Andrea Mingardi: il ritorno al canto jazz (seconda parte)

di Gian Franco Grilli

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Andrea Mingardi (foto di Gian Franco Grilli)
Andrea Mingardi (foto di Gian Franco Grilli)

Continua l’intervista ad Andrea Mingardi. Se non l’hai già fatto, qui puoi leggere la prima parte.

Prima di approfondire l’argomento jazz a Bologna, vorrei proseguire il discorso sulla tua carriera come leader della più importante orchestra di ritmi ballabili moderni di tutta l’Emilia Romagna e non solo. La prima volta che vidi la tua mitica band, con una sezione fiati di ottimi solisti, gente  che sapeva articolare passaggi inequivocabilmente jazzistici, fu a cavallo tra il ’69 e  il ’70 allo Sporting Club di Bologna. Da lì in poi notai che, come nessun altro, riuscivi a trascinare tantissimi estimatori  in giro per tutta l’Emilia Romagna per assistere ai tuoi concerti-happening.
Mi fa molto piacere sentire rievocare quel periodo perché eravamo forse gli unici a suonare magistralmente tutti i brani in voga di r&b, soul, Otis Redding, James Brown, Wilson Pickett, Rufus Thomas eccetera. Quindi per far ballare la gente bisognava spingere con dei fiati potenti come Lauro Molinari, Enzo Gilioli e Giuseppe Martini, dei quali si apprezzava una notevole tecnica di stampo jazzistico. E, per la cronaca, nell’ambiente orchestrale venivano considerati dei jazzisti quelli che sapevano improvvisare su un’armonia più complessa rispetto al giro armonico del blues.

Verissimo. Ma a un certo punto nacque una frattura nella band e i tuoi musicisti fondarono una nuova orchestra chiamata «49%». Di quel divorzio ne parlavano qua e là gli orchestrali ma senza capirne ragioni, visto che eravate affiatatissimi e i migliori sulla piazza. Finalmente puoi dirci i veri motivi di quella rottura?
Se ne sono andati loro con quel nome poiché io ero identificato come il 51% della band. Hanno suonato per un po’ di tempo poi hanno chiuso i battenti come del resto tanti altre orchestre con l’arrivo delle discoteche. Il motivo della separazione? Forse volevano avere il controllo della aspetto societario, cosa che succedeva anche in altre orchestre.

Andrea Mingardi (foto di Euriolo Puglisi)
Andrea Mingardi (foto di Euriolo Puglisi)

E anche questo è vero, ma tutto ciò perché a livello sociale si respirava ovunque un desiderio di democraticizzazione in tutti i contesti, e la tensione politica influiva anche sui comportamenti dei musicisti.
Sono d’accordo, il clima era quello, comunque si sappia che quella scelta di andarsene non era dovuta a discussioni sulle capacità professionali ma sul come portare avanti  il progetto. Ad ogni modo si rivelò una situazione antipatica, però la affrontai con tranquillità sapendo che tutto il mondo è paese, e non solo tra dei provinciali come eravamo noi. Dico questo pensando alla risposta di  Miles Davis (che sembrava sempre incazzato!) quando gli chiesi cosa ne pensasse di Charlie Parker:«Uno stronzo!!!». Quindi capisci che uno spirito sano di competizione anche tra gli artisti c’è sempre stato, e continuerà. Io poi andai avanti mettendo in campo una nuova formazione, Supercircus, arruolando altri talentuosi strumentisti come Alan King, Enzo Feliciati. Leandro Gaetano, Giulio Capiozzo, Ares Tavolazzi, insomma gente che “spaccava” come direbbero i giovani di oggi.

Vuoi dire che tutti i mali non vengono per nuocere?
Indirettamente direi che è così, poiché con i Supercircus abbandonai il vecchio concetto dell’orchestra da ballo e cercai di impormi con cose diverse, spettacolari, che riscossero notevole successo: realizzai in mix molto curato di musica, rock, beat, twist, surf, Genesis, Chicago, ma anche poesie musicali e arrivando fino a Frank Zappa e tutto dentro una matrice allegra e  teatrale. 

Ma ancora prima di quella fortunatissima stagione del Settanta (di cui sono testimone) avevi maturato altre esperienze importanti tirando tardi in locali torinesi: è così? Ce ne parli?
Bravo, quella fu una stagione formidabile in mezzo a una  sfavillante scena musicale e con momenti davvero divertenti nella mia vita. Di questo ne ho  parlato nel libro pubblicato diversi anni fa con il titolo Permette un ballo, signorina?, che si tratta di un racconto di swing, di blues, di soul, dalla Bologna degli anni Sessanta fino a Torino, con le grandi balere sullo sfondo. Descrivo i locali notturni più in voga in quegli anni,  aspetti di una certa vita allegra, il caffé al Valentino, di un albergo che è stato per me un riferimento, il Poncini gestito da un appassionato di jazz, Secondo Poncini, il quale possedeva una collezione di quasi cinquemila dischi dei più grandi jazzisti del mondo. Con questo signore passavamo ore a discutere su un’incisione di Miles Davis o su un concerto di Chet Baker. A Torino ho vissuto poi storie davvero incredibili, come questa: stavo suonando in un dancing con un’ottima orchestra e di cui faceva parte anche Eddie Busnello, che non so quante persone oggi sappiano chi era costui.

Andrea Mingardi (foto di Euriolo Puglisi)
Andrea Mingardi (foto di Euriolo Puglisi)

Stai parlando del sassofonista, un po’ problematico, che suonò tra l’altro anche con il gruppo di Kenny Clarke e per un tempo cortissimo con gli Area?
Proprio lui, ma lavorò anche con altre jazz band europee importanti. Busnello, tipo problematico come hai detto, alcolista e dipendente da altre sostanze, nel 1967 viveva in un sottoscala e una sera dopo il nostro spettacolo volle a tutti i costi farmi conoscere un suo amico che suonava nello storico “Swing Club” di Torino, un locale importante, forse quanto il Capolinea di Milano o il Music Inn di Roma. Appena entrammo nel club fui rapito dal fraseggio del sassofonista, sembrava Coltrane! Quel sassofonista durante una pausa venne al nostro tavolo e, parlando un po’ spagnolo e un po’ italiano, mi disse che non aveva un soldo in tasca e non sapeva dove sbattere la testa. Senza pensarci su gli risposi: «In orchestra siamo in sette e se vuoi vieni a suonare con noi e dividiamo per otto». Era Gato Barbieri. Così per quattro mesi l’argentino fece coppia con Eddie Busnello. E una situazione molto simile mi capitò  anche a Riccione aiutando nientemeno che Paul Bley, che lavorò con me tutta la stagione estiva suonando rock’n’roll divinamente. Dirai che sono fatti minori, certo, ma che andrebbero raccontati perché la storia vera si fa anche narrando piccoli eventi nascosti tra le pieghe, però non si fa.

E allora nel limite del possibile, e se ti va,  facciamolo adesso. Hai altre storie belle da narrare? E quali sono i tuoi artisti preferiti, a parte Ray Charles, a cui tieni in modo particolare?
Di artisti dovrei citarne moltissimi perché ognuno di loro ha fatto qualcosa di straordinario, ad esempio potrei dirti Stevie Wonder. In generale però era il modus dei vari musicisti che mi affascinava. Un momento che ho vissuto con fortissima emozione è successo una decina di anni fa al Chinese Theatre di Hollywood cantando con la mia band alcuni brani del mio album «Tribute to Ray Charles» davanti a una platea di centinaia di persone tra cui decine di star mondiali del cinema. E poi diciamolo,  Georgia on My Mind, What I’d Say, I Can’t Stop Living You non me li cava più nessuno. Un’altra bella soddisfazione l’ho avuta nel 1986 con il sondaggio sui migliori cantanti blues italiani dove Gino Castaldo e altri suoi colleghi dissero che spettava a me quel titolo. Colgo l’occasione per dire che i giornali mi riservarono soltanto tre righe, come se non contasse nulla quel risultato, ma in compenso quando andai a Sanremo mi dedicarono delle pagine intere… e non dico altro. Poc’anzi ho citato degli incontri con i grandi jazzmen americani che suonarono a Bologna. E a proposito di Chet Baker aggiungerei che nonostante avesse un carattere molto chiuso, con noi era molto generoso: gli chiedevo spiegazioni di  But Not For Me e lui me la cantava. Poi nella Cantina di via Cesare Battisti ho sentito dei mostri come René Thomas. E di queste vicende vissute ne è un po’ testimone Giampiero Cane.

Andrea Mingardi alla scopertura della stella 2019 a Gerry Mulligan nella Strada del Jazz, via Orefici di Bologna (foto di Euriolo Puglisi)
Andrea Mingardi alla scopertura della stella 2019 a Gerry Mulligan nella Strada del Jazz, via Orefici di Bologna (foto di Euriolo Puglisi)

Quella cantina è stata anche una palestra per la crescita di nuovi talenti bolognesi ma rispetto al fatto di entrare anche solo come uditore nei meandri del jazz bolognese posso dirti che per un po’ di tempo ho notato una certa chiusura, per non dire snobismo, verso giovani profani non “raccomandati”. E quindi spesso era richiesto uno sponsor altrimenti…
Per caricare la dose posso dirti che se frequentavi il Bar del Rosso (via Augusto Righi), dove si davano appuntamento di notte i grandi capiorchestra di allora, come Henghel Gualdi (considerato uno dei primi clarinettisti europei), Piergiorgio Farina (violinista strepitoso che somigliava a Jean-Luc Ponty) e altri, ma dimostravi di non capire un cazzo di jazz il cuoco ti dava meno ragù sulla tagliatelle, capisci…

Bella battuta ma confermi la mia impressione. Però senza generalizzare e con rispetto, volevo dire che allora vigeva uno spirito da confraternita elitaria di prescelti, intellettuali, dottori, notai, un mondo poco permeabile. Per non parlare poi delle vivacissime discussioni tra veterani jazzofili e giovani neofiti in occasione di performance di alcuni grandi maestri che avevano smarrito la retta via. Eppoi, visto che ci siamo, diciamola tutta: ancora oggi moltissimi jazzofili e jazzisti felsinei o residenti sotto le Due Torri mostrano una sorta cecità o superbia nei confronti di certe espressioni musicali. E’ raro vederli assistere a concerti che non siano quelli dei soliti noti, o di leggendari del jazz. Stop, oltre non si va, nonostante progetti e artisti formidabili di altri mondi.
Io posso dirti la mia verità: in Cantina ho visto dei grandi maestri, ma non discuto però che tu abbia ragione su certi limiti e pigrizie. Però se ti riferivi al free jazz io ho avuto la fortuna a Milano di vedere un concerto storico: nel primo set  Nat King Cole con la big band, e quindi tutto secondo copione; mentre nel secondo set suonò John Coltrane, e fu la prima grande botta di free che io ricordi. E quando Coltrane iniziò a suonare si alzarono in piedi Gianni Basso, Oscar Valdambrini assieme ad altri dandogli del buffone. Questa é storia, e io l’ho vissuta e in un certo senso è una conferma della tua osservazione critica.

Andrea Mingardi (foto di Gian Franco Grilli)
Andrea Mingardi (foto di Gian Franco Grilli)

Non mi riferivo soltanto al free jazz (ma è passato molto tempo), ma ad artisti che si muovono dentro affluenti che migliorano poi il jazz. Detto questo, il giovane Mingardi approvava quella contestazione globale, di rabbia e radicalizzazione di certa black music, da Archie Shepp a Cecil Taylor, Sun Ra, Art Ensemble of Chicagol tanto per intenderci (e dalle nostre parti qualche improvvisato jazzista ci marciava un po’ su,  a mio avviso),  o stava dalla parte del vecchio jazz  rassicurante?
Poiché sono anche un artista e appassionato di pittura, vedo molte correlazioni tra queste due arti e personalmento ero e sono affascinato dalla ricerca. A volte mi affascinava la ricerca di Luigi Nono, di Stockausen, gente che aveva una spinta un più, toccavano confini ai quali io non riuscivo ad arrivare  però mi sforzavo di capire. Alcune opere le capivo,  delle altre no, ma le accettavo come un percorso verso qualcosa di diverso. Se tu guardi il primo Picasso, che disegnava in modo sublime, e poi vedi le ultime opere, deliranti, gli domandi: «Ma cosa ti è successo?».  Invece bisogna avere la capacità di capire che ci sono delle persone più avanti di noi che hanno visto delle traiettorie e degli orizzonti affascinanti. Orizzonti  che forse noi non siamo in grado di vedere. Insomma, le avanguardie hanno sempre creato divisioni. Mi facevano poi ridere, d’altro canto, una schiera di critici musicali quando sostenevano che Oscar Peterson aveva troppa tecnica e avrebbe dovuto essere più concettuale. Io comunque non ho chiuso la porta in faccia a nessuno e la tua sottile osservazione la condivido quando dici che c’erano degli pseudo jazzisti che sfruttavano l’incomprensibilità di certi fenomeni.

A questo punto cerchiamo invece di rendere comprensibili i tuoi ultimi passi artistici. Intanto con il tuo ultimo album, «Ho visto cose che… » pubblicato nel 2018, hai gridato a tempo che ci vuole un po’ di rock’n’roll «per tutto il popolo dormiente e per svegliare un po’ la mente, dondolando solamente».  Cioè?
In questo disco ho raccolto musica concreta, quella che mi appassiona da tutta la vita e ho voluto dare una scossa elettrica a questo mondo di canzoni tutte uguali che circolano in radio e nelle tv.  E l’ho fatto con il rock, il blues e altre sonorità black come il soul, sonorità che invece i mass media hanno buttato via come un anziano, come generi musicali superati che non contano più nulla, e che invece contano nella mia storia e nella storia della musica moderna. Mi sono poi voltato  indietro, ho guardato all’oggi e alla fine ho cercato di pensare come potrebbe essere il domani di questa società sempre più allo sbando, di giovani che non trovano lavoro. Insomma una realtà che ha perso un bel po’ di valori durante questa folle corsa verso la modernità a tutti i costi e con il risultato di produrre ansia e frustrazione. Per me è una velocità senza senso che sta spazzando via tutto e allora prima che sia tardi diamoci una mossa.

Intanto vedo che la mossa la dai tu, perché dopo sessant’anni di musica frenetica, di concerti nel tuo stile,  svolti un po’ ma sempre on the road per dare nuova linfa  alla tua storia rileggendo gli standard vocali del jazz con  «E Allora Jazz… ». Parliamone.
Si tratta di un progetto con intenti rigorosamente jazzistici, affiancato da jazzisti a tutto tondo, che ho voluto dedicare ai grandi classici del Great American Songbook.  Sentivo il bisogno di una nuova dichiarazione di amore alla musica afroamericana jazzata e alle immortali interpretazioni di Frank Sinatra, Nat King Cole, Ella Fitzgerald e Tony Bennet  spinto anche dal desiderio di  riproporre la cultura musicale che rese Bologna «Capitale del jazz» per vent’anni e non solo in Italia. La storia del jazz in città  ha origini lontane, qui sono nate importanti jazz band cittadine che poi fecero tourné anche in Europa. Ma Bologna fu tappa obbligata per i nomi più celebri del jazz come Duke Ellington, Benny Goodman, Ella Fitzgerald, Miles Davis, Monk eccetera. E questo lo dobbiamo ad Alberto Alberti e a «Cicci» Foresti, che sono stati gli artefici dello sviluppo della musica jazz sotto le Due Torri.

E proprio con le Due Torri alle spalle hai tenuto un concerto in occasione dell’importante riconoscimento che hai ricevuto: il Premio Strada del Jazz 2019. Cosa ha significato questo premio, credo inatteso e la giornata per la scopertura della stella di Gerry Mulligan?
Sono rimasto sorpreso per questo premio perché nella mia carriera ho suonato soprattutto soul, blues, rock e canzoni anche se lo spirito jazz ha spesso albergato nelle mie musiche come dicevo all’inizio. Sono onorato di questo riconoscimento che premia la mia anima soul e i miei primi passi musicali che vibravano di jazz negli anni Cinquanta e Sessanta. La stella a Mulligan era doverosa. Al di là del premio sono comunque contento che a Bologna abbia ripreso vigore il jazz con tante iniziative prestigiose come quella della Strada del Jazz e il nuovo Bologna Jazz Festival, perché il jazz dà carica e fa star bene. Ma devono stare bene anche i jazzisti?

Andrea Mingardi (foto di Gian Franco Grilli)
Andrea Mingardi (foto di Gian Franco Grilli)

Qual è il messaggio che non capisco?
Mi riferisco al fatto che ci sono dei gestori di locali che telefonano alla mattina a dei musicisti, anche ad alcuni di quelli bravi e non dei pivellini, proponendogli di andare a suonare un’ora per trenta euro. E questo non va assolutamente bene e capisco chi abbandona poi la musica come mestiere perché questa è umiliazione.

Gian Franco Grilli