Super Jazz – quarta edizione: Jamie Saft New Zion Trio, Uri Caine Trio

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Uri Caine trio

Firenze, Sala Vanni, 7 e 18 ottobre

Nella prima parte della quarta edizione di Super Jazz il Musicus Concentus ha rinverdito i fasti che avevano caratterizzato la lunga stagione di Tradizione in movimento dal 1992 al 2007.

Senza dubbio Jamie Saft è fra i più autorevoli esponenti di quell’avanguardia newyorkese riconducibile al circuito della Tzadik di John Zorn e votata alla trasformazione di molteplici stimoli derivanti dalle musiche contemporanee.

Nel suo ultimo lavoro – «Sunshine Seas» (RareNoise), inciso con il New Zion Trio – Saft recupera uno dei suoi amori giovanili: il reggae di Bob Marley, Peter Tosh e Bunny Wailer. Vi innesta massicce dosi di dub e alcuni aromi latini, in virtù della presenza di Cyro Baptista, come lui membro di Electric Masada di Zorn.

Per quanto gradevole e coinvolgente, la resa dal vivo palesa i limiti dell’operazione. In primo luogo, un certo appiattimento ritmico che la gamma di colori prodotta da Baptista non riesce a scalfire. Di conseguenza, il ruolo riduttivo assegnato a Brad Jones (b. el.) e Ben Perowsky (batt.), solo occasionalmente messi in condizione di spezzare la monotonia. Quindi, una complessiva debolezza strutturale. Infine, gli spazi limitati concessi all’improvvisazione, affidata alle tastiere (Fender Rhodes e sint) di Saft e alle figurazioni e alle coloriture timbriche di Baptista.
Le rare aperture si registrano laddove il quartetto evade dal canovaccio, a tratti evocando vagamente lo Herbie Hancock degli anni Settanta. Troppo poco per musicisti di questa levatura.

Il trio è indubbiamente la dimensione in cui Uri Caine esprime al meglio la propria identità jazzistica, come dimostrano le passate esperienze con Drew Gress (o John Hébert) e Ben Perowsky. Il trio documentato da «Calibrated Thickness» (816 Music) coincide con un ulteriore salto di qualità, in quanto Mark Helias e Clarence Penn consentono al pianista una libertà ancor maggiore. All’interno di esecuzioni che si sviluppano spesso senza soluzione di continuità (e con improvvisi cambi metrici) si innestano infatti frequenti, densi passaggi su tempo libero. Qui risalta la capacità di ascolto reciproco attraverso la mutua trasmissione di segnali e stimoli, sotto forma di frammenti prontamente elaborati in elementi compiuti.

Un criterio, questo, applicato anche a una ‘Round Midnight trasfigurata da una parafrasi costruita mediante tonalità distanti e l’affiorare ricorrente di microcellule tematiche. Il contrasto risultante dai tre percorsi paralleli – e apparentemente disgiunti – finisce per produrre una coerente unità.

L’abilità di Caine nell’assemblare, interpolare e trasformare materiali diversi emerge anche in altri contesti. Nelle allusioni alla dylaniana Mr. Tambourine Man, il cui elementare impianto armonico viene sostanziato da robusti accordi di matrice gospel (e un cui segmento viene più tardi intrecciato con una frase di Cheek To Cheek, a sua volta sottoposta a una revisione radicale). E ancora, nelle multiformi e dilatate progressioni generate dal nucleo di Nefertiti, o nella divertita ripresa di Honeysuckle Rose, a suo tempo eseguita in due versioni (per trio e piano solo) su «Blue Wail», densa di riferimenti tradizionali anche nel pizzicato del contrabbasso e nella scansione sul charleston. Ennesimi esempi della giocosa poliedricità di Caine.

Enzo Boddi