti.

Hai mai pensato di aprirlo ad altri strumenti?

Più che ad altri strumenti direi ad altre persone. Non credo che sia lo strumento in sé a fare la differenza in un gruppo, ma trovare persone sensibili con cui condividere idee, che si rapportino in maniera rispettosa nei confronti della musica.

L’idea del packaging è bella e vincente. Il sodalizio con Luigi Partipilo era già nato prima?

E’ la prima volta che collaboro con Luigi e ne sono molto contento. Abbiamo bevuto un po’ di caffè insieme, discutendo, appunto, del tempo. Lui è riuscito a creare un packaging in cui la filosofia di base rimane sempre quella della scoperta. Il contenuto nel cofanetto dev’essere «cercato» per entrare nell’essenza del mondo dei suoni e dei colori. Mi fermo qui perché non voglio togliere il gusto a chi vuol provare l’emozione della sorpresa!

Quali sono i tuoi prossimi progetti e quali i tuoi impegni?

Continuare a portare la mia musica in giro condividendola con quanta più gente possibile e far sì che diventi di chi la ascolta. Come diceva il buon Pablo Neruda: «La poesia non è di chi la scrive, ma di chi la legge». Concordo.

Alceste Ayroldi