40. International Jazzfestival Saalfelden, 22-25 agosto 2019

di Giuseppe Vigna

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40. International Jazzfestival Saalfelden - James Brandon Lewis
James Brandon Lewis (foto di Matthias Heschl)

Era l’estate di cinquant’anni fa quando il programma del festival di Woodstock assicurava “tre giorni di pace, amore e musica”. Arrivarono oltre quattrocentomila persone e l’evento cambiò il modo di fruizione della musica, non solo sul come ascoltare i concerti ma sul come vivere in una dimensione del tutto condivisa. Dieci anni dopo anche Saalfelden, nella regione austriaca di Salisburgo, tenne la prima edizione della sua tre giorni di pace, amore e tanta musica, in particolare jazz. Da allora un folto pubblico segue il festival, all’inizio ospitato in un tendone e con tanti spettatori che dormivano nel campeggio gratuito a fianco, mentre adesso si svolge nel prestigioso centro congressi in pieno centro cittadino.

Joshua Redman (foto di Matthias Heschl) - 40. International Jazzfestival Saalfelden
Joshua Redman (foto di Matthias Heschl)

A fine agosto del 2019, per l’edizione del quarantennale, il festival ha confermato la sua identità, fatta di un’atmosfera idilliaca tra montagne svettanti e prati verdissimi, e di un programma musicale attento in primis a segnalare nuove direzioni della musica d’oggi e del jazz. A Saalfelden non si inseguono le star ma si privilegia un contatto ravvicinato con i musicisti, com’è accaduto anche quest’anno, quando alcuni artisti presenti al festival hanno suonato in differenti contesti, dimostrando la centralità e le varie sfaccettature della loro musica. È accaduto, a esempio, con il contrabbassista Ingebrigt Håker Flaten, membro del gruppo T(r)opic e poi protagonista di concerti concordati poche ore prima, come il duo con il chitarrista del Bhutan Tashi Dorji e il trio abrasivo e violento con il sassofonista Briggan Krauss e Jim Black alla batteria. Per questi concerti il pubblico era informato con un breve preavviso, attraverso i social network e la app del festival, e veniva invitato a scoprire spazi inconsueti per la musica come una stamperia d’arte, una farmacia, una biblioteca, e anche il ristorante McDonald’s. Così il festival si è radicato sempre più a fondo nel territorio, diventando un punto d’orgoglio per la città e i suoi abitanti, anche per chi si limita solo a partecipare agli appuntamenti gratuiti dove abbondano blues, rock e un po’ di Swing revival, ma dove trova posto anche l’improvvisazione radicale, che ammalia al sole di una domenica pomeriggio anche i bambini di tre anni.

Binker und Moses (foto di Matthias Heschl)
Binker und Moses (foto di Matthias Heschl)

Sul fronte strettamente musicale il festival ha sottolineato la vitalità della scena odierna, una foto di gruppo caratterizzata dagli incroci dei linguaggi legati al jazz, alla tradizione afro-americana e all’improvvisazione, e tante proposte differenti, tra cui alcune memorabili.

È un mistero perché un nome di punta del jazz d’oggi quale il sassofonista James Brandon Lewis figuri di rado nei cartelloni dei tanti festival italiani. Il suo concerto a Saalfelden è stato un terremoto: il suo sassofono possiede un’energia e un timbro straordinari, per una visione dettagliata della Afro-America, là dove brillano leggende come Albert Ayler e Gene Ammons.

Mette Rasmussen und Tashi Dorji (foto di Matthias Heschl) - 40. International Jazzfestival Saalfelden
Mette Rasmussen und Tashi Dorji (foto di Matthias Heschl)

Tanta intensità anche per il gruppo T(r)opic guidato da Rob Mazurek (cornetta, elettronica e flautini) e dal chitarrista Julien Desprez. Una formazione da sogno, assolutamente politically correct nel rispetto per le quote rosa, con Susana Santos Silva alla tromba, Lotte Anker e Mette Rasmussen ai sax, la cantante Isabel Sörling, e un’ottima ritmica, il già citato Ingebrigt Håker Flaten, Gerald Cleaver alla batteria e Mauricio Takara alle percussioni e all’elettronica. T(r)opic ha svelato i tanti punti di contatto tra Mazurek e Desprez, tanto come compositori che come leader, in grado di creare un’orbita in cui attrarre i musicisti coinvolti, un crescendo spettacolare che, dall’inizio lento, mistico e avvolgente, è sfociato in un magma incandescente.

Tropic (foto di Matthias Heschl)
Tropic (foto di Matthias Heschl)

Chiusura di classe, la sera di domenica, con il quartetto Still Dreaming, dove Joshua Redman e compagni interpretano con adesione la musica di Ornette Coleman, Don Cherry e Dewey Redman, preceduti da un gruppo sorprendente, il Binker & Moses Ensemble. Il sassofonista Binker Golding e il batterista Moses Boyd, nomi sempre più in vista della nuova scena inglese e che solitamente agiscono in duo, hanno presentato in anteprima il loro gruppo, forte di due batterie e di una presenza carismatica come quella del contrabbassista John Edwards. Swing spigoloso a go-go e un’energia mingusiana hanno catturato gli spettatori in una novità che speriamo di riascoltare al più presto. Altre presenze di spicco del festival sono state la pianista Sylvie Courvoisier, il sassofonista Ken Vandermark, il trombettista Nate Wooley e il trio Abacaxi in cui figura il chitarrista Julien Desprez. Le ciliegine sulla torta per i quarant’anni del festival sono state le jam session notturne al club Nexus, dove il festival ha i suoi uffici e dove svolge la sua attività nel corso dell’anno. Erano passate le due nella notte tra venerdì e sabato quando Rob Mazurek alla cornetta, Jamie Branch alla tromba, James Brandon Lewis al sax tenore e Mauricio Takara alla batteria hanno suonato insieme, facendo accadere qualcosa che succede soltanto ai veri festival di jazz.

Giuseppe Vigna

[settembre 2019]