AngelicA: ricerca senza confini, maggio 2017

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AngelicA 2017, Roscoe Mitchell - foto Daniele Franchi
AngelicA 2017, Roscoe Mitchell - foto Daniele Franchi

4 – 31 maggio, Bologna e Modena, varie sedi.

Può capitare di ascoltare di tutto ad AngelicA, l’ormai consolidato Festival Internazionale di Musica, anche se il ventisettesimo anno del suo tradizionale “Momento Maggio” ha proposto un programma che, se non proprio nostalgico, puntava per lo più su nomi attempati, protagonisti di edizioni del passato, quasi a tracciare un riepilogo delle propensioni che hanno caratterizzato la propria storia. Comunque il Teatro San Leonardo, in cui si è svolta la maggior parte dei concerti e dove negli ultimi anni ha trovato sede stabile il riconosciuto Centro di Ricerca Musicale, è diventato uno spazio estremamente accogliente, dal quale non si fugge appena terminato il concerto, ma dove ci si può attardare a fare quattro chiacchiere con amici vecchi e nuovi.

AngelicA 2017, Phil Minton e Veryan Weston con l’Orchestra da camera del Teatro Comunale di Bologna diretta da Tonino Battista - foto Massimo Golfieri
AngelicA 2017, Phil Minton e Veryan Weston con l’Orchestra da camera del Teatro Comunale di Bologna diretta da Tonino Battista – foto Massimo Golfieri

Una snella sintesi degli appuntamenti di maggiore valenza jazzistica, in un panorama in cui la trasversalità è la norma, non può non rendere conto di alcune preziose produzioni originali. Una prima assoluta che avrebbe meritato il pubblico delle grandi occasioni è stata quella di Ways for an Orchestra: Phil Minton e Veryan Weston, assieme all’Orchestra da camera del Teatro Comunale di Bologna diretta da Tonino Battista, hanno concatenato in forma di suite una ventina di brani di vari autori, unificati dagli arrangiamenti di Weston. Si è trattato di una serata sorprendente, in cui una scrittura variatissima era messa al servizio di una narrazione imprevedibile e cangiante. Fra increspature e decantazioni, sembrava di assistere a uno stravagante compendio della musica del Novecento: dalle insinuazioni di Erik Satie alle epopee di certi autori americani, da temi rock all’ampiezza della musica da film, dalla ripetitività del minimalismo fino, soprattutto, ai coinvolgenti racconti del musical, con la voce di Minton a interpretare vari personaggi ora trasognati ora orcheschi. Il tutto tratteggiato con mano leggera, senza pedanteria e presunzione.

Improvvisazione assoluta invece, ma sorprendente e imprevedibile quasi in egual misura, la sera seguente con il quartetto Bob Ostertag & Alternative Facts alla sua prima apparizione pubblica. La formazione comprendeva la voce incorruttibile di Phil Minton e i più giovani e inesperti Mazen Kerbaj (1975), trombettista libanese, e Julia Reidy (1993), chitarrista australiana, oltre all’elettronica misuratissima di Ostertag. Pur se in una continua rincorsa di assonanze, deviazioni, contrasti e provocazioni e nell’azionare strumenti così diversi con tecniche eterodosse, la giusta misura del protagonismo dei singoli ha portato a una certa coerenza dinamica e timbrica. Perché il segreto in questo tipo di musica sta proprio nel sapersi ascoltare e interagire, ma all’occorrenza anche nel tacere.

Il quartetto Bob Ostertag & Alternative Facts, AngelicA 2017 - foto Massimo Golfieri
Il quartetto Bob Ostertag & Alternative Facts, AngelicA 2017 – foto Massimo Golfieri

Da Seattle sono arrivati i coniugi Robin Holcomb e Wayne Horvitz per percorrere un programma di Solos & Duos. Il mondo del blues, del folk ed anche degli standard è stato distillato dal pianismo pulito e classicheggiante di Horvitz, enfatizzato dapprima dalle risonanze del pedale, poi da stranianti deformazioni elettroniche. Più scontrose e contrastate si sono rivelate le strutture melodiche, armoniche e dinamiche tracciate dalla Holcomb, che ha interpretato anche canzoni di vari autori, modulandole con il vibrato suggestivo dell’approccio folk della sua voce morbida e velata.  Caratteri movimentati si sono replicati in altri brani eseguiti in duo e in sortite del partner, per poi approdare di nuovo a toni decisamente bluesy e monkiani. In definitiva il loro set ha mescolato continuamente le carte, dipingendo un panorama musicale tipicamente americano, fra tradizioni diverse e sofisticata sperimentazione, fra orgoglioso provincialismo e proiezione universalistica.

Ad AngelicA 2017 Robin Holcomb e Wayne Horvitz - foto Massimo Golfieri
Ad AngelicA 2017 Robin Holcomb e Wayne Horvitz – foto Massimo Golfieri

L’abituale coproduzione con il Teatro Comunale di Modena, e in particolare con il festival L’altro suono, ha puntato invece sulla presenza di Annette Peacock in trio con Roger Turner e Roberto Dani.  L’andamento melodico dei testi, tortuoso o sospeso, incantato o evocativo, è stato esposto da una voce confidenziale, dal timbro limpido, quasi infantile, su un registro prevalentemente medio. Il canto della settantaseienne protagonista è stato sottolineato dai suoi interventi essenziali al pianoforte o di più evanescente dilatazione al sintetizzatore, mentre le percussioni complementari di Turner e Dani hanno improvvisato con sensibilità un tessuto minutissimo di fremiti impalpabili e accenti asimmetrici.   

Altri due appuntamenti straordinari hanno chiuso il festival, accolti in spazi pertinenti: l’incontro fra Roscoe Mitchell e l’organista Francesco Filidei nella gotica basilica di Santa Maria dei Servi e il concerto dello stesso Mitchell con l’Orchestra del Teatro Comunale all’Auditorium Manzoni. Aperto con brevi note isolate, gocce di un puntillismo incantato, il duo Mitchell – Filidei ha preso ben presto vie più mosse, soprattutto per iniziativa dell’organista, anche per via delle possibilità espressive e della potenza sonora concesse dal suo strumento. Il sopranista ha proceduto inizialmente con una prudenza più rigorosa e selettiva, per arrivare ad articolare un fraseggio complesso e infervorato, pieno di idee, con la respirazione circolare; un linguaggio, il suo, organizzato con particolare motivazione e concentrazione. L’interplay ha comunque raggiunto momenti di palpabile coesione e di forte intensità sia negli spunti di pieno parossistico, sia nelle fasi di decantazione. Il riverbero e la ieraticità del luogo hanno poi contribuito a determinare un concerto che si potrebbe definire di musica sacra improvvisata: un Passio direi, per l’austerità dell’approccio e la drammaticità delle dolorose e insistite lamentazioni.

AngelicA 2017, Roscoe Mitchell e l’organista Francesco Filidei - foto Daniele Franchi
AngelicA 2017, Roscoe Mitchell e l’organista Francesco Filidei – foto Daniele Franchi

Più composito e firmato a più mani il concerto con l’orchestra. Quattro composizioni, scritte nel 2013 da Mitchell assieme a Craig Toborn e Kikanju Baku, sono state trascritte e orchestrate dallo stesso Mitchell e da altri. In questi lavori, eseguiti in prima italiana, l’orchestra al gran completo sotto la direzione di Tonino Battista ha di volta in volta articolato le fitte strutture dinamiche e timbriche tipiche di certa musica contemporanea, fra flussi a ondate, orchestrazioni quasi neo romantiche, contrasti fra i registri acuti e gravi dei fiati, gli archi filanti e le percussioni metalliche. In questo caso sono risultati circoscritti, quasi marginali, gli spazi concessi ai solisti: Gianni Trovalusci al flauto, Thomas Buckner, voce baritono, e Mitchell al soprano. La serata si era aperta con una composizione di Sylvano Bussotti, proposta in doppia versione (secondo lo spartito e dilatata dall’improvvisazione), in cui si è distinto il violoncello solista di Nicola Baroni.

 

Non si può fare a meno di ricordare infine il saggio finale del laboratorio tenuto da Cristina Zavalloni, intitolato Liberare la voce, esprimersi in musica. Cinque incontri a cadenza mensile, con la collaborazione di Simone Graziano al piano, hanno portato sei cantanti di diversa formazione alla dimostrativa esibizione conclusiva. Non è il caso di fare nomi e graduatorie fra di esse, quanto piuttosto di sottolineare l’obiettivo del corso: definire cioè le esigenze e le difficoltà, di carattere mentale prima ancora che vocale, nell’affrontare brani di repertori diversi, dalla musica classica alla contemporanea, dalle tradizioni popolari al jazz, per riuscire a darne di volta in volta interpretazioni attinenti e personali al tempo stesso.  

Rimane da accennare ad altri appuntamenti singolari, che testimoniano l’impegno e la curiosità del festival bolognese nel documentare esperienze trasversali e nuove. Notevole per esempio la solo performance del pianista svizzero Jacques Demierre, le cui composizioni hanno coagulato mezzi sonori diversi: accordi nitidi, staccati e martellanti, escursioni tumultuose sulla tastiera, linee elettroniche stranianti, vocalizzi espressionisti, manipolazioni della cordiera… Componenti che, sovrapposte con estrema perizia e motivazione, hanno raggiunto esiti di compatta drammaticità. Assai astruso e sofisticato il progetto Goldberg Incantations, che ha visto il connubio, in prima mondiale, fra il pianista belga Daan Vandewalle, impegnato in una classica interpretazione delle bachiane Variazioni Goldberg, e la dissacrante gestualità, vocale e fisica, di David Moss.            

Libero Farnè

AngelicA 2017, Roscoe Mitchell - foto Daniele Franchi
AngelicA 2017, Roscoe Mitchell – foto Daniele Franchi