
Michele, «Live At Panic Jazz Club» (Abeat, 2011), il tuo ultimo disco, sta registrando vendite inaspettate. Non solo: a detta delle cronache il gruppo pare migliorarsi concerto dopo concerto. | La cosa bella della band [Fabrizio Bosso (tr.), Michele Polga (ten.), Luca Mannutza (p.), Luca Bulgarelli (cb.), Tommaso Cappellato (batt.)] è la spontaneità: non c’è nulla di programmato. La sera del live, solo di un brano [Re-Trane] è stata decisa la scansione dei soli. Per gli altri abbiamo staccato il tempo e via! Quel quintetto è sincero, genuino e per certi versi un po’ «grezzo».
Sei propenso a considerare la tua musica «Modern Mainstream» | La volontà è di non fare un esercizio di stile. Mi impegno al massimo perché venga fuori qualcosa di diverso: se sapessi che non viene percepito mi dispiacerebbe molto. Fa parte del mio studio trovare soluzioni fresche, che non siano scontate. Cerco di essere «diverso» lavorando solo ed esclusivamente sulla musica. Se mi sforzassi di esserlo, sarei più uguale agli altri. È un tranello nel quale non voglio cadere. Si entra in un mainstream alternativo che è peggio di quello naturale.
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Ascolti ancora del mainstream? | No, decisamente no. Oggi mi piacciono molto Omer Avital, Seamus Blake e il sempre più intrigante, un po’ Warne Marsh, un po’ Joe Henderson, Mark Turner. Ascolti recenti come i lavori di Dave Douglas con i gruppi elettrici, «Pan Harmonie» (B.Flat, 2007) del batterista belga Dré Pallemaerts, «Twentydollarfishlunch» di Mark Zubek (Fresh Sound New Talent, 2009) mi hanno davvero impressionato e credo avranno una certa incidenza sul mio modo di comporre, organizzare gruppi e suoni, e mixare.
Come mai per «Live At Panic Jazz Club» hai optato per Tommaso Cappellato? | Volevo che questo quintetto non avesse legami con il quartetto di «Clouds Over Me» (Caligola, 2008) dove c’è Walter Paoli, tra i miei batteristi preferiti. E così ho chiamato Tommaso, che ha swing e pulsa come si deve.
Altra registrazione con Cappellato, «Nesso G» (Punto Rojo, 2010), in quartetto con Danilo Gallo al contrabbasso e Francesco Bigoni, un altro sassofonista tenore. | Tommy e Danilo ci proposero di fare una session e accettammo. Registrammo a casa della zia di Tommy dopo una sola prova. Forse il disco è passato un po’ inosservato proprio perché si tratta di una roba casalinga [ride]. Occhio però perché la musica di «Nesso G» è tosta.
In alcuni momenti salta alla memoria il tardo Coltrane… | Per certi versi sì, anche se lo leggo più alla luce dei contrasti: me e Tommaso da un lato, Francesco e Danilo dall’altro. Trovo che «Nesso G» contenga del free che di solito non si ascolta nelle produzioni El Gallo Rojo. Mi piacerebbe tornare in studio con questo gruppo e ogni tanto ne parliamo.
Da sassofonista, cosa ti colpisce di Bigoni? | Quando la melodia è forte, il solo sta in piedi a prescindere dell’armonia. Ho la sensazione che Francesco abbia lavorato molto in questa direzione e stia sviluppando una cosa davvero interessante. In più, bisogna considerare che conosce molto bene l'armonia. Mi rendo conto che per un accompagnatore non deve essere facile stargli dietro.
Da par mio vorrei riuscire a dire tanto con poco e per farlo le alternative sono due: o le poche parole che usi sono significative, oppure appena apri bocca catturi l’attenzione. Per questa ragione, mi sono concentrato sul suono del sax. Oggigiorno invece, mi concentro di più su quello del gruppo, un insegnamento che probabilmente deriva dai corsi e seminari fatti con Franco D’Andrea e Claudio Fasoli.
Anche in «Cromosoma Alfa» (Caligola, 2011) di Otello Savoia suoni con un altro tenore, ma stavolta di Francesco Bearzatti. | Musicalmente è una spugna. Francesco riesce a riprodurre tutto quello che sente, e suona qualsiasi cosa gli passi per la testa. Devi sempre rimboccarti le maniche perché non ti perdona niente. È fantastico, un ego incredibile! Lavorare con un altro tenore è sempre stimolante perché puoi sentire qualcosa su cui non sei ancora arrivato.
D’Andrea e Fasoli a parte, con quali altri musicisti hai studiato? | Il primo è stato Maurizio Caldura, ahimé scomparso. È stato lui a iniziarmi alla pronuncia e al fraseggio jazz quando ancora studiavo sassofono classico. Mi ha anche consigliato qualche ascolto divenuto determinante per la mia formazione. Ho studiato con Robert Bonisolo e, anche se solo per qualche giorno, con Dick Oatts, un gran sottovalutato che scrive e suona benissimo e con il quale prima o poi mi piacerebbe fare un disco.
Parliamo del Triotronic, condiviso con Paoli e Stefano Senni | L’idea, nata a seguito del quartetto, era semplice: tentare di lavorare un po’ con l’elettronica. Poi però le cose si sono fatte interessanti; abbiamo cominciato ad avere delle date e ci siamo ritrovati sempre più coinvolti. Per dirti un po’ come funzioniamo: ho sempre processato il suono attraverso il computer, ma le ultime volte ho usato una serie di pedalini da chitarrista. Mi sono trovato molto bene perché riesco ad essere più dentro alla musica. Uno dei problemi iniziali consisteva proprio nel gestire suoni e strumento senza irrigidimenti e rallentamenti esecutivi: non volevo perdere la libertà che il jazz offre. Per tornare ai pedali, a seconda di come costruisci la catena ottieni suoni diversi. Dalla mia non mancano delay, riverbero, phaser e looper. Ho anche un piccolo multieffetto. Walter usa invece vari setup. Non ha mai processato direttamente la batteria, ma implementato le possibilità sonore attraverso il computer, che di volta in volta comanda con dei controller midi. Walter è sempre alla ricerca del sistema più efficace per integrare l'elettronica all'acustico. Stefano riccore ai pedalini: distorsore, wah wah e octaver. Stiamo cercando di sdoppiare il mio segnale in uscita per collegarlo direttamente al computer di Walter, in modo tale che lo processi a mia insaputa. Dovrebbe creare un effetto sorpresa e vorremmo farlo anche con il contrabbasso.
E poi c’è il tuo quartetto… | Che rientrerà in studio a giugno con una variazione rispetto all’organico di «Clouds Over Me»: Alfonso Santimone al posto di Paolo Birro. Credo che in studio, ma anche in fase di mixaggio, ne vedremo delle belle
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Suoni anche il soprano? | L’ho venduto per comprarmi la moto. I suoni troppo acuti non mi vanno proprio giù. Sto invece pensando di comprare un clarinetto. Chi sa mai che in futuro non finisca per lavorare in modo più coloristico.
Prossime date: Triotronic, 11 maggio, Bar Astra, Vicenza; 18 maggio, spazio Kitchen, Vicenza | Michele Polga meets Fabrizio Bosso, 12 maggio, Vicenza Jazz Festival
musicajazz.it; foto cortesia Michele Polga