Ai confini tra Sardegna e jazz, XXXII edizione

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ai confini tra sardegna e jazz

1960: un anno fondamentale per l’evoluzione del linguaggio jazzistico, come del resto lo sarebbe stato tutto il decennio a seguire. Già nel 1959 Miles Davis aveva realizzato, con «Kind Of Blue», un capolavoro con cui venivano definiti e fissati alcuni principi cardine del jazz modale. Il 1960 è l’anno in cui Ornette Coleman – spingendosi ben oltre i confini del tonale e della modalità – introduce con la pietra miliare «Free Jazz» un’innovazione determinante per gli sviluppi della musica afroamericana. Nel 1960 Charles Mingus raggiunge uno dei suoi vertici artistici con la realizzazione di «Blues And Roots», mentre John Coltrane sta avviando la fase più creativa della sua febbrile ricerca, bruscamente interrotta sette anni più tardi dalla prematura morte.

Il 1960 è anche l’anno in cui il batterista Max Roach realizza la sua opera di maggior rilievo, «We Insist! Freedom Now Suite», di fondamentale importanza per il duplice significato musicale e politico. Siamo infatti nel pieno della lotta per i diritti civili degli afroamericani e «We Insist! Freedom Now Suite» incarna un grido di rabbia e protesta, affidato ai testi del poeta Oscar Brown Jr. e alla voce di Abbey Lincoln.

We Insist! Freedom Now è anche il titolo scelto quest’anno dall’Associazione Culturale PuntaGiara per la trentaduesima edizione di Ai confini tra Sardegna e jazz, che si terrà dal 2 al 10 settembre a Sant’Anna Arresi. Il titolo è del tutto coerente con i criteri che hanno sempre ispirato programmazione e contenuti del coraggioso festival sardo, e anche assolutamente opportuno per richiamare l’attenzione (e, perché no?, sollecitare una riflessione) sul drammatico scenario di guerre, carestie e diritti umani calpestati che sta causando un esodo di proporzioni bibliche.

Questa edizione si svolge dunque nel segno di Max Roach e, in senso lato, all’insegna delle percussioni. Il filo diretto con la magistrale lezione lasciata da Roach sarà rappresentato dalla presenza dell’ensemble M’Boom Repercussion, appendice della formazione di soli percussionisti creata dal batterista agli albori degli anni Settanta. Nell’assetto attuale figurano alcuni dei membri originali come Joe Chambers, Ray Mantilla e Warren Smith, o subentrati successivamente, come Eli Fountain. A rinforzare il legame con Roach contribuirà anche una produzione originale: una riproposizione di «We Insist! Freedom Now Suite» affidata alla Burnt Sugar The Arkestra Chamber, orchestra di diciassette elementi diretta da Greg Tate.

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Hamid Drake

Presenza abituale del festival, Hamid Drake sarà coinvolto prima in un duo con il suonatore di balafon ivoriano Aly Keita, tracciando così un ponte ideale tra le matrici africana e afroamericana, poi con il Summit Quartet insieme ai sassofonisti Ken Vandermark e Mats Gustafsson, in un set che si preannuncia al calor bianco. Tra parentesi, Vandermark si esibirà anche con il Lean Left Quartet, in cui figura anche un batterista iconoclasta come il norvegese Paal Nilssen-Love. Inoltre, altri giovani maestri della batteria quali Tyshawn Sorey e Kassa Overall – entrambi collaboratori, nel recente passato, del pianista Vijay Iyer – proporranno i propri progetti: oltre ai rispettivi trii, un solo (Sorey) e Odd Time, connubio con DJ e rapper (Overall). Chi poi fosse interessato ai poliritmi cubani, troverebbe pane per i propri denti nel quartetto Mbókò del pianista David Virelles, già documentato da un bel disco per la ECM.

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Lean Left Quartet

Da segnalare, infine, in questa vera e propria festa delle percussioni una significativa presenza femminile. Per il progetto Drums, Gongs & Bamboo Tiziano Tononi – ideale continuatore europeo della lezione di Ed Blackwell e Andrew Cyrille, da sempre interessato anche alle percussioni etniche – si avvarrà della collaborazione di Susie Ibarra. La danese Marilyn Mazur, in passato al fianco di Jan Garbarek e Miles Davis, guiderà Shamania, big band formata da undici musiciste scandinave, tra le quali figura una veterana della musica improvvisata come la sassofonista Lotte Anker. Un ensemble versatile e scoppiettante, esibitosi con successo lo scorso marzo al festival di Bergamo.

Marilyn Mazur

Sempre in tema di componente femminile, nel programma spicca anche il confronto tra la pianista svizzera Sylvie Courvoisier e il batterista Kenny Wollesen, sicuramente a suo agio in questo cimento, anche in virtù dei mirabili duetti imbastiti con l’amico Bill Frisell.

Un contributo rilevante, quello femminile in seno alla programmazione, e a maggior ragione apprezzabile in considerazione del maschilismo che per troppo tempo ha imperversato anche nel mondo del jazz.

Enzo Boddi

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Sylvie Courvoisier