«Andromeda», il nuovo album di Filippo Cosentino

Esce il 29 giugno l’ultimo lavoro discografico del chitarrista albese, pubblicato dalla Nau Records. Ne parliamo con lui.

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Filippo Cosentino foto: Bruno Murialdo-Carpediem Foto

Filippo, iniziamo dal titolo: perché Andromeda?
È la mia rilettura della storia e del mito secondo cui Andromeda è stata salvata da Perseo, ma chi ci dice che non sia stata la stessa Andromeda a dare una possibilità a Perseo: in fondo è la comune storia di due persone che si salvano a vicenda, che rinascono in una nuova vita e che imparano a coltivare il bello che sta intorno a loro.

Un quartetto europeo dove non ci sono ospiti, come è d’uso da qualche tempo a questa parte. Vuoi parlarci della genesi di questo quartetto?
Ho scelto di incidere questo disco con una formazione a mio nome e senza ospiti perché credo che ad un certo punto della propria vita, artistica e non, ci si debba confrontare con il concetto di maturità. Avevo inciso già alcuni lavori con ospiti e sono felice di averlo fatto ma per questo lavoro sentivo di essere principalmente io a dover raccontare le cose. Sulla formazione, che per questo disco vede la partecipazione di Ekkehard Wölk al pianoforte, Johannes Fink al contrabbasso e Andrea Marcelli alla batteria, posso dire che sono musicisti bravissimi e che in studio è stato tutto semplice perché c’era e c’è stima reciproca, e l’idea è stata quella di divertirsi insieme. Ho iniziato a fare alcune importanti esperienze nell’area di Berlino alcuni anni fa e sentivo che era il momento di fermare su disco questo percorso; devo molto a tutti questi musicisti perché ho fatto delle esperienze incredibili.

Quanto ha influenzato la tua vena compositiva questa particolare formazione?
Il materiale scritto, le composizioni, sono nate principalmente con la chitarra classica o jazz come brani autosufficienti, adattabili quindi a più formazioni: il lavoro successivo alla fase di composizione è stato quello di arrangiare per gli strumenti che avevo scelto cercando di far attenzione a lasciare spazio alla musicalità e imprevedibilità di tutti perché è importante avere qualcosa da dire ma al tempo stesso anche saper ascoltare gli altri è qualcosa che ci può arricchire; il jazz in questo senso ci dà una grande occasione.

Nei brani troviamo una successione di forme musicali, che in alcuni casi trovano un’unica forma. Come nell’alternarsi della fusion d’ampio respiro di Dancing che trova anche una parentesi nell’avanguardia contemporanea. La polistilistica è una tua caratteristica compositiva?
Sì, mi affascina da sempre ed è sempre stato un ideale artistico a cui ho fatto riferimento. Anche nei lavori precedenti ma è in questo che – ovviamente per me – sento di esser arrivato ad una definizione migliore. La difficoltà per me è stata puntare anche alla sintesi, che è un’altra caratteristica che trovo interessante: diverse cose da dire e con un senso compiuto ma in uno spazio temporale adeguato. Lo trovo un ottimo esercizio per la mente.

Ogni disco è un pezzo dell’autobiografia di un musicista. Con «Andromeda» quale parte della tua vita si racconta?
Hai perfettamente ragione! Andromeda racconta la parte più intima di me, il momento in cui ci si innamora e la tua vita cambia e che il tempo dedicato alle persone amate è l’essenza dei tuoi anni presenti. “È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante”, ed io sono fortunato ad averne due.

Tieni molto a mente il passato, ma fai di tutto per superarlo, come nel blues di Missouri. Quando componi parti da un’idea musicale ben precisa?
Vivo il presente ma sono consapevole che il passato fa parte di noi e che se lo si conosce bene può essere un grande maestro. Prima di avvicinarmi alla musica jazz, parliamo del 2011, ho suonato per tantissimi anni blues, che è tutt’ora uno dei miei ascolti prediletti. La capacità di far coesistere tradizione e modernità del blues spesso è sottovalutata. Nel caso di Missouri ero in hotel a St. Louis e mentre studiavo e mi esercitavo ho iniziato a suonare la melodia della prima parte del brano: è venuta spontanea. Ho trovato al tempo stesso misterioso e affascinante il fatto che fosse arrivata così questa melodia alcuni giorni dopo che dall’aereo ero stato così carpito dalla vastità del territorio, dalla grandezza del Mississippi e dalla bellezza del cielo del Missouri. Successivamente ho preso carta e penna per scrivere quanto suonato e con piccoli arrangiamenti è diventato il brano che si sente. La scelta della chitarra classica mi è parsa interessante perché mi riporta al tempo stesso alla tradizione del Vecchio Mondo dal quale io  provengo.

La mia terra, a quale tua «terra» è dedicata?
Molte. Sono nato in Piemonte nella bella cittadina di Alba, immersa nelle colline di Langhe-Roero e Monferrato, da genitori siculo-calabresi e ho avuto la fortuna di conoscere i luoghi dove loro hanno vissuto, gustato i sapori, ammirato i colori. Ho vissuto – e li c’è ancora un pezzo del mio cuore – in Emilia, e ammiro altre culture straniere, europee ed extra-europee, parte delle quali ho avuto modo di approfondire e conoscere grazie alla musica, agli studi e al mestiere che faccio. La mia terra è un non-luogo o meglio è un luogo mentale o ideale.

In questo disco hai utilizzato diverse chitarre. E’ un caso o una costante?
È una costante: mi piace cambiare colori e utilizzare le possibilità espressive date dalle varie e differenti corde. Per me essere un chitarrista ha sempre significato saper maneggiare le differenti tipologie di chitarra per saper dire quello che avevo e ho in mente. Solitamente ho usato principalmente semiacustiche o elettriche e acustiche ma in questo disco ho alternato chitarre classiche, semi acustiche e la novità è l’acustica baritona, strumento assai stimolante e che mi piace suonare.

Filippo Cosentino
foto di Bruno Murialdo

Sei più legato all’improvvisazione o alla scrittura?
A entrambe. Nella musica l’una chiama l’altra in un continuo scambio e condivisione. Resta da capire quale forma di improvvisazione si addice di più al proprio stile o se adottarne più contemporaneamente all’interno di un lavoro. Poi serve capire come includere il momento (o momenti) improvvisativi all’interno di una forma e qui entra in gioco la scrittura. È un continuo invia e ricevi. Personalmente tendo ad adottare una scrittura agile e che presenti sempre elementi nuovi, guardando con rispetto al passato ma cercando di trovare uno stile personale all’interno dei nuovi linguaggi della musica contemporanea.

A conti fatti, sei soddisfatto di come è venuto fuori questo disco?
Molto felice. Ci sono alcune cose che avrei sempre voluto scrivere e suonare. Il disco nel suo complesso ha la forma che avrei voluto e desiderato.

Ritieni che ci sia qualcosa che manca? Avresti aggiunto o tolto qualcosa?
Non saprei, solitamente si è sempre molto critici con il proprio lavoro ma a me questo disco piace, è pieno ci colori ed è partito dal cuore; sono certo che quando la musica unisce allegria, colori ed emozioni unitamente ad un pensiero musicale costruito con esperienza e pazienza si possa ottenere un buon risultato. Il futuro prossimo è suonarlo e promuoverlo.

Bene il quartetto o avresti voluto aggiungere un altro strumento?
La scrittura e lo stile adottati si adattano a diverse formazioni, questa è una delle possibilità. Sono molto contento del risultato sonoro ma al tempo stesso ci sono arrangiamenti particolari per formazioni diverse che sarà bellissimo presentare in alcune tappe del tour.

Artwork: Luca Segnalini

Parliamo anche della tua casa discografica. Dopo il disco con Federica Gennai torni a incidere con Gianni Barone e la Nau. Il connubio sta dando buoni risultati?
Stimo molto Gianni Barone e questo basta per poter fare un buon lavoro. Scendendo nel dettaglio ritengo che compia una attenta scelta dei progetti artistici da curare mettendo a disposizione del musicista un know-how e un prodotto di qualità nel mio caso anche con consigli che ascolto con attenzione. Sostengo da sempre che poi sia l’artista che si deve dare da fare, mettersi in movimento e con umiltà capire che il nostro lavoro non è finito quando il disco è inciso e pubblicato: inizia da lì.

Questo disco è dedicato a…
Mia moglie Adriana.

A proposito di risultati e visto che tu sei anche direttore artistico di alcune importanti rassegne, il jazz italiano, dal punto di vista socio-politico-culturale gode buona salute, a tuo avviso?
Suono molto all’estero e ho sempre notato una grande attenzione rivolta alla cultura italiana in generale e anche alle novità che il nostro sistema culturale/artistico produce: questo significa che spesso i festival e club sono aperti a ricevere proposte, il pubblico curioso e la valutazione è puramente sul piano artistico. L’Italia è un Paese meraviglioso e pieno di grandi potenzialità che sta a noi cogliere, con sacrificio e lavoro; serve essere sempre positivi e avere un piano di sviluppo artistico ed economico ben presente in mente per poter progredire, sia in qualità di artisti che in qualità di festival/rassegna. Quello che fa la differenza deve tornare ad essere la musica e ciò che si ha da dire sul e del proprio progetto pensando ad una crescita costante, lineare nel tempo. Il territorio nazionale è assai frammentato e trovo difficile, o quantomeno arduo, il tentativo di mapparlo con precisione perché altrimenti spesso si rischia di dimenticarsi di realtà importanti e storiche che magari hanno saputo vederci lungo e investire nella giusta direzione le proprie risorse. Realtà che spesso sono virtuose e che realizzano eventi sostenibili.  Andrebbe maggiormente responsabilizzato, non necessariamente o esclusivamente professionalizzato, il ruolo del direttore artistico così come anche in tutti i settori del lavoro artistico  va compreso che si hanno già i mezzi per poter fare il proprio lavoro in maniera adeguata secondo le normative vigenti. Valorizzare quelle realtà artistiche che intendono la propria attività come impresa culturale, in maniera autonoma e in grado di creare circuitazione fra le varie competenze artistiche richieste e non tentare di inglobarle in un macro-sistema perché a tendere scompariranno. Abbiamo tutti qualcosa da imparare dagli altri e allo stesso tempo possiamo insegnare e comunicare la nostra esperienza.

Secondo te oggi il termine jazz ha lo stesso significato che aveva in passato?
Dipende dai punti di vista. E’ sicuramente una musica «globale» che, nel tempo, ha favorito l’incontro di culture e il dialogo dando la possibilità ad ognuno di esprimersi. In Europa sicuramente abbiamo una nostra idea di cosa è qui il jazz ovvero una musica che traendo ispirazione e insegnamento dalle grandi musiche del passato è stata contaminata con la nostra tradizione popolare, regionale, nazionale. Ne è scaturito un nuovo linguaggio che può o non avere a che fare con il concetto originario ma da cui sicuramente è partito. Non si può neanche dire che è un sinonimo di marchio di qualità perché vorrebbe dire che altri non lo sono? Preferisco parlare di musica, musica contemporanea e di presente. La musica è un elemento liquido e ciò che prende da uno stile lo restituisce ad un altro.

Quali ritieni siano i passaggi fondamentali della tua carriera artistica?
Aver avuto la possibilità di conoscere e condividere musica con tanti artisti, maestri e musicisti di grande valore e talento. Ognuno di questi mi ha insegnato qualcosa, immediatamente o a distanza di tempo.  Essere aperto a ricevere insegnamenti dagli altri e dalle altre culture. In generale credo che essere una persona che crede fortemente in quello che fa è stato ed è un buon punto di partenza.

Tu svolgi anche un’intensa attività didattica. C’è interesse da parte dei giovani verso il jazz?
Si, sicuramente. È compito del docente scegliere quale porta aprire per prima perché a volte è proprio questa che fa propendere l’allievo a continuare su questo percorso o meno. La mia idea è di non adottare un insegnamento dogmatico ma di sollecitare le menti degli studenti a individuare la propria strada all’interno di un percorso o linguaggio. Indipendentemente dal fatto che la musica possa diventare o meno un mestiere, se insegnata bene è sicuramente una ottima educatrice. Siamo felici che i giovani riescano a partecipare alle nostre attività sia educative che concertistiche, nella maggior parte dei casi: purtroppo a volte i giovani sono obbligati ad avere altre priorità che la musica o l’educazione musicale e devono a malincuore rinunciare a importanti eventi di formazioni o occasioni uniche. Il nostro compito è quindi quello di insistere. I risultati che stiamo ottenendo ci danno ragione come al saggio di fine anno del mio centro didattico.

Quali sono i tuoi prossimi impegni?
Nell’immediato presento il disco il 29 giugno al Roero Music Fest a Santa Vittoria d’Alba (Cn) e ne sono particolarmente felice perché mai in passato la prima di un mio disco è concisa con un festival sul mio territorio natale. Terminato poi il festival andrò a Hong Kong e a Pechino dove anche grazie all’appoggio dei rispettivi Istituti Italiani di Cultura, porterò «Andromeda»  in promozione. Seguirà poi una tournée in alcuni belli e importanti teatri italiani e con numerose date in Italia, appunto, e all’estero. Sul mio sito www.filippocosentino.com è continuamente aggiornata la mia agenda oltre ad esser presente anche sui vari social network.
Alceste Ayroldi