«Southlitude» Aisha Ruggieri

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di Alceste Ayroldi

Si chiama «Southlitude» il nuovo album della pianista e compositrice padovana, edito da Caligola. Ne parliamo con lei.

Parliamo di «Southlitude». Inizierei proprio dal titolo: un calembour che ha un significato particolare per te?

Mi sono sempre piaciuti i giochi di parole. E’ difficile scegliere un titolo, soprattutto quando si avverte intimamente che si sta  pubblicando un disco spartiacque, come in questo caso. «Southlitude»non è solo un disco, ma è un punto d’arrivo e un punto di partenza. La mia famiglia è del Sud, ne sento i forti legami; sento il soul ascoltato da mio padre, ricordo In My Solitude nei miei ascolti jazz dei primi anni; mi viene in mente quella parola senza quasi traduzione, saudade. Ecco, Southlitude è una sensazione che racchiude diverse consapevolezze, ricordi, rivelazioni. E’ una sensazione viva, passionale ed un po’ esoterica al contempo, che si verifica se ascolti cosa avviene intorno. E’ una radice profonda con rami imprevedibili e asimmetrici, fittamente intersecati. E’ una sensazione che mi sconvolge e che amo e mi serviva una parola da inventare per definirla.

Una prova di maturità che ti vede molto più impegnata alle tastiere elettroniche, al piano elettrico. Anche le tue composizioni sono più elaborate e robuste. Cosa è cambiato in questi sette anni, a far data dal tuo precedente album «Playing Bacharach»?

Tutto! In particolar modo, la relazione che ho con me stessa nell’atto di esser musicista. Ho imparato ad assaporare maggiormente il pepe della contaminazione, l’irriverenza degli accostamenti, l’onestà intellettuale e la consapevolezza personale, il dono dei silenzi…in una parola, l’apertura. Strumentalmente, è stato un percorso naturale, facilitato anche dai lavori svolti che richiedevano l’uso di tastiere. Dopo aver lavorato come side-woman in diverse situazioni, ho cominciato a sentire il fascino di una diversa strumentazione anche per la composizione, accresciuto anche da interessi e frequentazioni artisticamente eterogenee e trasversali. Scultori, sound artist, pittori, musicisti rock, reggae, soul, latin, afro, cinematografia fantasy ed una vita vissuta intensamente sono ciò da cui traggo ogni ispirazione e desiderio compositivo.

Tra piano elettrico e pianoforte, qual è la tua tastiera preferita, quella dove ti trovi più a tuo agio?

Suonare il Fender Rhodes crea uno di quei momenti in cui vorresti fermare il tempo, ogni nota non può che suonare bene, morbida, accogliente, vellutata, così rock psichedelico. Riconosco che l’entrata della Nord Stage 2 in «famiglia» ha creato un fantastico scombussolamento dopo anni di pianoforte, anche se al tempo del disco non l’ho usata. Ora vivo «spippolando», come diciamo fra colleghi tastieristi. Il piano è nudo, forte: è il capo e richiede anche più fisicità, infatti a tratti è più inebriante muscolarmente. Con le tastiere il rapporto è più celebrale. Per questi motivi, non ne ho una preferita, dipende dal momento e dal repertorio. Mi considero più musicista che pianista e uso il suono in base a ciò che devo dire in quel momento.

Il primo brano è Thanatos, che avevi già inciso nel 2009. E’ un portafortuna, una tua pietra miliare, un concetto da cui partire?

Thanatos mi crea lo stesso effetto di Southlitude. E’ una consapevolezza, un evento di cui non voglio aver paura di parlare. Scrissi questo brano quando mi morì un cane fra le braccia sputando sangue, ne soffrii terribilmente. Non lo potrò mai dimenticare. La morte è sicuramente un concetto da cui ripartire sempre, per me è al contempo nascita e con altre perdite subite successivamente ho decisamente modificato il mio rapporto con essa o per lo meno ci sto provando, mi piace pensarci, parlarne, sorriderci, pensare a cosa sarò nella prossima avventura. Musicalmente si tratta di un brano che pensavo di non aver affrontato ancora abbastanza nella pubblicazione precedente per la natura intrinseca selvaggia del sentimento di Thanatos, che richiedeva ancora un altro po’ di vita da vivere per comprendere e affrontare il pezzo e ho voluto registrarlo nuovamente con un appeal più afro, reso possibile anche grazie al modo di portare il 6/8 di Josè.

Però, un significato «esoterico» o scaramantico lo avrà il fatto che tu abbia aperto e chiuso «Southlitude» con due brani già editi: o mi sbaglio?

Apprezzo enormemente l’osservazione e si, è corretto, sono brani già editi. Entrambi hanno strutture irregolari e si  basano su approfondimenti armonico/ritmico, nel caso del primo,  e intervallari/melodici, nel caso dell’ultimo; non direi esoterico o scaramantico, quanto piuttosto, consequenziale. Ho girato l’ordine, per come li vivo io: Thanatos ed Eros.  Dalla comprensione del primo scaturisce un bel modo di vivere il secondo. Si rincorrono in un certo senso…Probabile che nel prossimo disco io faccia un nuovo arrangiamento di una composizione di questo disco! Mi piace risuonare i miei brani: è come spostare i mobili di una casa. Non serve sempre comprarne di nuovi, a volte cambiandone l’assetto si trasforma tutto. Credo si tratti di desiderio di flessibilità e approfondimento.

Rispetto al tuo precedente quartetto, hai cambiato tutto, ad eccezione di Gianluca Carollo. Come è nato questo nuovo combo?

L’idea di una formazione con batteria e percussioni è sempre stata nella mia testa; ai tempi dei trii e dei quartetti mi sentivo ancora pienamente dentro un linguaggio più tradizionale, sentivo l’esigenza di un suono acustico, classico e i musicisti coinvolti al tempo furono fantastici compagni di viaggio che mi diedero l’opportunità di studiarne a fondo i meccanismi. Al contempo, avvertivo una necessità più primordiale e percussiva da un lato, più rock e contemporanea dall’altro e questo mi indusse ad invitare musicisti di colore diverso che soprattutto giungessero da background molto differenti. Nel caso di Marco Andrighetto e José Antonio Molina, l’incastro è stato magico, abituati al latin jazz, alla fusion, al rock, al jazz, all’afro, si sono prestati senza remore ad ogni esperimento stilistico, resi collante dal solido, sapiente, avvolgente e virtuoso contrabbasso di Lorenzo Calgaro. Con Gianluca poi fu naturale continuare la collaborazione; collaboriamo da anni, non abbiamo nemmeno bisogno di parlare per capirci ed oltretutto, è un fuoriclasse. Si può dire che alcuni pezzi siano stati composti per il loro suono. Sapevo come li avrebbero suonati…sono fantastici musicisti, no? E tanto, tanto cuore.

C’è anche una dedica ai Led Zeppelin: è venuta fuori la tua anima da rocker?

Finalmente è tornata libera la mia anima da rocker! A questo proposito, non posso non menzionare la perfetta interpretazione che ne ha dato Giorgio Finamore, cover artist della mia copertina, che lasciato a briglia sciolta,  su una foto della fotografa che mi accompagna da sempre, Alessandra Lazzarotto, ha dato vita ad una creatura strana, come mi sento ora, ibrida, con lo sguardo in avanti, con rami sulla testa e corpo di insetto, pronta per saltare chissà dove. Per me il rock è vita, è sangue, non lo vivo diversamente come sensazione dall’urgenza jazzistica del bebop. Sento molto la necessità dell’urgenza espressiva, non identificabile necessariamente con un over-pathos solistico o dinamico in ogni brano, ma inteso come ricerca, spessore, anche rivelazione scomoda, dove serve, aldilà dei bpm. Mi piace la ricerca della visione nitida del proprio essere, odio le edulcorazioni. Non mi preoccupano le cose scomode, le preferisco di gran lunga al pre-confezionamento patinato dell’immagine che si vuole dare di sé. Questo è abbastanza rock? Spero, è comunque quello che cerco.

A proposito, qual è il bagaglio musicale di Aisha Ruggieri?

Non lo so, forse schizofrenico, ma non posso vivere senza. I miei ascoltavano black, soul, brazilian, jazz, Pino Daniele; in primissima adolescenza ho adorato i Queen, poi il rock psichedelico con amore folle verso Jimi Hendrix, i Led Zeppelin, i Doors, Nirvana e tutto il grunge e poi sono cresciuta dai vent’anni bevendo e mangiando solo jazz e classica per i successivi quindici con follia verso John Coltrane, Bill Evans e Herbie Hancock. Poi, c’è stato un improvviso violento, meraviglioso ritorno al rock, alle basi, alla semplicità, con sviluppo dell’amore per il reggae. Ora ascolto tutto, ma proprio tutto,  con una fascinazione particolare verso il rock-electro e un continuo amore del rock psichedelico farcito di tutto il jazz di cui sono capace. In particolare, ora sto amando fortissimamente Piero Umiliani. Sono tornata ad ascoltare molto Ahmad Jamal, adoro Omar Sosa e mi sento influenzata dal rock dei Nine Inch Nails e sono folle dei Pearl Jam e dei Queen of Stone Age.

Cosa o chi ha cambiato le tue prospettive musicali?

Sono retorica, lo so, ma la vita. Incontrare mondi diversi, aprire la visione musicale anche semplicemente andando a concerti, mostre, installazioni, accettare le suggestioni e subire attivamente la fascinazione della contaminazione.

Hai dedicato tre brani all’Est, al Sud e al Nord. Quale legame autobiografico hanno e perché non c’è l’Ovest?

Non hanno un legame autobiografico, quanto piuttosto la percezione che ho di essi aldilà dei viaggi fatti. Sento molto forte il tema del viaggio; questa è una suite scritta nel 2003 e suonata al tempo con un quartetto formato da Giulio Corini, Emanuele Maniscalco e Francesco Bigoni. L’ho lasciata lì, non riuscivo a darci vita. Forse mancavano i viaggi che sarebbero giunti negli anni successivi! Mi piace dare un colore alle suggestioni attraverso l’armonia, pensare che un accordo possa suggerire un senso di freddo, come in North, per poi però ricordare che ogni clima ha le sue sorprese e non tutto è proprio cosi come in South, chiaro e limpido come sembra. Ci sono elementi nascosti e contrastanti che vanno cercati aldilà di ogni apparente evidenza. L’Ovest c’è eccome! Ma non sono riuscita in studio ad affrontarlo come avrei voluto ed infatti, come ho scritto nella favola delle note di copertina, si andrà ad Ovest un’altra volta. E’ una composizione complessa, che necessità di ulteriore approfondimento da parte mia prima di esser pubblicata. Ne sono state registrate cinque o sei take e nessuna mi convinceva; erano belle, accettabili…ma no. L’ovest è la realtà complessa nella quale viviamo, deve essere approfondita, capita di più per esser gestita. Ho un rapporto vivo con i miei pezzi, per me, come nelle note di copertina, sono dei personaggi che frequento.

A conti fatti, avresti cambiato qualcosa di questo tuo lavoro?

No. E’ la prima volta che sento questo sentimento in modo cosi forte. Sono riuscita semplicemente ad esprimere ciò che avevo da dire e questa era la mia priorità. Comunicare. Voglio ringraziare in particolar modo Lorenzo Calgaro e Marco Andrighetto, colonne portanti della post produzione.

A parte lo spunto attinto da Black Dog, tutte le composizioni sono a tua firma. Qual è il tuo rapporto con gli standard jazz?

Li amo, mi diverto a suonarli,  li ho suonati e studiati tanto e sento tuttavia che non mi appartengono culturalmente; pur essendo un’amante e sostenitrice della struttura, mi rendo conto che la mia storia, i «miei standard» sono altri, nelle mie orecchie risuona il grunge dell’adolescenza. Mi diverto a trattare come standard i pezzi con cui sono cresciuta. Inoltre, non ho un concetto solistico della musica, ma più compositivo, e riconoscerlo è stata la chiave di svolta. In fondo, non amo nemmeno etichettarmi come jazzista: sono una musicista, compositrice e tutto quello che ho studiato ho amato profondamente, essendo comunque stata molto legata alla tradizione per tanto tempo. Quando ascolto e trascrivo gli assoli di Keith Jarrett, Herbie Hancock, Bill Evans, McCoy Tyner, provo un piacere ed una gioia profonde. Quando suono e scrivo la mia «roba», sento che appartengo ad un altro mondo e che quegli studi entrano in me e prendono la forma che prendono e questo mi piace, perché mi fa finalmente sentire libera dopo anni di imperativi categorici.

In questo disco, quanto spazio è affidato all’improvvisazione e quanto alla composizione?

Domanda difficile. Per me le due cose vanno di pari passo, spesso dentro strutture rigide, asimmetriche, articolate, ci sono momenti di totale improvvisazione e punti «a chiamata», seguiti immediatamente dopo da passaggi stretti e vincolanti. Trovo l’arrangiamento incredibilmente affascinante e trovo ancor più stimolante studiarlo cosi tanto da interpretarlo e reinventarlo una volta che sia ben assorbito. Non mi piace pensare alla musica come tema-assolo-tema. Sento che ogni brano è una storia, con vicoli, stradine, monti,mari, scorci inaspettati e la libertà dei musicisti coinvolti è fondamentale, fanno loro la musica. Io ho solo l’idea di partenza.

Come è il tuo stile di oggi in confronto con quello del tuo passato?

Non so rispondere a questa domanda. Posso dire come mi sento io nel momento del processo compositivo e performativo….libera, sento che ciò che suono è frutto di un respiro più rilassato e consapevole. Sento che l’ironia e un pizzico di irriverenza sono fondamentali; non prendersi troppo sul serio, giocare con i suoni, vivere la musica per quello che è, un linguaggio, un’altissima forma di comunicazione che può permettere di arrivare laddove lè parole non arrivano, anche nella leggerezza. Per fare questo, desidero solo suonare esattamente ciò che sono. Quindi, forse potrei rispondere che il mio stile oggi è piu selvaggio?

Come trascorre la giornata Aisha Ruggieri? Oltre la musica cos’altro occupa spazio nella tua vita?

Parlare di me in terza persona mi fa sorridere; mi ricorda quand’ero piccola, che guardandomi allo specchio mi impartivo gli insegnamenti su cosa dovevo e non dovevo fare. La mia giornata scorre con il mio centro culturale, con i miei strumenti, con i miei allievi, con il mio cane, con la mia famiglia, con i miei amici, con le mie meditazioni ed i concerti numerosi ai quali vado, con lunghe camminate…ho una vita molto intensa di cui sono decisamente innamorata. Amo la vita da impazzire, ogni minuto è un dono, anche quando piango o sono arrabbiata riesco a tirare fuori materiale per scriverci su, magari non subito, ma dopo arriva.

A quali altri progetti stai lavorando e quali sono i tuoi prossimi impegni?

Musicalmente sto lavorando al prossimo e primo  disco finalmente in piano solo che conto di registrare nella primavera 2017 a Cagliari nel nuovo studio di Marti Jane Robertson (Janestudio), fonico incredibile e donna di gran talento, preparazione e fascino conosciuta di recente nei miei viaggi sardi, con cui ho sentito immediatamente un gran feeling di cui ho sempre più bisogno in sede di registrazione… poi una sfida-duo psichedelico con il super bassista rock metal Marco Valerio, ed un quartetto acustico per il quale scrivo canzoni e testi con la bravissima cantante sarda Alice Nereide Cossa con Franco Nesti al contrabbasso e Remo Straforini alla batteria, musicisti eccelsi. Sto approfondendo per tutti questi progetti l’uso dell’elettronica, soprattutto per il piano solo ed il duo, capendo come concepire per la prima volta le mie composizioni partendo dal suono e non dall’idea armonica o melodica. Un modo nuovo al quale non ero abituata e che mi diverte molto. Artisticamente sono coinvolta nella gestione del centro culturale Fusion Art Center, fondato due anni fa grazie alla vittoria dei bandi Culturalmente e Culturalmente Impresa e lavoro con curatori, pittori, artitsti a 360 gradi nell’arte contemporanea; forse è musicalmente una delle esperienze piu formative mai vissute lavorare affianco dei miei soci Giovanna Maroccolo, Chiara Coltro, Andrea Catelan . E vorrei andare a vivere al mare. Imparare a guidare una barca, stare in un posto dove si possa vivere più tempo scalza che in macchina.

Alceste Ayroldi