«ALRIGHT AGAIN» IL DISCO D’ESORDIO DEI WALK TALL. INTERVISTA A GIAMPAOLO LAURENTACI 1/2

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Walk Tall: quattro ragazzi, tre diverse nazionalità con una residenza comune, la Spagna. «Alright Again» è il loro album d’esordio, dal linguaggio moderno e vigoroso. Ne parliamo con il contrabbassista, il salentino Giampaolo Laurentaci che da diversi anni vive a Barcellona.

Giampaolo, iniziamo dai Walk-Tall. Come nasce questo quartetto italo-svizzero-spagnolo?

Walk Tall nasce a Barcellona in maniera totalmente spontanea. È stata la musica a dare forma a questo nostro nuovo progetto; come sovente accade nell’ambito del jazz, capita di condividere esperienze musicali durante jam session o concerti estemporanei. Fu in una di queste occasioni che ebbi la possibilità di conoscere Enric Peinado (chitarrista) Gilles Estoppey (pianista) e Ramon Prats (batterista). Ricordo di essere stato contattato per un paio di concerti da Gilles e Enric, per cui decidemmo di suonare un repertorio originale formato da loro composizioni. Entusiasti dell’esito delle serate, decidemmo di rivederci per proporre questa volta delle composizioni mie e del batterista. A piccoli passi cresceva la voglia di lavorare insieme e di sperimentare nuove produzioni, attratti sin dall’inizio dalla desiderio di registrare il primo disco e di portare in giro la nostra musica. Walk Tall appare come un collettivo. Non esiste un vero e proprio leader ed ognuno di noi cerca di apportare quanto più possibile alla musica e alla band. Walk Tall è uno spazio democratico dove il primo interesse è condividere ciò che ci piace di più, fare musica insieme, con l’intento di crescere e scoprire la nostra voce come musicisti e compositori e naturalmente come band.

«Alright Again» contiene tantissime influenze musicali, non solo jazzistiche. Avete messo insieme il vostro rispettivo background?

Certamente sì. Sia nel passato che tuttora, ognuno di noi è attratto da tantissimi altri generi musicali, e spesso ci capita di collaborare anche in formazioni che non siano prettamente jazzistiche. Tutto ciò sicuramente colma la nostra memoria storica di linguaggi non solo jazzistici, ma anche appartenenti alla musica classica, free, rock, pop e quant’altro. È inevitabile, a mio avviso, che tutte queste sfumature emergano durante il processo di composizione in cui ognuno di noi cerca di esprimere la propria voce senza porsi poi tanti limiti stilistici. Per questo motivo ogni composizione del disco ha un carattere specifico, accumulate comunque da un suono omogeneo e secondo me ben caratterizzato.

A tuo avviso, c’è un filo rosso che tiene insieme la vostra musica?

La libertà nella forma, la ricerca di un suono comune, l’alternarsi di momenti di tensione e di relax, l’evocazione delle forme più classiche e tradizionali con la proiezione e la curiosità volta alle realtà musicali contemporanee potrebbero risultare come un filo rosso che tiene insieme la nostra musica.

Un lavoro che non contiene standard o cover: una rarità di questi tempi. Non ce ne era bisogno o avete preferito evitare?

Anche questa, a mio avviso, è stata una scelta spontanea. Ognuno di noi aveva voglia di proporre composizioni originali e di elaborare un contesto dove potersi esprimere, non solo come interprete, ma anche come compositore. L’esigenza di tradurre qualcosa d’intimo, di raccontarsi e mettersi a nudo, mettendosi alla prova con umiltà ma allo stesso tempo con coraggio. Questo carattere appartiene al nostro primo lavoro discografico. Non escludo magari che in futuro potremmo proporre un arrangiamento di cover appartenenti non solo alla tradizione jazz. Vedremo.

Comunque, se ci fosse stata una cover o standard, tu cosa avresti inserito e perché?

Domanda alquanto difficile. Forse avrei proposto una cover di Mingus o di Monk; entrambi, secondo me, tra i compositori e musicisti più affascinanti della storia del jazz. La mia sarebbe stata una scelta dettata dalla grande attenzione e dedizione che rivolgo a questi due giganti della musica, ma chi sa se ne avessi avuto poi il coraggio. La bellezza di queste opere sono così tanto legate alle originali interpretazioni che non so fino a che punto mi sarei sentito pronto ad affrontare un arrangiamento di questi grandi classici. Non escludo neanche la reinterpretazione di un brano legato a tradizioni di altri stili musicali.

Quando avete deciso di creare il quartetto vi siete dati un modello di riferimento (del passato o attuale)?

Al livello di sound i riferimenti sono riconducibili ai gruppi della scena americana contemporanea. Per quanto riguarda invece l’aspetto compositivo, credo che ognuno di noi in qualche modo cerchi di esprimere la propria creatività, sebbene inconsciamente influenzati da ciò che ascoltiamo. Le informazioni ed i modelli di riferimento cui può attingere la mia generazione sono così tante che risulterebbe difficile farne un elenco.

Chi ha deciso il nome e perché proprio Walk Tall?

È stato Gilles a proporre questo nome per il nostro progetto. Walk Tall è il titolo di una composizione di Joe Zawinul, ma indica anche un’espressione adottata dalla rivendicazione sociale. Walk Tall significa camminare a testa alta, essere fieri e orgogliosi delle proprie origini senza però essere arroganti. Ci siamo sentiti identificati in qualche modo in questa espressione poiché avevamo voglia di manifestare con coraggio le nostre idee e tradizioni musicali senza il timore di essere giudicati per non attenerci in maniera severa e scolastica a un’estetica musicale rigida. Non mi sono mai sentito particolarmente legato ai limiti imposti dalle etichette. A me piace la musica in tutti i suoi stili e il fatto che mi identifichi intimamente nel jazz, non mi esclude dall’apprezzare altre forme e linguaggi ad esso apparentemente lontani.

Alceste Ayroldi

(prima parte)