A Jazz Supreme, seconda parte

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A Jazz Supreme: Craig Taborn
Craig Taborn, foto di Eleonora Birardi

Firenze, Sala Vanni

23 novembre: Craig Taborn; 30 novembre: Gabriele Mitelli O.N.G.

Con il piano solo di Craig Taborn e il concerto di O.N.G. di Gabriele Mitelli si è chiusa la seconda stagione della rassegna A Jazz Supreme, organizzata dal Musicus Concentus con la direzione artistica di Fernando Fanutti e Simone Graziano.

Ascoltare Craig Taborn oggi presuppone il superamento dei canoni convenzionali del pianismo jazz moderno. Sia ben chiaro: il pianista di Minneapolis è ben consapevole della tradizione, sia del suo strumento che del linguaggio jazzistico in senso lato. Tuttavia, il suo approccio alla tastiera rompe certi schemi e, a tratti, ribalta determinati parametri. Taborn esibisce un rapporto squisitamente fisico con lo strumento, spesso privilegiando un tocco secco, percussivo e lunghe, ossessive sequenze ritmiche in cui l’iterazione rivela – più che certe presunte influenze minimaliste – un’arcaica matrice africana. Taborn disegna anche fraseggi articolati con una pulsazione impregnata di swing e un senso del blues sottinteso, ma non troppo. Qui emerge il ruolo e, talvolta, la preponderanza della mano sinistra che elabora linee di basso possenti e cupe, mentre alla destra è affidato il compito di tracciare frasi segmentate, sghembe (non a caso, si colgono anche latenti allusioni alla monkiana Straight, No Chaser) e innestare puntuali dissonanze nei passaggi strategici. Questo processo, di quando in quando sviluppato attraverso progressioni vertiginose, conduce a ricorrenti fasi in cui la materia si disgrega sconfinando nell’informale. Qui trapelano evidenti riferimenti alla poetica di Cecil Taylor, che Taborn cita giustamente tra i suoi eroi insieme a Muhal Richard Abrams, Randy Weston e Geri Allen: curiosamente, e tristemente, tutti scomparsi nell’arco degli ultimi diciotto mesi. Non è fuori luogo dedurre che Taborn abbia assorbito da Abrams l’esplorazione del suono e delle dinamiche, del resto tipica del movimento AACM; da Weston il tocco percussivo e il portato africano; dalla Allen la capacità di interagire creativamente con la tradizione. Tutti questi elementi sono confluiti in una poetica matura ed originale, scevra da orpelli e inutili virtuosismi. In un certo senso Taborn – pur dall’alto di un’indiscutibile cifra tecnica – si pone come antitesi del virtuosismo, e questo è sicuramente un valore aggiunto.

Gabriele Mitelli O.N.G., foto di Eleonora Birardi

Come già documentato da «Crash» (Parco della Musica) il quartetto O.N.G. di Gabriele Mitelli costituisce una delle formazioni più audaci della nuova scena jazzistica nazionale, in virtù della capacità di cogliere stimoli dalla complessità dei nostri tempi. Colpisce innanzitutto l’impatto sonoro e ritmico che il quartetto riesce a sviluppare. L’accorta regia sonora di Enrico Terragnoli – la cui mimetica chitarra è interfacciata con una tastiera Casio SK-1 – è sostenuta dalle pulsanti linee di basso prodotte dalla chitarra baritono di Gabrio Baldacci. Entrambi sono protagonisti di alcune essenziali sortite solistiche basate su un fraseggio spigoloso, appuntito, disarticolato ad arte. Questa ribollente sinergia – che a tratti evoca l’approccio di Marc Ducret, Elliott Sharp e David Torn – fornisce l’estro al batterista Cristiano Calcagnile per molteplici figurazioni, cangianti e spezzate nella loro potenza. A Mitelli spetta il compito di creare scenari diversi con la sua gamma strumentale. La tromba disegna percorsi spericolati e compie impennate che racchiudono elementi desunti dall’amato Don Cherry, da Wadada Leo Smith e, in misura minore, da Lester Bowie. Le spirali corrosive del sax soprano ricurvo incrociano sentieri esplorati da Roscoe Mitchell. Il genis o flicorno contralto, provvisto di cilindri e non di pistoni, aggiunge spessore e colori ricchi di armonici anche mediante la respirazione circolare. Quando Mitelli manipola l’elettronica crea sequenze ripetitive che richiamano ora Terry Riley, ora il Brian Eno e il David Byrne di «My Life In The Bush Of Ghosts». Musica senza compromessi che, pur attraverso fugaci echi ornettiani, si ricollega all’esoterismo e all’empito liberatorio di Sun Ra, e soprattutto si sforza di fornire una risposta alla ricerca condotta da Rob Mazurek con Chicago e São Paulo Underground.

Si può trarre un bilancio complessivamente positivo per una rassegna che al secondo anno si articolava in ben otto concerti distribuiti tra ottobre e novembre. Eventi di indiscutibile qualità, che a tratti rimandavano la memoria alla gloriosa stagione di Tradizione in movimento (1992-2007). Un’ultima annotazione: si sta assistendo a un principio di ricambio generazionale, anche grazie al coinvolgimento di gruppi di giovani musicisti in apertura di alcuni concerti. Il che non è poco, dati i tempi e il non sempre semplice pubblico fiorentino.

Enzo Boddi