Al Jarreau: il maratoneta del jazz vocale

In una candida e rivelatrice intervista, il cantante di Milwaukee mise in mostra le grandi qualità umane e professionali che lo resero uno degli entertainers più amati degli ultimi quarant’anni

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Al Jarreau - foto per cortesia aljarreau.com
Al Jarreau - foto per cortesia aljarreau.com

Al Jarreau, anni fa il mondo della musica si era allarmato moltissimo per i tuoi problemi di salute e la notizia aveva fatto come un lampo il giro delle tv e dei giornali. Che cos’era successo, e come stai oggi?
Me la cavo bene. Ovvio, non sono più il centometrista di una volta! Ma sullo scatto posso ancora dare del filo da torcere a parecchia gente.

Quindi c’era stato un po’ di allarmismo? Lo chiedo perché sembrava fosse giunta la tua ora.
Sono anni che dico che nella mia vita è mancato un po’ di scandalo. Ho avuto una carriera troppo limpida: magari sollevare qualche polverone poteva diventare un’ottima mossa promozionale… Vedi qual è il guaio di essere una persona per bene? Però non so cosa è meglio, sentirsi dare per spacciato dalla stampa oppure farsi beccare con quattro o cinque puttane in una camera d’albergo e gettare i mobili dalla finestra!

Insomma, com’è andata davvero?
Dicevano che fossi caduto giù dal palco durante un concerto, per via di un malore. Che tutti già pensavano che fossi morto. La realtà è molto più semplice. Adesso ho settantaquattro anni, all’epoca ne avevo settanta. È un età in cui certe parti del corpo iniziano a logorarsi, e non è che ci sono pezzi di ricambio per qualunque cosa. Sono venuti fuori dei problemi cardiaci, che evidentemente avevo da tempo ma di cui ero all’oscuro. Una cosa che chiamano fibrillazione atriale. In pratica, il cuore comincia a batterti all’impazzata. Mi hanno sottoposto a un piccolo trattamento che dura una ventina di minuti, una cardioversione elettrica. Dopo tre quarti d’ora, quando mi sono svegliato dall’anestesia, il battito era tornato normale, la pressione pure, e così via. A forza di comprare medicine, comunque, sono pure diventato un azionista delle case farmaceutiche!

Quindi la tua vita è cambiata.
Be’, per forza. Ma niente di impossibile. Al momento ho più problemi con le estremità. Ho un difetto di postura che si è trasformato nel piede piatto. E questo è un guaio, per uno come me che ha sempre amato correre.

Tutto questo hai influito anche sull’energia che trasmetti sul palco?
No, direi proprio di no.

Quanto c’è voluto per rimetterti in sesto?
Ero in ospedale e ho scritto una nuova canzone per Eumir Deodato. Si intitola Double Face. Appena mi hanno dimesso sono filato in studio – il giorno dopo, pensa – e in otto ore l’ho registrata. Il giorno dopo ancora, ero già sul palco per un’ora e mezzo di concerto. Poi un giorno libero e via con un altro concerto. Mi sono capitati anche due concerti di fila. D’altronde, che alternativa c’era? Mi avevano dato per morto, il minimo che potessi fare era presentarmi ancora vivo e dire alla gente: «Beccatemi finché siete in tempo!» L’anno dopo ho rifatto un tour in Europa – mi ero sentito male nel sud della Francia – per recuperare tutte le date che avevo saltato. E in tutto il tour sono stato costretto ad annullare un solo concerto. Mica male. Ogni volta che salivo sul palco dicevo: «Eccomi qui, tutto a posto».

Al Jarreau
Un raduno di autentiche stelle alle Hawaii, davanti all’obiettivo del fotografo. Da sinistra: Al Jarreau, Dizzy Gillespie, Alphonse Mouzon, Herbie Hancock, Julie e Larry Coryell. Hawaii, 1970 – foto Susan Aimee Weinik/The LIFE Images Collection / Getty Images)

Ti piace ancora andare in tour?
Ma certo. È una sensazione magnifica, che non passerà mai.

Così non hai intenzione di smettere.
Smettere? Come sarebbe? Ma per favore!

Qual è il tuo rapporto col jazz?
Il jazz mi ha amato e accolto fin dal primo istante. La critica ha avuto qualche esitazione nell’ammettere che io avessi anche altre radici, ovvero il r&b e il pop. Ci ha messo un po’ a capirlo. Ma va bene così. Sono lieto di far parte del mondo del jazz, dove ci sono musicisti di bravura e sensibilità non comuni, e sentir loro dire: «Al è un jazzista, è uno di noi» mi sembra una gran bella cosa.

Anche quando incidi dischi pop mantieni sempre un feeling jazzistico.
Proprio così. Il mio pop e il mio R&B non possono sfuggire al jazz, ne sono pieni. Quindi, tutto sommato, mi sembra giusto essere definito un cantante di jazz.

D’altronde, è col jazz vero e proprio che hai cominciato la tua carriera. Che cosa ti ha spinto a mischiarlo col pop e il r&b?
Non avevo scelta. Erano musiche che facevano parte di me, ce le avevo dentro. Vedi, non sono cresciuto ascoltando solo il jazz: ho anche vissuto di persona gli inizi del rock ‘n’ roll. Da ragazzino, cantavo doo-wop sugli angoli delle strade prima ancora che si chiamasse doo-wop. Le canzoni della Motown le cantavo sotto la doccia ma anche nel corridoio della scuola, che aveva un effetto d’eco niente male, oppure provavo a rifarle a casa, su in soffitta, con quattro o cinque amici. Salivamo lassù – si moriva di caldo – e le cantavamo fino all’ossessione, facevamo prove su prove senza l’obiettivo di una qualche serata. Era solo perché ci piaceva quella musica. Quindi, se la musica ti entra dentro in quel modo, non è che puoi far finta di niente, alzare le spalle e dire: “Ah no, mi dispiace, ma io canto solo jazz». Perché dovrei cancellare tuttta una parte di me? Per esempio, credo di conoscere la musica di Frankie Laine e di Patti Page meglio di chiunque altro, ci ho passato anni e anni ad ascoltarla alla radio. Se una persona è portata per la musica, ciò che sente le rimane dentro e aspetta solo l’occasione giusta per uscire. Quindi io di filtri non me ne faccio, anche se forse quest’atteggiamento mi fa sembrare un po’ schizofrenico.

Già imitavi ogni genere di strumento anni prima che lo facesse Bobby McFerrin. Fiati, percussioni… Come hai scoperto di avere questa dote?
Per l’appunto: è il mio lato schizofrenico, non filtrato! Certe cose che magari la gente fa solo in macchina o davanti allo specchio, io ho avuto il coraggio di farle sul palco…

Quando hai capito che la musica e il palcoscenico erano la tua vocazione?
Fin da bambino, a quattro anni. Fu allora che mi resi conto quanto mi piacesse starmene in piedi a cantare davanti a un pubblico. Eravamo nel cortile di una vicina di casa. La gente pagava un dollaro per entrare, e con quei soldi comprammo dei vestiti per il coro della chiesa. Quando hai provato una sensazione del genere, quando hai visto che tutti sorridono quando canti, è come una malattia contagiosa. Ti lascia un segno, non le puoi sfuggire.

Tuo padre era un ministro del culto e tua madre una musicista di chiesa. Quindi sei cresciuto con un background religioso. Che importanza ha avuto tutto questo nella formazione del tuo stile vocale?
Enorme, soprattutto perché mi ha offerto mille occasioni di cantare in pubblico. E poi in quella musica c’era un messaggio, che a modo mio ho cercato di portare avanti. Diciamo che nel mio piccolo sono anch’io un ministro del culto. Musicale, però. Del resto, la musica non serve solo a far battere il piede. Questo è uno dei miei obiettivi. Figurati, io voglio che la gente si diverta, ma quando canto cerco sempre di parlare di qualcosa che non sia solo il volersela spassare alla grande. Canto anche di ciò che uno potrebbe essere o diventare, di cosa fare della nostra vita, dell’impegno necessario per renderla importante e significativa.

Quindi nella tua musica c’è anche un messaggio spirituale?
Ma certo. Per dire, un brano come Mornin’ affronta proprio questo aspetto.

Al Jarreau
A Montreux nel 2007, Al Jarreau si esibisce con uno dei suoi partner preferiti, il chitarrista – e valido cantante – George Benson

Quando lavori sulla melodia e sul testo di un brano sembra sempre che tu stia parlando di esperienze personali. Qual è il tuo segreto?
Dovremmo tutti quanti essere delle persone sensibili, avere buoni rapporti col prossimo e mostrare comprensione per i problemi altrui, che si tratti dei nostri familiari o di qualcuno che incontriamo per la strada. Io mi limito a far questo, a commentare lo stato delle cose. Mi sento uno dei tanti, non credo di essere una persona speciale. Però sono sensibile. Prima di fare il cantante a tempo pieno ho studiato psicologia e lavorato per anni in centri di riabilitazione. Quando ti trovi davanti a certe situazioni, a gente che è rimasta invalida o ha perso il coniuge o è rimasta senza lavoro e magari ha quattro figli, che cosa fai? Cerchi di dare una mano. Io sono fatto così. È un messaggio che mi hanno sempre trasmesso i miei genitori. Se vuoi sentirti meglio con te stesso, se vuoi attenuare i tuoi problemi, il tuo dolore, sopportare una vita difficile, cerca di aiutare qualcuno. Anche facendo una cosa banale come andare a servire il tacchino a una mensa dei poveri il giorno del Ringraziamento. L’importante è dare una mano.

Il tuo strumento è la voce. Come la mantieni in salute?
Cercando di cantare il meno possibile! A parte gli scherzi, diventare un cantante professionista è una delle cose più difficili al mondo. Un conto è esibirti in chiesa una volta la settimana solo perché ti piace e ti riesce bene, un conto è partire in tour e cantare quattro o cinque sere in quella stessa settimana. Hai un’idea dello stress che subiscono le tue corde vocali? Ecco perché ho sempre cercato di non esagerare con gli impegni. D’altronde, oggi non ho più l’estensione sugli acuti che avevo a venticinque anni.

Ma è vero che coprivi cinque ottave?
Macché! Cinque ottave? Magari! Però sono contento che si tramandino queste leggende… Comunque, come dicevo, ho sempre cerato di non esagerare, di fare tour che non fossero troppo punitivi, di stare il più possibile lontano dalle cattive abitudini. Dopo il concerto, si va a nanna! Ecco perché dopo tutti questi anni sono ancora qui. Certo, la mia voce è cambiata, ho perso qualcosa nella gamma alta ma mi restano ancora tanti toni bassi da esplorare.

E ti sei sempre tenuto in forma. Che importanza ha per un cantante?
Fondamentale, direi. Un cantante, per me, è come un atleta. Al college giocavo a basket e correvo, con buoni risultati. Ho sempre amato il fondo, corsa campestre compresa. I fondisti imparano tante cose che gli altri atleti non sapranno mai.

Sonny Rollins ha sempre detto che mantenersi in buona forma fisica ti fa migliorare come musicista. Sei d’accordo?
Sonny ha perfettamente ragione. Ripeto, considerarsi un atleta, magari anche non competitivo, è importante per chi canta. E adesso sto cercando di rimettermi sulla strada giusta. Peccato per questi piedi sgangherati, altrimenti avrei già ricominciato a correre. Ma mi sono fatto preparare dei plantari, e appena finita quest’intervista me ne vado in palestra.

Preferisci lavorare in studio o dal vivo?
Agli studi di registrazione non ho ancora fatto l’abitudine. E sì che il mio primo disco è del 1975! Sto iniziando a capirci qualcosa giusto adesso. Invece, cantare davanti alla gente è ciò che ho fatto per tutta la vita. Per questo amo i dischi dal vivo: ci sono io e c’è il pubblico. Ciascuno offre il suo contributo.

Quindi il contatto con il pubblico rappresenta un’esperienza catartica?
La verità della musica sta nel rapporto tra i musicisti sul palco e in ciò che si riesce a instaurare col pubblico. Tutto qui, ma fa un’enorme differenza a confronto di ritrovarsi in uno studio, isolato dagli altri musicisti e con un microfono sotto il naso. La trovo un’esperienza superficiale. La musica si fa con gli altri e per gli altri.

Owen McNally