Antonio Marangolo: «Senza la composizione il jazz non ha futuro.»

di Alberto Bazzurro (foto di Umberto Germinale)

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Antonio Marangolo (foto di Umberto Germinale)
Antonio Marangolo (foto di Umberto Germinale)

Ad Acireale, dove dirige dall’anno scorso il rinato jazz festival cittadino, Antonio Marangolo ci parla della sua idea di jazz e del suo presente come musicista e artista tout court.

Ad Acireale, a cavallo fra anni Ottanta e Novanta, passava veramente la crème del jazz mondiale: Joe Henderson, Horace Silver, Benny Golson, Max Roach, Barney Kessel, Milt Jackson, Art Blakey, Betty Carter, Carmen McRae, Wynton Marsalis, Sarah Vaughan e chi più ne ha più ne metta. Erano gli anni d’oro dei festival legati alla musica afro-americana (certo meno ecumenica di oggi) e come tali sono passati. Non per tutti, ma certo per Acireale Estate Jazz (questo il nome della rassegna), che in effetti dopo l’edizione 1994, l’undicesima, ha dovuto chiudere i battenti.

A distanza di ventitré anni, la benemerita associazione culturale Sajamastra, un manipolo di signori non di primissimo pelo che quel festival ricordano benissimo, nel 2017 ha deciso di provare a rinverdire gli antichi fasti, organizzando il Jaci&Jazz Festival (dove Jaci è l’antico nome di Acireale). Ad assumerne la direzione artistica è stata chiamata una gloria locale, quell’Antonio Marangolo che da qui partì la bellezza di quarantotto anni fa alla ricerca di una fortuna che alla fin fine gli è arrivata, anche se magari in un ambito per lo più diverso dallo specifico jazzistico (del resto non erano neanche quelle le mire dell’allora poco più che ventenne – è del 1949 – sassofonista siciliano).

La serata finale prevedeva inoltre la reunion, dopo tempo immemorabile, di Antonio Marangolo col fratello Agostino, come lui distintosi soprattutto (anzi nel suo caso esclusivamente) in ambiti extra-jazzistici (Goblin e Pino Daniele su tutti). Batterista dalla fisicità spesso strabordante ma anche capace di coloriture audaci e imprevedibili, Marangolo Jr. si è ottimamente integrato col sax tenore e il pianoforte del fratello, il basso (acustico ed elettrico) di Aldo Mella e il trombone di Luca Begonia, confezionando una musica cangiante e rigorosa, dove rigore non significa assenza di gusto per l’avventura e lo scantonamento, anzi molto presenti, ma riconoscibilità di tratto, sia su temi di Antonio Marangolo che di Mella (due), sia in una citazione, sgattaiolata fuori verosimilmente all’impronta, della zeppeliniana Whole Lotta Love. Grande tripudio e partecipazione emotiva, con tanto di standing ovation finale e una punta di comprensibile commozione.

Partiamo dal ruolo di direttore artistico. Com’è nata la cosa?
Secondo me sono stato chiamato perché nei posti che contano è arrivata la mia generazione, forse anche già da qualche anno, e quindi, volendo far rinascere il festival, mi è stato chiesto appunto se volessi assumerne la direzione artistica. Devo peraltro dire che Acireale con me è sempre stata piuttosto generosa, a dispetto della credenza secondo cui i luoghi da cui provieni in genere ti danno poca attenzione. Io me ne sono andato nel 1970, e pensa che qualche anno fa la città mi ha dedicato una celebrazione incredibile, andando a scovare filmati a me sconosciuti, cose mie con Conte, Vanoni, Guccini, Capossela… Bellissimo! E devo dire che al di là della nostra carriera, mia e di mio fratello Agostino, è stata determinante la figura di nostro padre, un avvocato penalista ma anche uno scrittore che negli anni Sessanta ha pubblicato un libro per Bompiani di grande successo, soprattutto di critica [Enzo Marangolo, Un posto tranquillo, 1964, nda], in cui si parlava di come Acireale sia rimasta immutata nel passaggio tra fascismo e occupazione americana, col podestà che gli americani hanno confermato alla guida della città benché fascista. Podestà che poi era il mio nonno materno. Questo per dirti quale poteva essere la particolarità di questo luogo. Quindi per mio padre è rimasta una grande stima, che resiste nel tempo.

Alberto Marangolo e Aldo Mella (foto di Alberto Bazzurro)
Alberto Marangolo e Aldo Mella (foto di Alberto Bazzurro)

A me gli organizzatori hanno detto anche che l’idea di far rivivere il festival e di affidarne a te la direzione artistica è nata seguendo il festival di Vittoria, creato attorno alla figura di Francesco Cafiso. «Noi abbiamo Antonio Marangolo», si son detti. E così, dopo oltre vent’anni di black-out, nel 2017 il festival, pur su altre basi, è rinato. E tu, oltre che direttore artistico, ne sei anche una presenza musicale viva. Quest’anno, in particolare, c’è questa reunion con Agostino, non so dopo quanto tempo.
Agostino mi è stato richiesto espressamente dagli organizzatori. In realtà lui non è un jazzista, non è troppo interessato a questo tipo di musica. Al massimo in passato abbiamo fatto cose un po’ alla Weather Report. Comunque io l’ho chiamato e lui ha dato subito la sua disponibilità, inserendosi direi ottimamente. Abbiamo adattato un po’ la musica al suo stile. Sono stato molto contento di ritrovarlo. Oltre tutto, per una curiosa coincidenza, abbiamo alloggiato e fatto le prove per il concerto nella villa di un nostro cugino, che è il posto in cui abbiamo suonato per l’ultima volta insieme in Sicilia, nel 1969. Io avevo vent’anni, Agostino sedici.

Hai detto di aver adattato i pezzi per la sua presenza. In che modo?
Sono per lo più cose mie, scritte in tempi anche molto lontani fra loro, addirittura un pezzo del 1975, pianistico, che non ho mai suonato dal vivo. Poi ci sono un paio di cose recentissime, visto che mi è tornata un po’ di vena compositiva, perché io ho un repertorio enorme, qualcosa come 1200 pezzi, la maggior parte dei quali ovviamente mai suonati, per cui quando voglio qualcosa di nuovo apro l’armadio e tiro fuori. Di recente, però, mi è tornata la voglia di scrivere.

Come hai scelto la formazione?
Partiamo dal presupposto che io, nei miei gruppi, armonia in senso classico non ne voglio sentire, come Ornette. Quindi chitarre e pianoforti in genere li evito. Le gabbie armoniche del jazz tradizionale mi soffocano. Una quarantina di standard li conosco bene, però non li suono: voglio essere libero. Amo il dialogo col contrabbasso, in modo che se io parto per la tangente verso altre tonalità il bassista possa seguirmi senza fatica. Sostanzialmente sono un melodista, anche se ho scritto dei pezzi armonicamente complicatissimi. La mia idea del jazz è contrappuntistica, addirittura bachiana.

Cosa che hai sviscerato anche in alcuni tuoi dischi.
Infatti. Melodicamente si possono ancora trovare cose nuove, armonicamente direi di no. La melodia è infinita: una navetta nello spazio. Armonicamente, invece, nel 1908, con Anton Webern, era già tutto detto.

Perché hai scelto un trombone, e nello specifico Luca Begonia, come secondo fiato? Ami particolarmente l’impasto tra tenore e trombone?
Io nella musica amo soprattutto il registro medio-basso: le note toppo acute non sono nella mia testa. Perché Luca Begonia? Perché l’ho sentito un paio d’anni fa a Genova provare da solo: suonava cose strane, diverse, frasi un po’ folli. Me lo sono ricordato e quando c’è stata l’occasione – già l’anno scorso a Vendemmia Jazz, altro festival di cui sono direttore artistico, nell’ovadese, dove vivo – l’ho voluto in un trio completato da Riccardo Zegna, al piano ma con una funzione particolare, una di tre voci paritetiche e complementari. Ora l’ho richiamato. Al di là di ogni altra considerazione, poi, è un ottimo solista.

Antonio Marangolo, Aldo Mella, Agostino Marangolo e Luca Begonia (foto di Alberto Bazzurro)
Da sinistra: Antonio Marangolo, Aldo Mella, Agostino Marangolo e Luca Begonia (foto di Alberto Bazzurro)

E al di là di questo progetto, cosa bolle in pentola?
Ho un disco pronto, uscita prevista a gennaio per la UR, etichetta non banale che mi è piaciuta subito, così come loro hanno amato subito il mio lavoro. È in trio con Aldo Mella al basso e Massimo Serra alla batteria, un trio particolare, direi spiritoso, perché usiamo molti campionamenti, a opera appunto di Massimo Serra. Impieghiamo il suo impianto, con un suono diverso da quello, fin troppo asciutto, del trio classico. Massimo è un costruttore di strumenti che vive dalle parti di Biella. Oltre alla batteria (da una vita suona con Fabio Treves) si dedica a una miriade di altri strumenti e strumentini che in passato si portava appresso, ma poi non ce la faceva più, per cui ha deciso di chiuderli tutti in un computer e portarsi dietro solo quello, facendo venir fuori quando necessario quel dato suono con un particolare tocco di bacchetta. Ci sono anche suoni curiosi, tipo un tuono, una pioggia scrosciante, voci, una risata… Ecco perché l’ho definito un disco anche spiritoso.

Suoni solo il tenore o anche il soprano?
Nel disco suono anche il soprano, in particolare nella Sonata 208 di Scarlatti, su cui avevo già lavorato perché la amo molto. In questo caso le do una veste più jazzistica. C’è anche una rivisitazione di Moby Dick dei Led Zeppelin e poi composizioni mie e di Aldo.

E al di là dell’aspetto discografico?
Ho sempre in piedi il trio con Ares Tavolazzi ed Ellade Bandini, con cui ci riuniamo per quattro o cinque concerti all’anno, non di più. Ho ripreso a dipingere per una mostra a Ovada e poi a gennaio uscirà anche il mio nuovo romanzo, stavolta per Giunti, visto che Antonio Franchini, direttore editoriale di Mondadori, con cui avevo pubblicato i miei due libri precedenti, è passato appunto a Giunti e mi ha chiesto qualcosa di diverso dal solito, meno di fantasia, meno surreale, molto siciliano. Così, facendomi un po’ violenza, ho scritto un romanzo autobiografico che parla della mia vita in Sicilia dai quattro anni fino al momento in cui sono sul traghetto con gli strumenti in mano.

Quindi mantieni sempre questo piede in tre scarpe, musica, pittura e letteratura, che poi è un po’ ciò che ti salva, a conti fatti.
Guarda: io sono andato in analisi per questo motivo, perché vorrei essere come Stan Getz che suonava solo il tenore, o Morandi che dipingeva solo bottiglie, o Chopin che scriveva solo pezzi per pianoforte. Vorrei cioè saper fare una cosa sola ma benissimo. Le altre mi distraggono, anche se l’istinto mi porta, a periodi, verso l’una o l’altra. La pittura è la più potente: mi capita di non dipingere per un anno o due, ma quando mi viene l’impulso produco quasi compulsivamente. La scrittura e la musica, invece, sono pratiche di fatto quotidiane. Io ho il difetto di svegliarmi prestissimo la mattina, ma invece di girarmi nel letto mi alzo e lavoro. Non so stare con le mani in mano: scrivo, suono, pulisco, sposto i mobili…

E per quanto riguarda i Musici, che ripropongono le canzoni di Guccini senza di lui?
Proseguiamo, anche se non riusciamo a fare quel salto in avanti che hanno fatto per esempio gli Stadio, partendo dai brani di Dalla per poi diventare autonomi. Noi siamo ancora legati al repertorio di Guccini. Abbiamo inciso un disco un paio d’anni fa per la Universal e ora ne abbiamo in programma un secondo, che io ho lanciato l’idea di intitolare «Gli amori impossibili», quindi un disco con un taglio preciso, pezzi tipo Scirocco…

Magari Autogrill, Inutile, la stessa Incontro. Mi pare un’idea stuzzicante. E Francesco, che posizione ha verso di voi? So che per un po’ vi ha seguito in giro per l’Italia.
Sì, per all’inizio l’ha fatto, anche per darci un po’ di abbrivio, ma poi questi abbinamenti non ci sono più stati.

Francesco ha i suoi anni e muoversi dal suo buen retiro di Pavana, là tra i castagni dell’Appennino, per citare Amerigo, gli pesa sempre di più.
Secondo me Francesco – al di là dei problemi di salute, che hanno avuto il loro peso – a un certo punto ha deciso di invecchiare, già da diverso tempo. Lo stesso trasferimento a Pavana e il conseguente abbandono di Bologna, ormai una quindicina d’anni fa, ne era un segnale.

Un’ultima domanda, tornando là da dove siamo partiti: quali criteri segui quando rivesti il ruolo di direttore artistico, nella scelta dei musicisti da invitare?
Devono essere anche compositori, avere un’idea della musica non derivativa. Il jazz è nato e si è nutrito per decenni degli standard, però ha fatto un salto di qualità quando sono arrivati i vari Ellington, Monk, Mingus, Ornette, i grandi compositori. Diversamente sarebbe diventata una sorta di musica classica americana, di repertorio. C’è chi sostiene che è inutile comporre perché ormai è già stato scritto tutto. Niente di più sbagliato e fuorviante. Io, almeno, la penso così: senza nuove idee compositive, il jazz non ha futuro.

Alberto Bazzurro

(estratto dall’intervista pubblicata sul numero di ottobre 2018 di Musica Jazz)