Abdullah Ibrahim Mukashi Trio – 10 agosto 2018 – La Petite-Pierre

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Quest’anno abbiamo voluto affacciarci alla realtà dei festival francesi che si tengono fuori Parigi. Quindi dopo il festival di Junas con il rimarchevole concerto di Archie Shepp e la sua Attica Blues Band ci siamo recati a La Petite-Pierre, una piccola località immersa nelle foreste dei Vosgi ai confini con la Germania una cinquantina di chilometri a nord di Strasburgo. Anche qui abbiamo ritrovato una atmosfera piacevolmente amichevole e le medesime sensazioni provate nel sud della Francia.


Probabilmente non è un caso che questa nazione sia da sempre il più importante mercato europeo per il Jazz. L’impressione è quella che si tratti realmente di una musica “popolare” e che queste iniziative facciano presa su un spettatori collocati su vasti strati sociali per cui, mentre nel nostro paese il pubblico è essenzialmente composto da appassionati ad un certo livello di competenza, qui ritroviamo anche una partecipazione diffusa di persone di ogni età e ceto, di famiglie che si recano a questi concerti con la stessa naturalezza che ad una festa di paese. Le organizzazioni sono eccellenti, con staff di volontari numerosi ed attivi, che rendono le macchine organizzative estremamente performanti. Così di fronte a concerti di contorno gratuiti spesso intere famiglie si ritrovano a consumare i prodotti del territorio (tutti sempre bene in vista e spesso in prima linea a promuovere come interessati sponsor questi eventi).
Così cittadine di poche centinaia di anime si ritrovano in cartellone mostri sacri del jazz come in questo caso Abdullah Ibrahim o Fred Hersch.


Abbiamo assistito alla esibizione in trio del pianista sudafricano che non aveva date in Italia. Malgrado l’età Ibrahim è apparso in ottima forma iniziando il concerto in solo per poi chiamare sul palco Cleave Guyton Jr al flauto e Noah Jackson al basso e violoncello, proseguendo come di consuetudine in uno dei suoi “unbroken concert”, senza intervalli fra un brano e l’altro. Si tratta di musicisti che collaborano con lui da anni anche nella versione più recente dell’ensemble Ekaya.

La musica del pianista è divenuta negli anni rarefatta e sentimentale, in una progressiva evoluzione dai giorni caldi dell’arrivo negli USA e della lotta all’apartheid come dell’aperto sostegno a Nelson Mandela durante la prigionia (e lo statista stesso, una volta Presidente, definì Ibrahim “Il nostro Mozart”). Se allora i riferimenti all’Africa erano autentici e viscerali oggi la sua musica appare aver sintetizzato quegli atavici richiami in un continuum raffinato e sottilmente teso. La tavolozza timbrica del Mukashi trio risulta inevitabilmente più contenuta rispetto ad Ekaya (un gruppo che vanta circa una decina di elementi), ma è funzionale alla rappresentazione delle composizioni originali del carismatico leader nella loro forma più essenziale. Violoncello e flauto enunciano all’unisono i temi con controllo e delicatezza, per poi lasciare spazio alle incursioni solitarie del pianoforte di Ibrahim.


Tra il repertorio della serata alcuni grandi classici del compositore come The Wedding, Ishmael o Water From An Ancient Well.
Il concerto si è concluso con un doppio bis, dove i solisti hanno avuto modo di mettere in luce le proprie qualità solistiche nell’ovazione generale del pubblico.

Giancarlo Spezia

Fotografie di Francesco Spezia